PREMIO BARBARA COSENTINO - Anno 2017-2018
I vincitori della seconda edizione del Premio

Premio Barbara Cosentino, II edizione - Anno 2017-2018
PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2017-2018 - La premiazione di Giulio Franceschini
PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2017-2018 - La premiazione di Ginevra Calza
PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2017-2018 - La premiazione di Gianluca Mariano
PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2017-2018 - La premiazione di Federica Troise
PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2017-2018 - La premiazione di Francesca Pietrangeli
PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2017-2018 - La premiazione di Eugenio Centamore
PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2017-2018 - La premiazione di Elena Licitra Rosa
PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2017-2018 - La premiazione di Martina Zanotti
PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2017-2018 - La premiazione di Jacopo Colelli
PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2017-2018 - La premiazione di Francesco Guidi

 
 

 

La seconda edizione del Premio ‘Barbara Cosentino’, relativa all’anno scolastico 2017-2018, ha confermato i risultati conseguiti con l’edizione d’esordio, e ha visto la partecipazione di numerosissimi studenti romani, con una forte prevalenza di giovani iscritti ai licei delle periferie e un vivo e fattivo coinvolgimento del personale docente delle Scuole che hanno partecipato con i propri alunni.
L’iniziativa è culminata con la cerimonia di premiazione, tenutasi il 26 maggio 2018 presso l’Istituto S. Orsola di Roma. In questa occasione, gli studenti finalisti sono stati accolti e premiati dal Prof. Francesco Cosentino, da Federica Allegretti, Cristina Malenotti, Raffaella Pajalich, Cecilia Gabrielli (Presidente del Circolo) e dallo scrittore Giuseppe Aloe, che ha presieduto la Giuria della seconda edizione del Premio.
A seguire, la classifica definitiva dei primi dieci elaborati selezionati in concorso:

  1. Primo classificato: “LA GUERRA DI ROSA”,
    di Giulio Franceschini (III L. Classico, Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II);
  2. Seconda classificato: “MINUTI DI SILENZIO”,
    di Ginevra Calza (V L. Scienze Umane, Benedetto da Norcia);
  3. Terzo classificato: “NON PIANGERE, NON TREMARE”,
    di Gianluca Mariano (IV L. Scientifico, Edoardo Amaldi);
  4. Quarto classificato: “CASSIOPEA”,
    di Federica Troise (III L. Linguistico, Lucrezio Caro);
  5. Quinto classificato: “TUTTO VIVE E SI MACERA IN SÉ STESSO”,
    di Francesca Pietrangeli (III L. Scientifico, Biagio Pascal);
  6. Sesto classificato: “L’ULTIMA VOLTA”,
    di Eugenio Centamore (IV L. Scientifico, Bertrand Russell);
  7. Settimo classificato: “UNA DOMENICA”,
    di Elena Licitra Rosa (V L. Classico, Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II);
  8. Ottavo classificato: “BLEEDING LOVE”,
    di Martina Zanotti (III L. Linguistico, Edoardo Amaldi);
  9. Nono classificato: “VIAGGIO NEL CASSETTO”,
    di Jacopo Colelli (V L. Scientifico, Edoardo Amaldi);
  10. Decimo classificato: “FERMO IMMAGINE”,
    di Francesco Guidi (III L. Scientifico, Edoardo Amaldi).

Complimenti vivissimi a tutti i vincitori e un grazie sincero, di cuore, a tutte le studentesse e a tutti gli studenti che, con passione, impegno e dedizione, hanno scelto di partecipare alla seconda edizione del Premio, permettendoci di realizzare questo sogno!

 

 

LA GUERRA DI ROSA

di Giulio Franceschini

III Liceo Classico – “Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II”

 

PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2017-2018 - La premiazione di Giulio Franceschini

 

8 settembre 1943. Alla radio una voce gracchiante annuncia la fine della guerra. Niente più morti. Niente più distruzioni. Niente più figli dispersi. Al – meno, così si crede.

Ma la Germania non accetta. Il suo alleato l’ha appena tradita. Dopo essere stata un peso per tre anni, l’Italia abbandona la guerra per un capriccio. O meglio, un capriccio del re. Con i nemici, nessuna pietà. Con i traditori, estrema crudeltà.

All’alba del 9 settembre, le divisioni di Kesselring discendono la penisola. Una sola direttrice, un solo obiettivo: Roma. Il re e i vertici militari fuggono verso il Sud: gli americani sono già a Salerno. L’esercito, lasciato senza ordini, è schiacciato dai panzer tedeschi. Solo pochi uomini valorosi combattono ancora per la Patria. Mai l’integrità dello Stato fu così in pericolo. Poche ore e gli invasori sono già nel Lazio. Resta un’ultima difesa per la Capitale: la divisione di cavalleria Ariete, di stanza a Monterosi, a una manciata di chilometri da Roma. Sul suo quartier generale sventola ancora il tricolore: la bandiera di uno Stato che non esiste più. Ormai la colonna corazzata nemica è sulla Cassia. Non ci sono carri armati o artiglieria per contrastarla, non c’è più tempo per approntare un campo minato. Il sottotenente di complemento Ettore Rosso fa disporre due autocarri carichi di esplosivo, di traverso a bloccare la strada. Comunque vada, la battaglia porterà alla morte. Al sopraggiungere dei nemici, il tenente e quattro genieri fanno esplodere il carico, suicidandosi per la Patria. La colonna tedesca è decapitata e deve fare marcia indietro. Gli Italiani hanno vinto.

La libertà di Monterosi sarebbe durata poche ore. Ma la memoria dei suoi eroi sarebbe durata per sempre.

Ed è al termine di questa sanguinosa battaglia che entra in scena la mia trisnonna, Rosa Boccolini, nata Ercoli.

Figlia di contadini mezzadri, ha vissuto del povero raccolto dei campi fino a quando, all’età di quindici anni, ancora impubere, va in sposa ad un uomo che ha più del doppio della sua età: Giovanni Boccolini, un possidente venuto dell’Umbria che decide di stabilirsi a Monterosi ove compra terreni ed una grande casa al limite del paese, sul prato che digrada verso un laghetto. Rosa è bella: i capelli, mori come un’ala di corvo, le arrivano quasi alla vita, occhi scuri, attenti, labbra piene; il carattere aspro le dona un portamento eretto e certo non abbassa lo sguardo di fronte a quell’uomo che la scruta dall’alto del cavallo. Quell’uomo che ha fretta di metter su casa e famiglia e che presto la porterà in chiesa promettendole devozione, figli e lavoro quotidiano.

Al tempo dei fatti Rosa è nel mezzo del suo cammino terreno e otto gravidanze, una vedovanza precoce, la fatica quotidiana non l’hanno spezzata. Anzi il suo corpo si è irrobustito rendendola imponente senza privarla dell’elasticità nei movimenti. I capelli, raccolti in una crocchia, le cingono il capo come una corona argentea, lo sguardo è rimasto pronto e vivace, il passo spedito.

In tempo di guerra a Monterosi non ci sono uomini validi, ogni famiglia ha qualcuno al fronte e si aspetta l’arrivo del postino con il cuore chiuso dall’angoscia.

Sono rimasti gli inermi: anziani, donne e bambini. La vita è un trascorrere di giorni che si susseguono tutti uguali, in un limbo di attesa.

Ci sono difficoltà a sfamarsi ed i bambini sono intenti a cercare quel che di commestibile si trova nei campi non coltivati ed allestiscono trappole per la poca selvaggina di piccola taglia rimasta. Non c’è molto da sorridere, non si sentono voci infantili gioiose, né il chiacchiericcio delle donne al lavatoio. Nella casa sul lago è rimasta lei con le nuore e i nipoti.

Avvezza a fare da capofamiglia, bada alle donne, ai bambini ed agli animali rimasti con la stessa ruvida sollecitudine. C’è ancora qualche gallina nel pollaio e qualche coniglio nelle gabbie ma la vita è difficile, è difficile tenere unita quella famiglia di donne e bambini, è difficile sperare nel ritorno dei figli, è difficile infondere coraggio senza poter mai confidare le proprie paure nelle notti insonni.

Ma Rosa è una donna d’altri tempi, non si ferma a chiedere perché, si chiede come, e sempre trova il modo di procurare il cibo necessario, di appianare un diverbio tra le nuore, di asciugare il pianto dei bambini, di continuare a sperare giorno per giorno.

La mattina dopo la battaglia, recandosi presto verso il pollaio, si accorge che la porta è socchiusa… Un ladro? Una volpe? Già le sono rimaste poche sparute galline… Nel dubbio afferra da terra un grosso ramo ed entra.

Rannicchiato a terra giace un esile corpo in divisa (la divisa del nemico!), quel corpo respira e forse, sentendola arrivare, inizia a muoversi. Rosa porta il ramo sopra la testa, pronta a colpire, ma in quel momento una testa bionda striata di sangue si gira e due occhi chiarissimi, quasi di vetro, la fissano implacabili. – Mamma! – la chiama il soldato. Quello sguardo le scava dentro, Rosa esita, in quel momento il pensiero va a suoi figli lontani magari bisognosi di aiuto, si accorge che il soldato è poco più che un bambino ed è ferito, ha un moto di pietà, getta via il ramo ed accompagna il ragazzo in casa.

Lo aiuta a lavarsi, lo medica, lo riveste di abiti civili e all’ora di colazione lo mette a tavola, scantonando gli sguardi sorpresi della famiglia.

I bambini all’inizio l’osservano interdetti, spaventati, si guardano interrogativi tra di loro, poi si danno di gomito, si avvicinano, parte un mezzo sorriso che viene ricambiato, un ammiccamento di sopracciglia che scatena una risata, gli si fanno intorno, gli toccano i capelli così biondi, si perdono in quello sguardo limpido di cielo e per tutta la giornata non lo lasciano mai solo.

La sera però si torna a dormire nel pollaio, ove Rosa allestisce un giaciglio di fortuna ed il ragazzo la segue di buon grado.

La sorpresa del mattino dopo quasi non si riesce a descrivere: quando Rosa entra nel pollaio lo trova affollato di polli e galline ben pasciuti, grandi uova in mezzo alla paglia, pulcini, tanti pulcini che saltano e becchettano ovunque. Il ragazzo è lì, sorridente, spettinato, forse appena sveglio, che la osserva sbigottita e la saluta – Mamma! –

Quel giorno le donne riprendono a fare la sfoglia per la pasta e qualche pollo prende la via del forno. Si chiamano i vicini e si assapora tutti insieme la sensazione della sazietà da tempo dimenticata.

La serie dei prodigi non si ferma: chi ha un pane e lo lascia al ragazzo il giorno dopo ne riprende tre, chi lascia del formaggio recupera un’intera forma, una brocca di latte diventa il doppio. I paesani tornano a sorridere e a sperare.

Il sollievo dalle difficoltà e dagli stenti quotidiani lenisce in parte la preoccupazione del domani e infonde fiducia a quel piccolo gruppo di deboli.

I bambini giocano di nuovo e stanno sempre intorno al soldato che non parla, ma sorride e li incanta attirando uccellini che cinguettano mirabilmente, che appiana i piccoli diverbi solamente guardandoli, che si diverte a fare il bagno con loro nel laghetto ed insegna a nuotare ai più audaci.

A volte Rosa lo guarda pensierosa da lontano, convinta di non essere vista, ma lui sempre si gira, le sorride e la chiama – Mamma! – e se c’è un’incombenza pesante è sempre lì per aiutarla con semplicità disarmante.

Finalmente, dal fronte arrivano buone notizie. Nascosto sotto una coperta, un consumato trasmettitore sintonizzato su Radio Londra annuncia la rottura della Linea Gustav. Roma, Monterosi, il Lazio e forse l’Italia intera sarebbero stati liberati dall’oppressione.

Il giorno dopo, un rombo di motori. Gli Americani! La libertà! La vita… Le grida di gioia muoiono in gola quando, sulle camionette, si delinea chiaramente una croce di ferro. Dopo un anno di occupazione, di brutalità, di stragi, i Tedeschi sono venuti a prendersi l’ultimo soffio vitale degli Italiani. Monterosi spirerà sotto il ritmico fragore delle mitragliatrici.

Il giubilo diventa terrore. Le famiglie si rintanano nelle case. I bambini piangono. I vecchi anche. Ecco, sono già alla casa sul lago. Un autoblindo sfonda il fragile cancello e si ferma nell’aia. Scendono in quattro. La rabbia nei loro occhi, le saette cucite sulle loro braccia. Un calcio, la porta viene giù. Rosa è lì, in piedi. Dietro di sé, protegge i nipoti. Urla incomprensibili, strepiti, imprecazioni. La casa non c’è più. Tutto è stato razziato. Poi subito fuori. Gli animali. Per la prima volta, Rosa è in lacrime. Il volto straziato dalla fame e dalla fatica si contorce dal dolore. Sa che troveranno il disertore. Pochi minuti e i Tedeschi tornano. I polli e i conigli, macellati a colpi di fucile, sono sistemati sull’autoblindo. Il caporale strattona verso Rosa il disertore. Le urla addosso molte domande, la minaccia.

Gli Italiani tradiscono ancora. Ora nascondono i nemici della Patria. Non c’è più nulla da fare, ormai. La Germania ha perso la guerra per colpa dell’Italia. Bisogna vendicarsi con questi esseri subumani. Una spinta, Rosa cade. Il caporale è dentro. Ne esce dopo poco. Nei suoi occhi, la furia omicida. Nelle sue mani, Giovanni. Mio nonno. Un ragazzo di quattordici anni.

Da tutte le case di Monterosi escono gruppi di soldati. Ognuno porta con sé un italiano. E via, verso il lago.

Al tramonto l’acqua cristallina del lago riflette il cielo roseo. Un’enorme sfera dorata sta scomparendo dietro ai monti. Quando vuole, la natura sa essere crudele. Sul bagnasciuga, in piedi, gli Italiani e un disertore. Sulla spiaggia, i Tedeschi che imbracciano i fucili. Monterosi è lì. Le donne, da lontano, guardano morire quel che resta della loro famiglia. Il giovane soldato tiene per mano mio nonno. Un comando secco, i tiratori mirano. Il tedesco di Rosa sorride. Il suo corpo gradualmente s’illumina come se assorbisse l’ultima luce del giorno morente. Il bagliore si fa sempre più forte, fino a far male agli occhi… Poi più nulla. Gli Italiani sono ancora lì, in piedi. I soldati avanzano sulla riva. I loro fucili, sulla sabbia. In silenzio risalgono sulle camionette. Se ne vanno, senza aggiungere altro, lo sguardo basso.

Ancora luminoso, il nostro soldato fa ritorno alla casa sul lago. Nei suoi occhi, una luce divina. Per mano, un ragazzo di nome Giovanni.

Fissa amorevolmente Rosa, l’abbraccia per la prima ed unica volta, le asciuga le lacrime. – Mamma! – esclama.

L’abbraccio si scioglie. Rosa apre gli occhi appannati dal pianto. Davanti a sé c’è solo il nipotino. Si guarda intorno, non c’è nessun altro.

A un tratto, una voce distante la chiama – Mamma!

Rosa soprassale. In lontananza vede avvicinarsi una figura. Non può essere… È Alfredo, il primogenito, che torna dalla Russia.

Nei mesi seguenti, ad uno ad uno, dai fronti di guerra e dai campi di prigionia, segnati, invecchiati, ma vivi, tutti i figli faranno ritorno alla casa sul lago. Mio nonno spesso mi raccontava la storia del giovane austriaco trovato nel pollaio, a volte la sintetizzava, più spesso l’arricchiva di nuovi particolari, sempre diversi.

È una favola, ma a me, anche adesso che sono grande, piace crederci ancora per un po’.

 

Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. (Mt 25,40)


 

MINUTI DI SILENZIO

di Ginevra Calza

V Liceo delle Scienze Umane – Istituto di Istruzione Superiore “Benedetto da Norcia”

 

PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2017-2018 - La premiazione di Ginevra Calza

 

Due minuti di silenzio.

Il letto era troppo piccolo per dormirci in due, ma non era importante, o almeno a loro non interessava. Le mani si sfioravano, imitando quel piccolo gesto appena visto durante la puntata della loro serie tv preferita. Si chiedevano chi si sarebbe addormentato per primo, o se si sarebbero mai addormentati in generale, o se avrebbero visto l’alba.

– Dormi? – chiese lui, con un tono sorprendentemente dolce.

– No. – rispose la ragazza, nonostante i suoi occhi fossero chiusi. Lui si mosse, girandosi verso di lei. Osservò il suo profilo: le ciglia lunghe nascondevano gli occhi all’apparenza ingenui, grandi come quelli dei bambini. Lui però sapeva cosa potevano nascondere: lacrime, malizia, lussuria, spavento, panico. Sembrava sapesse gestire le emozioni a seconda di ciò che la circondava, e in qualche modo non sapeva se ammirarla o compatirla per questo. Chissà quante volte aveva nascosto ciò che provava davvero dietro a quell’infinito luccichio che caratterizzava il suo sguardo. Spostò una delle sue mani per posarla dolcemente sulla sua fronte, in una carezza leggera. Si domandava a cosa stesse pensando, ma quando era accanto a lui, ogni emozione le si leggeva sul viso. O forse era semplicemente bravo ad interpretarla, nonostante tutti i muri che la proteggevano.

– Lo so che sei gelosa. – disse dal nulla, ma l’unica risposta che ricevette fu un sommesso mugolio di frustrazione.

– Non posso farci niente. – sussurrò lei dopo un po’, con la voce resa roca dal sonno. Si girò, aprendo gli occhi e trapassandolo con lo sguardo. Era così seria quando si innamorava. L’unico problema era lui. Non poteva essere lui la persona che amava. Le accarezzò la guancia, guardandola mentre si lasciava andare alle sue attenzioni.

– Passerà. – mormorò la ragazza semplicemente, ma questa volta il sorriso le si spense sul volto, come un fiammifero abbandonato sulla neve. Lo sapeva che non sarebbe passato, o almeno non in breve tempo.

Si chiedeva spesso perché fosse fatta così. Perché doveva innamorarsi in quel modo? Perché così profondamente, seriamente, passionalmente?

Si sentiva come un fiore quasi appassito, che appena avvertiva un rivolo di acqua scorrergli addosso, faceva sprofondare le radici in quel punto e non si muoveva più, a meno di non essere sradicato. Aveva bisogno di questo? Doveva essere divelta da lui? Perché nonostante sapesse le conseguenze, non riusciva ad allontanarsi? Doveva proprio rompersi la testa?

A quanto pare, questo era: possessiva, testarda, prendere o lasciare. Ma lei non voleva lasciare. Si aggrappava ai suoi brandelli di affetto, come se fossero l’unica cosa al mondo, come se fossero l’unica ragione dei suoi sorrisi improvvisi durante le tediose lezioni a scuola, come se fossero l’unico motivo per cui poteva essere felice, quando in realtà erano la sola ragione per cui piangeva la sera nel suo letto.

Non riusciva a capire come facesse a sopportare quelle montagne russe come se fossero la cosa più comune al mondo.

Tornò alla posizione iniziale, spalla contro spalla, nuovamente le mani ad un soffio di distanza. Iniziava ad avere caldo, i due corpi erano vicini, ma le loro menti in universi lontani.

 

Cinque minuti di silenzio.

Il discorso che dovevano affrontare aleggiava sopra le loro teste. Li guardava e li derideva. Li prendeva in giro, perché sapeva che non l’avrebbero mai affrontato seriamente: lei troppo fuori controllo, lui troppo razionale. Lui analizzava ogni situazione, lei appagava tutti i suoi desideri, senza pensarci troppo. Perché sapeva bene che se ci avesse riflettuto, anche solo per un secondo, si sarebbe distrutta con le sue stesse mani. Troppo tempo aveva passato a mordersi la lingua, a fermare i suoi passi, a cercare di non far tremare le mani.

Lei aveva troppo amore da dare, lui aveva troppa paura di spezzarle il cuore. Ma lasciò che gli prendesse la mano, stavolta.

La strinse così forte, come una bambina che non voleva far volare via il suo palloncino.

– Mi dispiace. – sussurrò con voce dolce lui, mentre incastrava le dita teneramente fra le sue.

 

Dieci minuti di silenzio.

Sembrava che lei si fosse addormentata, girata dall’altra parte, dandogli le spalle, ma con la mano ancora stretta nella sua. In realtà stava facendo di tutto per non piangere.

Le sue parole risuonavano nella testa vuota e piena allo stesso tempo, come una canzone che non si vuole ascoltare.

Sentiva una lama squarciarle lo stomaco, mentre il dolore saliva fino alla gola e le pizzicava il naso. Quello era il percorso di un cuore spezzato.

Continuava a sbattere gli occhi nell’inutile tentativo di non lasciare libera nessuna lacrima, ma non ci riuscì. Due o tre caddero sul cuscino, fortunatamente non viste.

Il ragazzo cercava di non pensare. In tutti i modi. Si faceva venire in mente canzoncine stupide oppure aneddoti divertenti, magari qualcosa da raccontarle per tirarle un po’ su il morale. Optò per la cosa più semplice, nonostante ciò non potesse fermare il suo continuo flusso di pensieri, anzi, forse lo faceva aumentare, come un fiume che straripa. Si girò verso di lei, cingendole i fianchi e tenendola stretta. Tremava un pochino e pensando avesse freddo, le coprì dolcemente le spalle con la coperta sotto la quale si rannicchiò quasi a proteggersi. In fondo, l’amava. E in fondo, anche lui aveva il cuore spezzato e si faceva tante domande. Perché l’aveva dovuta conoscere proprio in quel contesto? Non poteva essere un’altra ragazza? Avrebbe reso le cose molto più semplici e forse sarebbero stati due innamorati felici, forse i loro messaggi avrebbero avuto un senso. Aver visto i loro corpi avrebbe avuto un senso. Essersi scoperti avrebbe avuto un senso.

E chiese a Dio cosa avesse fatto di male per meritarsi una ragazza che avrebbe potuto dargli il mondo, ma che il mondo stesso gli proibiva di avere.

Il percorso di un cuore spezzato. Così l’aveva chiamato quello stupido magone che si sentiva quando si era tristi. Aveva dato un nome poetico a qualcosa che non si può spiegare bene, ma in fondo era come se fosse il suo talento: rendere bello ciò che non lo era.

In quel momento affliggeva anche lui e quasi come per alleviarlo, baciò con dolcezza la guancia della ragazza, sentendo con sorpresa le labbra bagnarsi.

– Non devi piangere per me! – esclamò, lasciandola andare e girandola verso di lui, mentre con preoccupazione si metteva seduto a guardarla.

– Non sto piangendo. – si difese subito lei, passandosi freneticamente le mani sulle guance e sugli occhi, come a voler nascondersi, ma non poteva. Non davanti a lui. Non come faceva con tutti gli altri. Lui le prese le mani in uno scatto d’ira. Avrebbe voluto addossarsi la colpa, avrebbe voluto prendersi tutti i suoi macigni e caricarseli sulle spalle, ma non poteva. E la sua parte razionale, che non stava mai in silenzio, gli ripeté che non era colpa sua.

Vide le sopracciglia della ragazza avvicinarsi e la labbra curvarsi verso il basso, tremanti, mentre lei continuava ad ostentare la sua forza, che si sgretolava sotto il suo sguardo serio.

– Non hai bisogno di essere un’altra con me. – disse il ragazzo ad un soffio dalle sue labbra. Lui lo sapeva. Non riusciva a capacitarsi di come la società potesse influenzarla in quel modo, una ragazzina di diciotto anni, eppure non poteva essere ciò che era. A lei piaceva ballare, a lei piaceva lasciarsi andare, ma gli altri non l’avevano mai etichettata come ragazza carina, quindi non andava in discoteca, nascondendosi dietro la scusa del “non mi piace l’ambiente”.

Voleva rifugiarsi dietro la maschera della ragazza forte, la ragazza che non aveva bisogno di nessuno per farcela, e ciò era vero, ma non era possibile ostentarlo in qualsiasi situazione.

Non ricevette alcuna risposta, se non uno sguardo fisso sul soffitto, pur di non guardarlo.

– Smettila. – sussurrò perentorio.

Finalmente lo guardò negli occhi. Le lacrime rendevano le sue ciglia ancora più scure e folte, gli occhi verdi brillanti.

Inspirava ed espirava a fatica, il suo respiro gli solleticava la barba rada e le labbra erano gonfie e rosse. Quante volte se le mordeva dal nervosismo e dall’imbarazzo. Aveva sempre paura di fare una cosa stupida, una cosa per cui l’avrebbero ricordata come una persona goffa e ciò non faceva che intenerire il cuore del ragazzo, perché era l’unico indizio evidente del suo dolore, di tutto ciò che aveva dovuto passare per la maggior parte della sua vita.

I respiri si calmarono, mentre la mano del ragazzo le accarezzava il volto e le scostava i capelli morbidi e bagnati dalle guance.

I loro visi erano a distanza troppo ravvicinata per non ricordare tutti i ritagli di tempo che si erano dedicati, nascosti dal buio di una casa vuota. Ritagli che non andavano più cercati, lo sapevano.

Loro sapevano tutto.

Sapevano che quel letto era troppo piccolo, sapevano che i loro momenti non ci sarebbero potuti più essere, sapevano che erano troppo lontani al di fuori di quelle lenzuola.

Loro sapevano tutto, ma decisero di ignorarlo, almeno quell’ultima volta. Si amarono disperatamente, si amarono per dirsi addio.

E finalmente il silenzio regnò nel loro mondo, facendo diventare i minuti, ore.


 

NON PIANGERE, NON TREMARE

di Gianluca Mariano

IV Liceo Scientifico – Istituto di Istruzione Superiore “Edoardo Amaldi”

 

PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2017-2018 - La premiazione di Gianluca Mariano

 

Il singhiozzio sommesso del caffè bollente che andava riempiendo il bricco della caffettiera distolse il professor Muccini dai suoi pensieri. Ne riempì una tazzina sino all’orlo, permeando l’intera stanza di quell’odore inconfondibile. Prese un cucchiaino con movimenti lenti ed austeri, lo immerse nel contenitore dello zucchero, racimolando quanti più granelli riuscissero ad entrare nella curvatura del piccolo utensile di metallo e poi li lasciò precipitare nella scura bevanda fumante. Con la fronte corrugata iniziò a sorseggiarlo cautamente, testandone il calore, per poi passare progressivamente ad ingoiarlo con sorsi sempre più abbondanti sino a terminarlo nel giro di pochi secondi; infine, prima di posare la tazzina nel lavello, racimolò col cucchiaino sul fondo lo zucchero che non si era disciolto, assimilandone tutta la dolcezza infusa con il sapore del caffè, che si era infiltrato tra un granello e l’altro. Ultimato il corroborante rito del caffè, si immerse nuovamente nei propri pensieri, esattamente lì dove li aveva lasciati. Stava organizzando mentalmente la propria giornata come faceva ogni mattina, di ogni settimana, di ogni mese. Scelse poi il completo grigio più adatto, al quale abbinò una delle tre cravatte a righe che custodiva sulla parete interna dell’anta del guardaroba. Indossò tutto e annodò la cravatta calibrando attentamente la lunghezza del codino. Con gli occhi ancora intorpiditi dal risveglio vicino, lanciò uno sguardo rapido all’orologio dell’ingresso: 6:58, due minuti di anticipo. Imbracciò il loden, calzò con vigore la coppola che fece scomparire in un solo colpo tutta la corta capigliatura brizzolata e, infine, afferrò la piccola e lisa ventiquattrore di pelle, logorata dal tempo che, senza vergogna, ne aveva asportato gran parte del rivestimento sulle estremità inferiori come sul manico. Volse nuovamente un’occhiata all’orologio alle sue spalle che ora segnava le sette meno un minuto. Prima di uscire, sfilò una penna dal taschino e, voltando pagina del mese sul calendario, fece per barrare la casella del giorno corrente, quando vide qualcosa che lo gettò nella totale irrequietezza. Un brivido gli corse rapido lungo tutta la schiena, gelandogli il sangue. Rimise la penna nel taschino senza staccare gli occhi dal calendario. Sulla casella del 2 novembre, che seguiva quella che avrebbe dovuto barrare, c’erano tre parole nere scritte in corsivo: torna da lei. Il professore rimase paralizzato ad osservare quella sentenza netta, tanto recisa quanto reticente: silenziosa. Torna da lei. Era dunque giunto il momento. Era arrivato il suo compleanno, il suo diciottesimo compleanno. Il professore quasi incosciente, stordito, guardò per l’ultima volta l’orologio, in cui le lancette continuavano inarrestabili la loro corsa, ora erano posizionate sulle 7:02. Il professore ricollocò lo sguardo intimidito sul calendario, su quelle parole. Deglutì a fatica, dopodiché chiuse gli occhi cercando di ricomporsi. Strinse con forza il manico della borsa e, con lo stesso braccio su cui era adagiato il cappotto, aprì il portone d’ingresso, uscendo e lasciandosi alle spalle quel calendario, quell’orologio, quelle tre parole. Passò tutta la giornata in un limbo, chiuso nel suo segreto colmo di paure. Non si sentiva affatto pronto, non ancora, era troppo presto. Perché doveva arrivare proprio ora quella maledetta casella?

Aveva vissuto sino ad allora in una perenne attesa, nella vana speranza che qualcosa fosse accaduto prima di quel giorno, che qualcuno lo avesse portato via: non avrebbe desiderato altro. Aveva vissuto aspettando seduto su una panchina nel parco il suo Godot che sembrava non dover mai sopraggiungere ed invece, in una qualsiasi grigia mattina d’inverno, quando ancora non erano scoccate le 7, quel signore era arrivato.

Era troppo presto, voleva continuare ad aspettare: magari c’era ancora tempo, magari sarebbe potuto ancora accadere qualcosa. Chi lo sapeva? Avrebbe anche dovuto comprarle qualcosa: non ci si presenta al compleanno di qualcuno senza un regalo. Tra l’altro erano anni che non tornava per vederla, che figura ci avrebbe fatto? Probabilmente sarebbe stato del tutto inopportuno presentarsi così, dopo tutto quel tempo, come se nulla fosse.

Quel giorno decise di camminare dalla scuola dove insegnava fino al suo appartamento: voleva riflettere. Cercò di camminare a passo svelto ma, non appena si mischiò tra la folla, dovette rallentare. Non aveva molto tempo da dissipare inutilmente per riflettere. La casella era sempre più opprimente, più insopportabile: ogni passo che faceva, quelle tre parole nere si avvicinavano di un metro. Come se non bastasse, ad aggiungersi c’era la lentezza di tutte quelle persone che ondeggiavano vacillanti, che gli impedivano di ordinare i pensieri. Chi intento a scrutare titubante qualche vetrina e chi invece a camminare dritto verso la propria direzione, facendosi largo energicamente tra la gente. Tutti avevano uno scopo, tutti, chi più chi meno, avevano una meta: ora, purtroppo, ce l’aveva anche lui.

Che cosa sarebbe cambiato se non ci fosse andato? Se non fosse tornato? A quelle persone di certo non sarebbe importato nulla, avrebbero continuato ad ondeggiare in quel modo così irritante qualunque decisione avesse preso. Era troppo presto.

Entrò nel suo appartamento estenuato, appese il berretto e il lungo cappotto all’appendiabiti, gettò la ventiquattrore a terra e, senza guardare neanche di sfuggita quel calendario, andò in camera, si distese sul letto e sprofondò in un sonno spaventoso. In quel sonno, come ogni altra notte, sognò casa sua, quella vera, per come se la ricordava.

Il professor Muccini aveva le labbra cosparse di polvere: la stessa che continuava a piovere dal soffitto. Era stordito, disorientato, a mala pena riusciva a tenere gli occhi aperti. Goffamente riuscì a portare il braccio destro al volto per liberarsi di quella polvere che gli impediva persino di respirare, sentendo alcuni frammenti di cemento più grandi sfregare dolorosamente sulle labbra, che gli procurarono più di una lacerazione. Iniziò in quell’istante a tossire, aveva le vie respiratorie ostruite da tutto quel pulviscolo che volteggiava nella sua camera. Non appena riuscì a prendere coscienza, notò che sul soffitto correva una crepa che continuava a farsi strada sempre più rapidamente. Venne avvolto dal terrore, si alzò di scatto dal letto e corse scalzo verso la camera di sua figlia. Aperta la porta, con gli occhi rigonfi, ansimando dalla paura, vide Bianca che continuava a dormire sotto il velo bianco della polvere che le cingeva le spalle. Non appena mosse un passo verso il letto della figlia ancora completamente assopita ed inconsapevole, la parete tappezzata di poster di Ligabue, quella che confinava con il palazzo contiguo, cedette all’improvviso e si trascinò con sé il pavimento di metà della camera, inghiottendo rapidamente il letto di Bianca e le urla strazianti del professore. Ogniqualvolta che chiudeva gli occhi, quel film veniva proiettato, si ripresentava ogni notte nella sua incommensurabile crudezza, senza venir meno mai ad un appuntamento, puntuale. Ricordandosi di non saltare mai quella scena, di non fermarsi mai prima della porta. Dopo, naturalmente, poteva seguire il risveglio. Eppure quella volta il sogno non si interruppe, proseguì, il professor Muccini non si risvegliò. Quella volta il professore uscì dalla stanza, lasciandosi alle spalle la voragine nella quale era sprofondato ogni suo desiderio, ogni sua speranza, ogni sua passione, ogni frammento del suo amore, ogni colore, facendo deflagrare una potente esplosione di indistinto grigio. Chiuse delicatamente la porta con fare lento e severo, si diresse verso le scale senza fretta, quasi come se fluttuasse, scese le scale prestando attenzione a non calpestare gli scalini che si stavano sgretolando. La pianta dei piedi nudi si stava ricoprendo di uno strato di polvere sempre più scuro e spesso. Aprì il portone di casa e si mise a camminare per strada. Neanche le grida strazianti e gli stridenti crepitii degli allarmi lo perturbarono, continuò a camminare stretto fra le sue spalle rigide coperte dalla camicia di notte. Aveva uno sguardo vuoto, fissava dritto davanti a sé. Continuò a muoversi austeramente tra i concittadini che gli correvano intorno. Alzò il capo ed iniziò ad osservare i palazzi che si stagliavano imponenti alle sponde di quella via, sembravano così massicci ed indistruttibili, saldamente ancorati gli uni agli altri, eppure tremavano e si sgretolavano come foglie secche. La nube di polvere aveva intanto ricoperto l’intera città e non cessava di espandersi. C’erano luci che lampeggiavano e ogni tanto si distingueva una scintilla. Due donne che piangevano strette fra le coperte strappate dal letto gli passarono accanto attirando la sua attenzione, le scrutò curiosamente inarcando le sopracciglia. Tremavano e piangevano, le lacrime gli solcavano il volto, facendosi strada tra la polvere e lasciandosi dietro la scia del loro percorso. È incredibile come le lacrime che bagnano un viso con la polvere si notino così tanto di più di quando invece è pulito. Le seguì con lo sguardo sino a quando non voltarono l’angolo, dopodiché si diresse verso la strada dove erano scomparse le donne, ristampandosi in volto quell’espressione di innocente curiosità, tutt’altro che morbosa, propria solo di un bambino quando vede qualcosa di nuovo e non riesce proprio a spiegarsene il significato. Si immise su via Cavour e tirò dritto verso la piazza dove gli sembrava di intravedere altre persone. Dovette superare un cumulo di macerie alto fino al suo ginocchio e, quando finalmente riuscì ad arrivare a piazza del Palazzo, la vista lo pietrificò. Centinaia di persone nelle stesse condizioni: piangevano e tremavano. Il pianto acuto dei bambini risuonava echeggiante come un allarme anti-bomba. Solo i lampeggianti delle gazzelle dei Carabinieri riuscivano a fendere il buio e la fitta foschia, ma anche il palazzo che doveva rappresentare lo Stato lì, in quel capoluogo da sempre dimenticato, anche lui, come tutti gli altri, aveva ceduto a quella notte priva di senso. Guardò a lungo ogni volto, ogni coperta, ogni storia. Si dice che nulla infonda più coraggio al pauroso della paura altrui, ebbene, il professore in quell’istante lì, tra centinaia di ombre, si ripromise che non avrebbe dovuto né piangere né tanto meno tremare o, perlomeno, non ancora.

La mattina la sveglia suonò puntuale, il professore mise la caffettiera sul fuoco e aspettò che bollisse. Una volta pronto, bevve il caffè sino all’ultimo sorso, racimolò i granelli di zucchero con il cucchiaino dopodiché ripose tutto nel lavello. Scelse il completo grigio più adatto, prese una delle tre cravatte a righe che custodiva sulla parete interna dell’anta del guardaroba e indossò il tutto. Quando si stava annodando la cravatta, calibrando accuratamente la lunghezza del codino, il professore si arrestò di colpo, guardò quella decorazione a righe diagonali e decise che in quel giorno il signor Muccini non ne avrebbe avuto bisogno, poteva farne a meno e dunque andò a riporla nel guardaroba. Imbracciò il loden, calzò con vigore la coppola, afferrò la ventiquattrore e, sfilandosi la penna dal taschino, barrò la casella del giorno corrente sul calendario. Senza controllare le lancette dell’orologio, uscì dall’appartamento.

Si mise in viaggio, per tornare e saldare la promessa.

Quel giorno non pianificò nulla, quel giorno mise in moto la macchina e viaggiò. Era tremendamente spaventato, terrorizzato da un futuro incerto che non poteva o non voleva pronosticare. Nonostante tutto, decise di celare ogni sua paura a se stesso e rimanere fedele alla propria promessa. La strada continuava intanto ad aggrovigliarsi su massicci vestiti di lunghi manti verdi dai quali affioravano vette rocciose che proteggevano le valli dal vento e dalle intemperie. Sembravano così maestose, ma ormai non si fidava più. Ad un tratto apparve dietro il suo parabrezza l’anziano re, l’indiscusso potente custode di quella terra che vigila ormai da millenni dalle sue creste frastagliate. Stanco e sofferente, ma pur sempre ligio al proprio dovere. Il Gran Sasso, l’unico al mondo che sia mai stato realmente in grado di sfidare il tempo ed esserne uscito vittorioso, nonostante le ferite. Era meraviglioso, non ricordava neanche più quando fosse l’ultima volta in cui l’aveva visto. Lo guardò un’ultima volta prima di immergersi nel buio delle gallerie che lo attraversavano. Il signor Muccini sapeva bene cosa l’avrebbe aspettato una volta uscito da quelle gallerie, venendo dal mare. La casella era arrivata e non poteva più attendere. La luce che decretava la fine della galleria comparve in lontananza, si intravedeva appena. Lo spiraglio però divenne sempre più insistente, quel piccolo bagliore indistinto ora era diventata una finestra luminosa, era difficile ignorarla adesso. Si iniziavano a scorgere le carreggiate, addirittura cominciarono ad intravedersi persino i guardrail, il soffitto curvo della galleria stava correndo velocemente nella direzione opposta a quella della macchina del signor Muccini, anche l’ultimo aeratore fuggì via. La galleria stava finendo, l’attesa stava giungendo repentinamente al suo epilogo accompagnata dagli ultimi lampioni sospesi e dalla segnaletica lampeggiante, gli ultimi a lasciarlo furono le braccia conclusive della galleria e, poi, definitivamente, il buio venne sopraffatto dalla luce che avvolse accecante l’abitacolo della vettura. Il signor Muccini si voltò alla sua sinistra: L’Aquila. Era tornato a casa. Malgrado ciò, la veduta della sua città, della città dove era nato e cresciuto, gli apparve come estranea, non era più in grado di riconoscerla. La sua città era diventata una foresta di metallo, abitata da alberi d’acciaio alti trenta o quaranta metri. Iniziarono ad affiorare dal nulla ricordi, storie, aneddoti, emozioni ma, soprattutto, incubi. Non era venuto per visitare la città, né tanto meno per vedere casa sua. Era tornato per un motivo ben preciso, tuttavia, la curiosità di rivedere quelle mura era diventata impellente. Posteggiò la macchina e si incamminò il più velocemente possibile verso casa, cercando, per quel che poté, di non guardare null’altro che la strada che calpestava. Non si vedeva nulla da fuori, l’impalcatura copriva tutto e poi quelle gru erano così dolorose da accettare, sarebbe stato persino disposto a pagare pur di vedere la sua palazzina senza a fianco quel dannato groviglio di lamiere. Questo pensiero gli ronzò in testa finché non trovò la soluzione. Quale miglior modo di non vedere la gru se non salirci sopra?

Parlò con il capocantiere e dopo un’ora di implorazioni e quattro banconote da 20€, riuscì ad ottenere un caschetto e due guanti.

Mano destra e poi mano sinistra, mano destra e mano sinistra, senza mai fermarsi, senza mai voltarsi. Il professore continuò ad arrampicarsi sulla scala che conduceva alla cabina della gru, seguendo l’operaio che lo precedeva come se ne fosse l’ombra. Man mano che saliva, l’orizzonte si allontanava sempre di più. Erano cinque anni che non rimetteva piede nella sua città dopo quella notte: dopo la notte. Mano destra e poi mano sinistra, senza esitare un momento. L’alitare del vento scandiva il tempo della sua ascesa. Aveva le braccia doloranti, le vene gonfie si ramificavano evidenti lungo il suo braccio. Era ormai giunto a metà altezza quando di colpo si arrestò per calzare meglio i guanti e far riposare le mani stanche. Rimase immobile qualche istante, ancorato alla fredda balaustra di acciaio che lo separava dal vuoto. Rimase a fissare l’orizzonte che si stagliava lì, davanti a sé, così sontuoso ed inarrivabile, tinto di quel tenue color roseo mattutino che abbracciava i raggi ambrati del sole. Strinse le lastre metalliche tanto al punto da arrestare la circolazione del sangue nelle mani, il freddo del ferro lo aveva pervaso sino al midollo. Rimase così, paralizzato a un centinaio di metri da terra, tanto in alto da riuscire ad accarezzare le nuvole. Assaporò ogni soffio d’aria che inalava, se ne riempì i polmoni fino a quando non ne fu sazio: racimolò tutto il coraggio che trovò dentro di sé e poi, lentamente, posò lo sguardo sulla casa sopra cui svettava la gru. Fissò quella frattura che la fendeva violentemente, una ferita che solo la calce e il tempo avrebbero potuto rimarginare, anche se la memoria incombente rendeva il tutto decisamente più difficile. Mai come in quel momento si sentì solo al mondo, annichilito: proprio nella città che gli aveva dato tutto e che poi, una notte, coadiuvata dalle tenebre, aveva provveduto a strapparglielo con disumana brutalità. Venne avvolto da una tristezza recondita, inaccessibile a chiunque altro, un dolore radicato in lui ormai da anni, nascosto sotto dozzine di vestiti grigi e cravatte a righe, nascosto sotto l’irrinunciabile routine, nascosto da una fuga durata cinque anni, interrotta solo dal diciottesimo compleanno dell’unica figlia che gli era stata donata. Il signor Muccini serrò le palpebre e lasciò scivolare il volto fra le mani, corrugandolo in un convulso singhiozzio. Si sentì vuoto, senza più nulla da dare, un vigliacco. Non aveva neanche avuto il coraggio di rimanere in quella città e ricostruirla, era fuggito voltandole le spalle. Quando i suoi occhi iniziarono a riempirsi di lacrime, il ricordo di quella piazza si insinuò preponderante. Non doveva tremare, non doveva piangere. Respirò profondamente cercando di riporre quel mostro che infuriava dentro di sé dove lo aveva stipato per anni, anche se ormai la sua impetuosità era cresciuta vorticosamente. Servì tutta la forza di cui disponeva, ma ne uscì esausto, lo stava divorando. Non avrebbe vinto un’altra battaglia di quel genere.

Guardò l’orologio sul polso, doveva andare, altrimenti avrebbe tardato all’appuntamento.

Quando era in viaggio aveva pensato per ore a cosa comprarle per regalo ed ora finalmente aveva le idee ben chiare, doveva solo passare a prenderla.

Bianca Muccini, nata il 2 novembre 1997 a L’Aquila e deceduta nella città natale il giorno 6 aprile 2009 alle ore 03:32 a causa di una frattura della colonna cervicale con conseguente arresto respiratorio, causato dal cedimento strutturale della sua abitazione durante un sisma di magnitudo 6,3. La lapide marmorea su cui era impresso il suo nome giaceva nel settore 3A del cimitero civile dell’Aquila, sulla seconda fila dal basso, accanto a quella del nonno paterno scomparso anni prima. La sua lapide era lucente, limpida, era la prima a farsi notare quando arrivavi e l’ultima che ti lasciava quando te ne andavi. I fiori erano sempre rigogliosi e raggianti, venivano cambiati ogni settimana. Il signor Muccini si avvicinò, si chinò davanti alla lastra e iniziò ad accarezzare la foto di sua figlia. In quell’istante, il mostro che era stato represso con la forza tante volte, reso dormiente dallo sforzo disumano di un uomo, tornò puntuale e questa volta Giorgio Muccini non cercò neanche di opporgli resistenza, si lasciò sopraffare. In quel momento quell’uomo pianse e tremò.

Il mostro, dopo aver combattuto con estrema ferocia per anni, conquistò la vittoria. Giorgio iniziò a sentire freddo, avrebbe desiderato una coperta lì con lui, avrebbe desiderato qualcuno al suo fianco, con cui sedersi e stringersi nella piazza. Pianse e tremò. Alla fine, dopo che il mostro aveva fatto sfoggio del suo trionfo nel modo più plateale ed ostentato possibile, Giorgio si avvicinò alla foto e le sussurrò una frase con la voce rotta dal pianto: “Dobbiamo andare, ti ho fatto un regalo”.

Asciugandosi le lacrime sul volto, si alzò e si allontanò, con un peso in meno.

Corse verso la macchina e la mise nuovamente in moto, doveva sbrigarsi oppure sarebbe arrivato tardi. Continuò a viaggiare nonostante si stesse facendo sera, era in ritardo. Quando finalmente arrivò, vide una grande folla che camminava. Parcheggiò la macchina e si unì agli altri. Tutti confluivano verso un prato, verso un palco. Giorgio passò i tornelli di sicurezza e anche lui entrò. Dopo aver mostrato il suo biglietto, lo rimise in tasca a fianco all’altro. Si lasciò trasportare dalle persone convergendo in un fiume sterminato. Ad un tratto il palco si illuminò e una grande scritta apparve sugli schermi: “Ligabue”. La folla lo acclamò con furore, applaudendo più rumorosamente che potesse. Era immerso in una infinità di persone che ondeggiavano vacillanti, che urlavano e applaudivano, che cantavano, che gli impedivano di ordinare i pensieri, di riflettere; tuttavia, ormai, non aveva più nulla a cui pensare: il mostro era stato debellato.


 

CASSIOPEA

di Federica Troise

III Liceo Linguistico – Istituto di Istruzione Superiore “Lucrezio Caro”

 

PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2017-2018 - La premiazione di Federica Troise

 

Cassiopea.

È così che i miei genitori hanno deciso di chiamarmi.

Dicevano che sarei brillata tra un centinaio di persone, come una stella. Lo capite? Cassiopea, come la costellazione.

Da piccola mi prendevano in giro per questo. Il mio nome era strano, diverso, ed io non desideravo altro che avere un nome normale. Da piccola mi piaceva chiudere gli occhi e immaginare di essere qualcun altro.

Quando ero triste mi chiamavo Sarah, una ragazza dai capelli rossi e gli occhi grigi, il suo sguardo era profondo, misterioso. Chiunque la incontrasse sul suo cammino sentiva la sua tristezza.

Quando ero felice diventavo Jessica, una ragazza dai capelli biondi e gli occhi blu come il mare. L’aspetto da ragazza frivola le dava l’idea di una persona felice, spensierata, sguazzava nella sua ignoranza come se fosse il suo unico pregio.

Poi arrivava Katy, quella curiosa. Lei e i suoi capelli castano chiaro erano semplicemente uguale agli altri. Davano un senso di normalità intenso a chiunque la incontrasse, facendo sentire ogni passante fuori posto.

Infinte c’era Natalie. Con i suoi capelli colorati e gli occhi verdi governava il mondo. Poteva farti innamorare con un solo sguardo o una piccola frase, anche insignificante, che usciva dalle sue labbra carnose. Era coraggiosa, autonoma, imbattibile. Adoravo indossare la sua maschera, crescevo parecchi anni in pochi secondi.

Ma poi mi ritrovai sola.

Mi ci vollero anni per capire che non sarei mai stata normale come Katy, felice come Jessica, forte come Natalie o espressiva come Sarah.

Ero semplicemente Cassiopea: una ragazzina. Vedevo il mondo girare intorno a me, senza capire dove mi stesse trascinando. Allora indossavo maschere che mi si avvicinavano di più.

A scuola ero Cassie, una ragazza simpatica e sempre onesta che non sbaglia mai un colpo.

A casa ero CasCas, da mio fratello. Innocente, autoritaria, ma allo stesso tempo pieghevole.

Poi, la sera, diventavo Cassandra per il mio blog.

Era diventata una sorta di ossessione per me.

Cambiavo sempre. Ormai lo avevo fatto così tante volte che avevo dimenticato chi era la vera me. Avevo perso la vera Cassiopea, in un miscuglio di personalità incomplete e perfette.

E per questo ero sempre alla ricerca di sentimenti, emozioni. Mi limitavo a sopravvivere, sentendo un vuoto dentro di me. Un vuoto incolmabile che ardeva nel mio stomaco, cercando di allontanarmi da quella routine di cose già fatte.

Ero un criceto dentro un’enorme ruota di plastica. Correvo dentro di questa, sempre più sfinita, ma non potevo uscirne o fermarmi. Stavo scappando da qualcosa, qualcosa di molto spaventoso e misterioso. Era come se sapessi che prima o poi mi avrebbe raggiunta, mi avrebbe presa tra le sue braccia e mi avrebbe stretta tra le sue mani, mi avrebbe portata in un limbo infinito di niente e disperazione.

Allora ho provato a fare qualsiasi cosa per allontanarmi da quella creatura spaventosa, che si trovava sempre un passo davanti a me.

Sono andata in un locale.

Vendevano alcolici, vendevano ragazze, vendevano droga, vendevano la libertà. Indossavo una maschera diversa ogni sera, come un’attrice che prima di ogni spettacolo cambia parrucca e vestiti di scena.

Avevo imparato cosa volesse dire arrivare fino all’ultimo bicchiere possibile, avevo capito cosa significasse combattere la paura degli sconosciuti.

Come arrivavo in un posto nuovo diventavo improvvisamente la preferita di tutti, la più divertente, la più diretta, la più emotiva, la più frivola e allo stesso tempo la più intelligente. Ero perfetta.

Riuscivo a raggiungere un livello di perfezione tale che ero arrivata ad odiarmi da sola. Odiavo la ragazza che mostravo al mondo, la ragazza che usciva la sera e faceva innamorare chiunque si ritrovasse sul suo cammino. La odiavo perché non ero io.

Così mi trasferii. Andai in una piccola città e mi ambientai subito. Ma ricadevo sempre nella stessa trappola. La vera “me” non piaceva al mondo. Era troppo felice, troppo strana, troppo emotiva, troppo tutto. Allora una sera, solo per una sera, sono tornata ad essere Jessica. Mi sembrò come se mi fossi rivestita dopo anni di pura ed imbarazzante nudità. Finalmente ho potuto indossare un cappotto in una tempesta di neve. Ho capito che, forse, era quello il mio futuro. Ero destinata ad essere quello che gli altri volevano che io fossi.

E la cosa aveva iniziato a piacermi.

Era diventata un’ossessione. Avevo iniziato a partecipare a corsi di recitazione, avevo un diario diverso per ogni ragazza che interpretavo, amavo descrivere la mia vita dal punto di vista di ognuna di quelle quattro ragazze. E nel frattempo imparavo qualcosa di diverso ogni giorno. La mattina mi svegliavo interpretando Jessica; il pomeriggio, durante le lezioni, mi trasformavo in Katy, avevo persino comprato un paio di occhiali per sembrare più intelligente. Quando uscivo con i miei amici diventavo Natalie, mi comportavo da pazza, iperattiva. Ero amata dal mondo ed io amavo lui.

Infine, la sera ero Sarah. I suoi occhi tristi riuscivano a far innamorare gli uomini e ad attrarli come mosche. Era bello vederli scappare la mattina seguente con lo spuntare d Jessica.

Le mie personalità erano come il sole e la luna. Appena tramontava una sorgeva l’altra. Ma avete presente quel pezzettino sfocato che si vede la mattina? Esatto. Era sempre stato così, rimaneva sempre un pezzo di quelle ragazze dentro di me. Ma come facevo a scoprire come stavo diventando? Come facevo a sapere che stavo cambiando? Che la vera Cassiopea diventava un’altra? Una notte me lo sono chiesto, volevo togliermi la maschera. Sono andata in bagno e mi sono guardata allo specchio. Eccola, Sarah era lì davanti a me. I suoi occhi tristi e attraenti mi colpivano come sempre. Mi sono sciacquata il viso ed eccola, Jessica che rideva di quello che stavo facendo.

“Perché non ci vuoi più?” Chiese Katy incuriosita.

“Te la stai facendo sotto vero?” Disse Natalie con il suo solito tono di sfida.

“Perché dovresti avere paura? Noi siamo te… Non puoi avere paura di te stessa,” Mi spiegò Sarah, “solo un pazzo ha paura fai se stesso e noi non siamo pazze” concluse Jessica.

Come facevo a saperlo? Non ero pazza? Chi ero io? Ero Jessica? Ero Sarah? Ero Natalie? Ero Katy? Come mi chiamavo? Cosa significa quella parola? Cassiopea.

Una costellazione.

È solo questo, una costellazione. Io non sono Cassiopea.

Non sono nessuna di quelle ragazze. Ma chi sono?

Sono pazza.

“Non siamo pazze!” Urlò Jessica dentro di me. La vidi nello specchio, riconobbi i suoi capelli color grano. Tutto dentro di me si rivoltò, sentii un vuoto allo stomaco, la paura smuoveva i miei organi come se si trattasse di un animale selvatico.

“Si invece sono pazza! Lo siamo tutte!” Urlai.

“Smettila di mentire! Se fossi pazza noi non esisteremmo” insisté Katy. “Infatti non esistete! Io… io devo farmi curare!” Urlai contro il riflesso di lei. “ Perché non ci vuoi più?” Chiese Sarah con le lacrime agli occhi. Io non dissi niente, rimasi in silenzio e mi limitai a guardare il mio riflesso nello specchio.

“Sai perché lei non ci vuole più?” Chiese Natalie guardando Sarah. “Perché lei non esiste, noi esistiamo ma lei no. È solo frutto della nostra immaginazione!” Urlò Natalie. “Lei non è pazza, lo siamo noi” e con furia diede un pugno allo specchio.

Dolore, la prima cosa che sentii fu il dolore alla mano.

Poi vidi il sangue uscirmi dalle nocche consumate e sbucciate, sgranai gli occhi non appena vidi tanti piccoli vetri ricoprire il pavimento.

“Tu non sei pazza, Cassiopea.” Disse Jessica, “Lo siamo noi” concluse Katy. Ed eccole che le vidi camminare tutte e quattro verso il balcone del mio appartamento. Le vidi prendersi per mano e guardarsi sorridendo. Jessica si girò verso di me.

“Ti unisci a noi?”

“Cosa volete fare?” stavo piangendo. La confusione regnava dentro di me facendomi pulsare la testa ormai pesante. La mia pelle si rizzò facendomi sentire una scia di brividi su tutto il corpo, brividi che andavano a bucare ogni mio poro.

“Vogliamo diventare normali, non vogliamo più essere pazze” spiegò la ragazza dai capelli color grano. “Vieni con noi e starai meglio” aggiunse poi Sarah.

Forse avevano ragione, forse era l’unico modo per sentirmi meglio. Guardai i pezzi di vetro per terra e realizzai di quanto tutto quello fosse reale, di quanto io fossi impazzita.

Ricordo si essermi asciugata gli occhi con la manica della lunga felpa che indossavo, ricordo si essermi alzata in piedi e ricordo di aver stretto la mano di Natalie. Poco dopo ci ritrovammo tutte per mano, sedute sul cornicione del balcone che affacciava sulla strada. Solo quando l’aria fredda colpì il mio corpo realizzai che non era quella la fine che mi spettava. Non volevo farlo.

Avevo paura della caduta, avevo paura del vuoto.

Ma lo stesso non ho lasciato la mano della ragazza dai capelli colorati. Chiusi gli occhi e mi godetti quel momenti di completa solitudine, quando un singhiozzo interruppe i miei pensieri. Era Sarah, le lacrime rigavano le sue guance. Lacrime appuntite come coltelli.

“Io… io sono te, Cassie. Io sento che tu sei triste, che non vuoi che tutto questo finisca.” Si asciugò una lacrima e tornò a guardare davanti a lei.

“Io sento la tua felicità all’idea di essere libera” aggiunse Jessica.

“Io sento la tua curiosità, una costante dentro la tua testa che studia la situazione in ogni minimo dettaglio” Katy.

Ma c’era solo una persona che fino a quel momento non aveva parlato. “Cosa senti tu, Natalie?”

“Paura, Cassiopea. Hai paura, paura del dopo, paura del prima”.

Mi girai a guardarla e lo vidi nei suoi occhi, vidi il gelo del mio passato, il nulla che mi ha preceduta, il tutto che non ho mai avuto.

“Salta Cassie, salta e tutto sparirà”.

Alzai lo sguardo e la vidi. Cassiopea. Lei mi guardava dal cielo, Voleva essere raggiunta da me. Voleva che io tornassi ad essere lei, una costellazione. Io non sono mai appartenuta a questo posto. La piccola Cassiopea è stata uccisa da quelle quattro ragazze che impersonificavo ogni giorno.

E allora finalmente sentii il coraggio scorrermi nelle vene. Lo sentivo circolare insieme ai miei pensieri, distorcendo le immagini davanti a me. Lasciai andare il corpo in avanti e mi abbandonai alla luce delle stelle che regnavano imponenti su di me. Le luci si mischiarono al nero mostrandomi chi sono veramente.

 

Cassiopea.

È così che i miei genitori hanno deciso di chiamarmi.


 

TUTTO VIVE E SI MACERA IN SÉ STESSO

di Francesca Pietrangeli

III Liceo Scientifico – Istituto di Istruzione Superiore “Biagio Pascal”

 

PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2017-2018 - La premiazione di Francesca Pietrangeli

 

“Tutto vive e si macera in sé stesso’
(Cesare Pavese)

 

La solitudine mi ha seguito tutta la vita; si è seduta come un piccolo ometto sulla mia spalla dal momento in cui quell’uomo si presentò alla mia casa. Mi ha parlato nell’orecchio e la sua voce raggiunge la mia mente, riuscendo a controllarla e a fare ciò che non vorrei fare: evitare le persone.

Con la mia famiglia vivevamo in campagna in prossimità di un villaggio, avevamo un grande terreno dove coltivavamo ogni tipo di ortaggi, frutta o alberi. Non eravamo ricchi, ma grazie ai nostri prodotti riuscivamo a guadagnare abbastanza da poter fare una vita decorosa. Una sera d’inverno, mentre fuori imperversava una bufera di neve, sentimmo bussare alla porta. Mio padre andò ad aprire e sull’uscio si presentò un uomo misterioso. Non si vedeva il volto: la barba grigia, cosparsa di neve, crespa e lunga fino alle alla pancia, lasciava scoperti solo gli occhi. Erano di un celeste acceso, sembrava di perdercisi dentro. Per un attimo, mi sentii gelare l’animo.

La testa era coperta da una pezza rovinata che arrivava fino al mento. Una mantella lunga e sottile ricopriva il suo gracile corpo. Sembrava non mangiasse da giorni. Aveva legata intorno al torace una grossa bisaccia; sembrava essere l’unica cosa che portasse con sé. Mi preoccupai quando vidi i suoi piedi nei sandali neri che indossava: avevano assunto un colore bluastro. Aspettavo solo che chiedesse di entrare per dargli modo di riscaldarsi come si deve. Quell’attesa sembrava infinita, o forse a me lo è sembrata.

Finalmente lo straniero disse: “Chiedo venia, avrei bisogno solamente di un pasto e del calore per poco tempo, avendo perso la via del mio pellegrinaggio.”

La sua voce era roca e profonda allo stesso tempo. Guardai mio padre e vidi che osservava l’uomo con diffidenza; era diventato scuro in viso, i suoi occhi erano due fessure. Mentre l’uomo parlava, mio padre aveva appoggiato la sua grossa mano sull’ascia attaccata al muro accanto alla porta. Ero dietro di lui e appena me ne accorsi misi la mia mano sulla sua, stringendogliela. Si girò e mi lanciò uno sguardo prima di rimprovero e poi interrogativo. Io ricambiai, annuendo in modo rassicurante. L’uomo aveva notato il netto contrasto tra me e mio padre ed ora stava lentamente indietreggiando.

Mi avvicinai all’uomo che aveva parlato in quel modo insolito e guardandolo negli occhi magnetici, color ghiaccio e oceano, lo presi per la mano sinistra ormai congelata. Stavamo per entrare dentro casa quando mio padre mi disse: “Ma che fai Jane?”. Risposi che non potevamo girare la testa dall’altra parte di fronte a una situazione simile. Quell’uomo aveva bisogno di aiuto e se la mia famiglia non era disposta a darglielo, l’avrei fatto io.

Condussi l’uomo davanti al camino dove c’erano anche mia madre e mia sorella minore. Anche loro si stupirono alla vista dell’aspetto dell’uomo. L’ospite mi guardò; si inchinò alle due donne e cercando consenso in un mio gesto si sedette davanti alla fonte di calore. Sentivo di averlo già conosciuto: i suoi modi, le sue parole, era come se si fossero insediate nella mia mente tempo prima per riuscire solo in quel fatidico giorno di tempesta.

Mi recai in cucina, per preparare la cena. Mio padre mi raggiunse e mi chiese perché non avessi obbedito. Gli dissi ciò che avevo sentito: avevo capito che non c’era niente di maligno in quell’uomo e che, anzi, avevo percepito in lui una potente aura positiva. Mio padre si tranquillizzò, sapeva che avevo sempre avuto una specie di sesto senso.

Preparai la cena, apparecchiai la tavola e chiamai tutti. Mia madre e mia sorella erano rimaste in salotto con l’ospite. Credo non avessero parlato per tutto quel tempo. Tutti vennero in sala da pranzo; preparai un piatto a parte e mi sedetti. L’uomo stava per sedersi quando si fermò, come se fosse stato bloccato da un’entità invisibile. Si guardò intorno; l’attenzione era tutta rivolta a lui. Dopo un lungo silenzio disse: “C’è della sofferenza tra queste mura.”

Il suo sguardo si scontrò con quella di mia madre, la guardò intensamente come se le dovesse leggere nella mente, si portò la mano destra alla bocca e disse: “È il vostro primogenito a dover subire questa grave malattia?”

Mia madre, sconvolta dall’affermazione dell’uomo che non poteva sapere della presenza di una quinta persona nella casa, disse di sì; aveva una terribile febbre da ormai più di sette giorni. A questo punto l’uomo si fece spazio liberando dalle stoviglie la tavola apparecchiata. Tirò fuori dal mantello la bisaccia, da cui non si era separato fino a quel momento ed estrasse un involto che, una volta aperto, rivelò contenere rametti, erbe, pietre colorate e bacche. Ne scelse alcune con grande cura, dopo di che estrasse un coltellino e iniziò a triturarle finemente. Fatto questo mi chiese di dargli un pentolino dove mise tutto il composto. Prese la caraffa e versò dell’acqua dentro il pentolino. Si avvicinò ai fornelli e mise il pentolino sopra al fuoco. Tutto questo avvenne in un silenzio assoluto; eravamo come spettatori che assistono ad uno spettacolo di magia. Quell’uomo riusciva a creare una tale atmosfera come se non sentissimo più la presenza della gravità. Nessuno aveva avuto voglia di interrompere quel momento.

Il composto andò in ebollizione. Lui spense il fuoco e versò il tutto in una tazza. Disse a me e mia madre: “Bisogna che il giovine assuma questo prodotto. Ora.”

Mia madre prese la tazza e si recò alle scale. Io la seguii. Non ero sicura dell’effetto che avrebbe dovuto avere quell’intruglio, ma speravo che avrebbe aiutato mio fratello maggiore. Entrammo nella stanza di Baan. Stava dormendo e si muoveva nel sonno, forse stava avendo un incubo. Ci avvicinammo e lo svegliammo. Si tirò su di scatto e lanciò un urlo agghiacciante, come ormai faceva da una settimana ogni volta che si svegliava. Gli porsi la tazza e gli dissi di berla; lui senza opporsi la prese e la bevve. Io e mia madre lo guardammo aspettandoci scioccamente una reazione immediata, ma dopo qualche minuto Baan era già ricrollato nel suo torpore. Mia madre lo guardò con la dolcezza che solo una madre può provare verso il proprio figlio. Al che una lacrima scese dal mio volto; non riuscivo più a sopportare la grave situazione in cui si trovava Baan. Prima che mia madre potesse accorgersi del mio “momento di debolezza”, mi asciugai il viso e le feci un gran sorriso mostrandole tutti i denti; deve esserle sembrato molto finto. Ricambiò e il suo volto, ormai invecchiato senza comunque aver perso la bellezza di un tempo, brillò di una luce di speranza. Speranza per Baan, per la sua guarigione.

Tornammo a tavola, l’uomo ci guardò sorridendo. Ora che si era tolto quella pezza sgualcita si vedeva bene metà del suo volto. Non riuscivo bene a capire la sua età, aveva l’aspetto di un ragazzo, ma la sua voce e i suoi modi facevano pensare più a un anziano.

Con quel suo strano modo di parlare ci raccontò del suo viaggio. Disse che per esercitare il ruolo che gli era stato destinato da sempre, doveva cambiare luogo continuamente. Doveva osservare il mondo da una prospettiva che in pochi conoscono, doveva conoscere la gentilezza e l’amore, ma anche la cattiveria e la guerra.

Ad ogni domanda di ulteriore chiarimenti rispondeva: “Sono affari che pochi possono comprendere.” A ripensarci ora, il suo discordo dovrebbe esserci risultato strano, ma invece ebbe l’effetto contrario. Ci coinvolse particolarmente. Io ascoltavo ogni sua parola come fosse una dolce e acida melodia di cui non mi sarei mai stancata.

Sul finire della cena sentimmo dei passi scendere le scale, ci voltammo preoccupati pensando che fosse entrato qualcuno in casa. Ma con gioia scoprimmo che alla porta, in piedi e con un sorriso che andava da un orecchio all’altro, c’era Baan: “Mamma ho un po’ di fame.” Disse e si grattò la testa.

Ci alzammo tutti e lo andammo ad abbracciare, era davvero tanto tempo che non si alzava e che non sembrava così vivo. Passata la sorpresa guardammo tutti automaticamente l’uomo. Stava seduto al tavolo e guardava con un sorriso compiaciuto il suo piatto vuoto. Alzò la testa per guardarci a sua volta. Io corsi da lui con l’intento di abbracciarlo ma mi bloccai due secondi prima, lì in piedi ferma davanti a lui. Cominciai a piangere e lo ringraziai. Tutti gli altri fecero altrettanto. Anche Baan, una volta capito che quello era l’uomo che l’aveva curato, lo ringraziò.

Quando stavamo per andare a dormire, mio padre disse all’uomo di volergli concedere una stanza. L’uomo rifiutò dicendo che non trovava consono dormire dentro le mura domestiche e che avrebbe preferito dormire nelle stalle. Io provai a insistere, ma lui non volle cambiare idea.

Lo accompagnai nelle stalle, poco prima di entrare mi diede in mano uno specchietto che teneva nella bisaccia. Era uno specchio da borsa ricoperto di argento sul manico e sui bordi. Lo girai e dietro era inciso un simbolo.

Lo guardai confusa, aspettando una spiegazione. Disse: “Ti dono questo mio oggetto caro per ringraziarti della tua bontà di cuore. Come puoi vedere, dietro di esso è intagliato un simbolo: è il triskèll. Raffigura da danza ciclica della creazione. Ti regalo con esso la vita eterna che manterrà la tua bellezza interiore ed esteriore. Se deciderai di guardarlo da davanti, perderai il tuo potere e la vita, finendo a far parte di quel mondo opposto a questo. Se invece sceglierai di guardare la parte dietro, una volta conosciuto il suo significato, ti sarà tutto chiaro; saprai cosa fare”.

Non capivo. Gli chiesi: “Cosa significa che perderò la vita? È forse una maledizione?” “No. Si tratta di un’opportunità che io ti sto concedendo. Scoprirai il grande potere che anche io ho. Se non sarai in grado di mantenerlo, o non vorrai farlo, dovrai guardare il tuo volto nello specchio, e in poco tempo svanirai”.

“Scusami, ma ho difficoltà a comprendere. Aiutami a capire”.

“Non ce n’è bisogno. So che lo capirai da sola”.

“Quindi non potrò mai più specchiarmi? Arriverò a dimenticarmi di come è fatto il mio volto?”.

“No. Potrai specchiarti ovunque, tranne che in questo specchio”.

Girai lo specchio nelle mie mani, e guardai il mio volto riflesso in esso. I capelli rossi crespi si avvolgevano attorno il viso fino a raggiungere le mie spalle. Da bambina me ne vergognavo poiché alcune persone del villaggio mi dissero che i capelli di questo colore appartengono ai figli del Male; piansi per tanto tempo finché non trovai conforto nelle parole di mia madre, da cui avevo ereditato il colore dei capelli. Mi disse che questi appartenevano a donne con poteri guaritori di tempi antichi provenienti dai regni dell’Irlanda, il luogo dei sogni e della magia.

Il nero dei miei occhi era la prima parte del viso a risaltare, di quel colore scuro così intenso da poter incantare chiunque si imbattesse in questi. Le lentiggini marrone chiaro ricoprivano tutto il naso e le guance paffute.

Alzai lo sguardo e guardai l’uomo, ero convinta che avrei capito il messaggio. “Sono sicuro che tu sia la persona giusta”.

Annuii, stringendo lo specchio al mio giovane petto. Capii l’importanza di quel dono, dopo aver letto per un’ultima volta il suo significato negli occhi gelidi e caldi dell’uomo. Rimasi rapita per qualche secondo, mantenendo il suo sguardo. Poi l’uomo, rivolgendomi un inchino, entrò nelle stalle. Mi salutò e chiuse le porte. Tornai in casa e trovai mio padre in cucina, seduto al tavolo con una bottiglia di vino davanti a lui. Sorrideva compiaciuto. Mi avvicinai per dargli un bacio e gli diedi la buonanotte. Salii al piano di sopra, aspettavo soltanto di poter rivedere mio fratello. Entrai nella sua stanza; stava leggendo un libro che aveva appena iniziato. Questo mi rallegrò, era davvero tornato come prima. Mi guardò e presa alla sprovvista corsi da lui e lo abbracciai.

“Ma che ti prende Jane? Sembra che non mi vedi da giorni!”

“Già…”.

Decisi che sarebbe stato un mio segreto, lui mi aveva fatto capire che era una cosa che avrei dovuto comprendere da sola.

Passarono giorni, mesi, stagioni, anni. I miei genitori non c’erano più. Mia madre in punto di morte mi confessò: “Cara sono anni che tu mantieni il tuo bel viso, mentre i nostri invecchiano sempre di più. So che è successo qualcosa quel giorno in cui l’uomo salvò tuo fratello e ho sempre rispettato il tuo non volerne parlare. Non ne comprendo il senso ma spero solo che non ti privi della felicità. Ti voglio tanto bene bambina mia.”

Mio padre volò via molto tempo prima di mia madre; soffrimmo tutti così tanto. Lasciò un vuoto nei nostri cuori, non meritava di morire così presto, noi avevamo ancora bisogno di lui. Era sempre stato il nostro protettore. E ho sempre avuto la certezza che abbia continuato a vegliare su di noi dal paradiso.

Mio fratello Baan si era sposato e si era trasferito con la moglie e i figli.

Vissi con mia sorella Elaine per anni. Ma quando cominciò a raggiungere la mia età, nel villaggio iniziarono a girare strane voci sul mio conto e negli occhi degli abitanti vedevo diffidenza e paura, capii che era giunto per me il momento di andarmene.

Iniziai a vagare di città in città, di paese in paese come una vagabonda. Non sapevo quale era la strada giusta e non capivo quale era la mia meta. I miei vestiti cominciavano a rovinarsi, soffrivo il freddo e il caldo. Non potevo contare su nessuno, ero io e il mondo. Iniziai a conoscere la natura, i suoi processi. Imparai ad usare le erbe e a capire il linguaggio degli animali.

Portavo sempre con me lo specchio e a volte provavo la fortissima tentazione di specchiarmici dentro. Resistevo a questa debolezza perché avevo promesso a me stessa che sarei stata in grado di capire quale fosse il messaggio. A volte mi chiedevo se tutto ciò non fosse davvero una maledizione. Ero stanca e cominciavo a dimenticare le mie emozioni e i sentimenti. Per troppi anni vissi senza aver relazioni con altre persone.

Durante il mio infinito cammino, un giorno in una foresta mi imbattei in due uomini. Uno era alto e muscoloso e l’altro mingherlino. Avevano degli sguardi ostili e avevano tutti e due in mano un coltello. I miei piedi cominciarono ad avanzare ma non ero io a controllarli. Mi sentivo in uno stato di trance. Mi stavo avvicinando sempre di più, cercai di bloccarmi. Camminavo verso di loro, ma i due uomini non si giravano a guardarmi. Ero in mezzo ai due, ma loro non mi vedevano. Guardai in basso… Non avevo più un corpo, ciò che vedevo era solo il prato. Mi sentii sovrastare da uno stato d’ansia, il mio cuore cominciò a battere più velocemente. Cosa stava succedendo? Prima che potessi accorgermene la mia mano invisibile si stava allungando verso l’uomo muscoloso che fissava l’altro uomo aspettando qualche sua mossa. Raggiunsi il suo petto e la mia mano lo strinse. Non sapevo perché ciò stesse accadendo, ma prima che potessi almeno pensarci, l’uomo gracile corse verso l’uomo muscoloso. Passò attraverso il mio corpo e percepii, in una frazione di secondo, tutti i suoi sentimenti e le sue paure. Provava terrore ma c’era una persona per cui provava infinito affetto che lo attendeva e ciò infondeva in quest’uomo una grande quantità di coraggio. In un secondo, egli trafisse il petto dell’uomo che avevo appena toccato. Questo allungò in uno scatto la mano e contrattaccò colpendolo nella coscia ma poi cadde a terra, era sconfitto e lo sapeva. Il sangue cominciò ad uscire e non si fermava più. Loro davvero non riuscivano a vedermi.

Mi avvicinai all’uomo a terra. Era stata colpa mia: io l’avevo toccato e poco dopo era lì, morente. Le lacrime calde e colpevoli mi rigarono il viso, chiedevo perdono ma egli non poteva udire le mie parole. Anche lui singhiozzava; io lo presi tra le braccia cercando di fargli capire che ero lì, ma invano. Quando lo toccai per la seconda volta riuscii a sentire le sue emozioni. Queste si tramutavano nella mia mente come tante vocine che mi parlavano. Era triste, non avrebbe più potuto rivedere suo figlio per cui provava affetto. Questo sentimento si tramutò poi in speranza, speranza di poter far riposare la sua anima in pace. Sapeva di aver fatto cose terribili nel corso della sua vita, ma con il tempo era diventato un uomo migliore.

Piansi perché non poteva vedermi e non poteva perdonarmi. Avevo paura che ciò avrebbe segnato la mia vita eterna e che sarebbe diventato un rimorso di cui non mi sarei mai liberata.

Alzai lo sguardo e vidi che il vincitore dello scontro era accasciato per terra a pochi metri da dove l’uomo per cui piangevo era morto. Stava gridando per il dolore e con le mani stringeva la coscia ferita. Senza volerlo, un’altra volta, le mie gambe cominciarono a muoversi verso di lui. Ma questa volta l’uomo, girato verso di me, sbarrò gli occhi e disse: “Oh Signore, una persona! La prego, signorina, mi aiuti.”

Mi bloccai. Mi vedeva! Senza neanche rispondergli, corsi verso la pianura lì vicino e cominciai a strappare dei fiori, presi dei rametti di specifici alberi e tornai davanti a lui. Buttai tutto il composto in una ciotola che portavo con me e feci fuoco con due pietre. Misi dentro della terra e impastai il tutto. Gli feci aprire la bocca e gli feci ingerire l’intruglio. Una volta ingerito appoggiò la testa al suolo e sospirò.

Io ero lì ad aspettare una qualche reazione, impaziente. Dopo qualche minuto l’uomo si alzò e, come se si fosse svegliato da un bel sogno, si guardò intorno con un’espressione tranquilla. Il suo sguardo arrivò a me e si fermò. Aprii la bocca per dire qualcosa ma mi resi conto che non avevo la più pallida idea di come dovermi comportare. Lui continuò a guardarsi in torno come se non ci fossi. Ero di nuovo invisibile. Scacciai via questo pensiero e cominciai ad urlare contro l’uomo: “Signore! La prego mi dica qualcosa! Lei mi può vedere vero?”

Sperai in una sua risposta ma l’uomo si alzò in piedi. La sua coscia era completamente guarita, non vi era traccia di sangue. Provai a toccarla ma la mia mano, ora visibile solo a me, passò attraverso il suo corpo. L’uomo si incamminò dicendo: “Accidenti, devo aver sbattuto la testa da qualche parte e devo essere svenuto. Spero proprio che Margaret non si sia preoccupata.”

Sentii l’impulso e il desiderio di seguirlo. Camminò per una mezz’ora fino a che non arrivò ad una casetta. Entrò, io mi fermai fuori. Appena entrato, una donna gli corse incontro abbracciandolo. Guardavo la scena da fuori la finestra. Subito dopo gli mollò uno schiaffo e urlò che l’aveva fatta preoccupare. Non capivo, avevo dimenticato cosa si può provare per un’altra persona. Poi la donna lo strinse a sé più forte di prima e lo riempì di baci. Quello era l’amore: un’altra vocina che mi parlò e rispose alla mia domanda. Sentii un calore interiore che mi scioglieva, forse stavo capendo qualcosa.

Per colpa mia un uomo era morto ma grazie a me un altro era vivo ed era tornato a casa da sua moglie. Ho avuto il potere del fuoco che distrugge una foresta e con essa ogni forma di vita, ma sono stata anche in grado di salvare e aiutare un essere ferito. Cosa significava? Era forse questo il potere di cui parlava quell’uomo dagli occhi di ghiaccio?

Sentii una presenza, il rumore delle foglie muoversi intorno a me. Guardai in basso e vidi dei germogli spuntare dalla terra, alzarsi e sbocciare in fiori velocissimamente. I miei piedi ora erano sopra tutti questi bellissimi fiori colorati e di ogni tipo ma dopo qualche secondo, il tempo di stupirmi, questi cominciarono a perdere colore e ogni petalo, per poi rinsecchire e diventare polvere. Ero stata io, un’altra volta ero stata in grado di fare qualcosa di soprannaturale inconsciamente.

Sentii il vento spingermi in avanti. Girai la testa e vidi lui. L’anziano dall’aspetto di un giovane. Sbarrai gli occhi.

“Vedo che finalmente hai capito. Questo è il mio ruolo e quello è il mio potere. Ho il dovere di creare e dare nascita alla vita e il compito di distruggere e porre fine a essa. A volte è doloroso e triste ma allo stesso modo può regalarti gioia. Del resto, ogni uomo su questa terra prova le stesse cose, solo che loro non lo sanno. Mi sono sempre sentito solo e cercavo qualcuno che avesse voglia e le abilità per stare con me e svolgere questo piacevole ma amaro lavoro. Ora che hai compreso spero che sceglierai di seguirmi.”

Era passato così tanto tempo e adesso riconoscevo quel vuoto dentro di me: era la solitudine. Questa mi ha seguito per tutta la vita sedendosi sulla mia spalla come un piccolo ometto, compromettendo la mia mente e costringendomi a soffrire. Alla sua presenza in quel momento scoppiò dentro di me la felicità, riconoscevo anche questa.

“Accetto.”

Prese la mia mano e tramite il tatto mi fece viaggiare in tutti i luoghi del mondo, dall’Asia all’America e guardandoci negli occhi potei annusare ogni odore di fiori, persone, cibo e sentimento. Ora sapevo. Strinse la mia mano e io feci altrettanto.

I due pellegrini, guaritori e assassini, lasciarono quel posto per andare in altri mille ad aiutare e a porre fine al corso delle cose.


 

L’ULTIMA VOLTA

di Eugenio Centamore

IV Liceo Scientifico – Istituto di Istruzione Superiore “Bertrand Russell”

 

PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2017-2018 - La premiazione di Eugenio Centamore

 

Mi avevano detto di aspettare, e così aspettai. Là, nella sala d’attesa, le pareti e le sedie vuote emanavano uno strano senso di gravità, reso più pesante dal greve odore di disinfettante e dalla luce fredda delle lampade lungo tutto il soffitto del corridoio. Me ne stavo seduto, solo. E pochi istanti prima tutto ciò mi era estraneo. Stavo guardando un vecchio film in tivù, sul divano, senza riuscire a prender sonno. Il vento fuori fischiava. Mi fermai ad ascoltare. Poi all’improvviso la chiamata arrivò. La voce dell’infermiera fluiva chiara attraverso il telefono, eppure quelle parole in me faticavano ad assumere consistenza. La chiamata s’interruppe, e solo allora mi riscossi. Un timor pànico mi colse. Ma non c’era tempo. Dovevo correre. La notte era gelida, graffiava le guance e bruciava le dita, e io l’attraversai senza più fiato. L’angoscia me l’aveva strappato via insieme ai pensieri, riducendomi a un corpo che smaniava per conoscere l’irreparabile. M’accòrsi che la luna era lì, nonostante tutto. Brillava indifferente, sospesa. Ricordo la mia rabbia nel vederla continuare a esistere mentre la cosa più importante che avevo stava per abbandonarmi. Dentro l’ospedale le mie dita congelate si contorcevano nell’ansia dell’attesa. Le guardai. Erano mani ancora giovani dopotutto. Le sentii farsi deboli. Un ricordo si fece strada nella mia mente sconvolta. Le mani morbide di mia madre scivolavano verso il mio volto nell’atto di accarezzarmi. Io crudelmente mi scansai. Allora il petto lo sentii come schiacciato da un peso, e la gola mi si strinse in un nodo, proprio in quell’istante, mentre la vedevo voltarsi umiliata. Non è stato solo una volta. Durava la sera parecchio tempo, d’estate, quella di pochi anni fa, la stessa in cui decisi di prendere i mie libri, i vestiti e andare via. La abbracciai. Mi disse che le cose si sarebbero aggiustate, che se volevo potevo restare. Ma io non potevo cambiare, lo sapevamo entrambi, e l’avrei delusa di nuovo, con qualche parola inappropriata, un gesto inconsulto, un commento. Avevo già preparato tutto. Doveva andare così. E comunque no, non era affatto un addio, non era nemmeno un arrivederci. Restava la madre che da sempre mi prepara il pasto quando sono affamato. Poi sono successe tante cose. Era ieri, mi sembra, che mi ha chiamato al telefono per dirmi del compleanno di papà. Voleva me ne ricordassi almeno stavolta. Non abbiamo parlato molto. L’ho lasciata adducendo una scusa stupida, e non le ho detto che le volevo bene. Se ci penso credo di non averle mai detto una cosa del genere. Forse un tempo, da bambino, mi riusciva più facile. Forse sono cresciuto troppo in fretta e il mio cuore si è indurito. L’ho vista soffrire spesso per la mia freddezza. Quante volte ha temuto che la odiassi. Ma non l’ho mai odiata davvero. Le volevo bene. Le voglio bene adesso e sempre sarà così, anche se non trovo la forza per dirglielo. Basterebbe superare la vergogna che mi trattiene. Ma lei non sa; come anche non sa che l’affetto non è solo questo. Voler bene non significa dimostrarlo, è una condizione che può farne a meno. Ma ella ha bisogno di prove. Si aspettava un figlio sempre disposto a prodigare abbracci e baci e parole affettuose. Forse proprio per questo voleva un figlio, per sentirsi amata. Càpita. Nasci perché qualcuno spera di poter essere felice, e crede sia giusto così. Credo che nonostante tutto, non potrò mai odiarla. Restai seduto su quel dannato seggiolino senza poter sapere cosa succedeva. Nessun dottore in giro, nessuna infermiera. L’ospedale sembrava svuotato. Sfregai le mani l’una contro l’altra nel silenzio per scaldarle un po’. Ripensai a tante cose e sentii di stare per piangere. Ma le lacrime non vollero venire fuori, parevano congelate dentro dal freddo di quella notte. Al di là della finestra, illuminata dalla luce morbida di un lampione, la neve aveva iniziato a cadere leggera. Mi avevano detto di aspettare, e così aspettai. Ma intanto di là, dentro la camera operatoria mia madre moriva senza che io le avessi detto per l’ultima volta che le volevo bene.


 

UNA DOMENICA

di Elena Licitra Rosa

V Liceo Classico – “Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II”

 

PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2017-2018 - La premiazione di Elena Licitra Rosa

 

“Non c’è niente di più elevato, di più forte, di più sano e di più utile nella vita che un bel ricordo”
M. Dostoevskij

 

Mancano tre numeri. Cammino lungo rue Saint Denis con gli occhi incollati al muro, scorrendo i dispari. Finalmente, 163, cosa vuoi fare adesso? Aspiro forte la mia sigaretta e la lascio andare per strada, insieme a molte altre, calpestate e spente. “Impulsiva e irresponsabile, prende decisioni avventate e spesso non ne calcola le conseguenze” ; rido, come si ride davanti a una foto in cui si è venuti male. Ci vuole un bilancio veloce della situazione, cosa pensavo di fare venendo qui? Mi ricordo il piano, lo attuo. Cerco con gli occhi una panchina, ne trovo una poco lontana, all’angolo con Rue Greneta. Quanti giorni di preparazione, ogni eventualità studiata nei minimi dettagli, la via percorsa palmo per palmo, e ancora tutto è rimesso nelle mani del caso. Mai parlato di destino, né di fortuna, sono storpiature inappropriate. Non c’è niente di ordinato, logico, predeterminato o meritato nelle combinazioni di coincidenze alle quali crediamo di poter dare un senso.

*

Riprendo fiato, ho un po’ sudato e sento caldo. Rallento l’andatura e lascio che l’adrenalina in circolo nel mio sangue mi calmi. Mi arriva una forte puzza di pipì dritta alle narici, mi sposto dall’angolo incrostato dal passaggio di cani e padroni e riprendo a camminare.

*

La strada è semivuota, sonnolenta e silenziosa come solo le tre di pomeriggio di una domenica di ottobre hanno il potere di cristallizzare. Parigi in autunno abbassa la voce, sussurra a chi tende l’orecchio e ha tempo di ascoltarla, non da mai cattivi consigli a chi li chiede. Ma chi li chiede?

*

Fremiti di piacere corrono lungo il collo, mi succede sempre prima di provare cose nuove. “È nella disperazione che si provano i godimenti più ardenti”, cerco di ricordarmi chi l’avesse detto, non mi viene in mente. Non tutti conoscono il piacere di buttarsi tenendo le mani dietro la schiena. Sono quelle sensazioni che rincorri tutta la vita solo per il gusto di provarle.

*

Non è il momento di chiedere consigli, ma di aspettare. Mi siedo sulla panchina, tiro fuori degli oggetti a caso dalla mia borsa e penso a come fare finta di usarli. Dopo una decina di minuti mi ritrovo a segnare date importanti sulla mia agenda. “Le persone banali leggono i libri, quelle interessanti li scrivono”, non riesco a togliermi dalla testa il suono della sua voce, mi perseguita e mi fa compagnia. Continuo a scrivere sulla mia agenda e inizio a pensare che quello che mi ero immaginata non si sarebbe mai avverato.

*

Sono in anticipo, di nuovo. Rapide occhiate a destra e a sinistra. “L’attesa è eccitante solo se non si sa per quanto si dovrà aspettare” ; ci consuma lentamente, come una candela. Fuoco, rosso, velluto.

*

Fa freddo, il sole è intenzionato a non farsi vedere. Decido di spostarmi dalla panchina, sedermi in un bar e ordinare un caffè sperando che capiscano che espresso sottintende ristretto. Il tempo passa, ancora niente. E se l’indirizzo fosse sbagliato? Probabile, trovato su internet senza neanche pensare di consultare le pagine gialle. Mi do un limite di tempo, le sei di pomeriggio. Caffè, sigaretta, sono punto e a capo.

*

Mi rendo conto improvvisamente di non sapere affatto quello che sto facendo. Questo mi fa sentire decisamente meglio, e il fatto di trovarmi qui, oggi, mi sembra la cosa più naturale del mondo.

*

Fuori dal bar le persone rallentano il loro ritmo. Parigi inizia a vestirsi di scuro, il tempo passa lentamente. No, davvero, cosa sto facendo? Accendo un’altra sigaretta, faccio un paio di tiri quando cigolando il portone si apre. Mantengo la calma e controllo chi è. L’attesa è finita.

*

La linea geometrica perfetta del profilo delle mascelle, sottile strato di barba, e le labbra, la voce, le sue mani, le sue magliette nere, il profumo, le parole, lo sguardo di chi conosce il piacere. Ripercorro ogni momento, ogni ricordo che avevo immaginato, dalla paura del proibito alla paura di impazzire. Rido nervosamente, forse sto impazzendo veramente.

Lo vedo svoltare l’angolo, alza lo sguardo e mi riconosce. Si ferma davanti alle scalette di Quai Saint-Michel. Indossava il suo cappotto nero e la sua sciarpa nera, abbinati con un sorriso enigmatico, arcaico come un koros greco. La barba di tre giorni è più curata del solito, i capelli meno arruffati. Ha un aspetto ordinato, pulito: è esattamente come l’ho immaginato. Fa due passi avanti, invitandomi a scendere. Mi aspetta sotto il ponte in legno, sfondo perfetto nella nebbiolina fredda della Domenica pomeriggio. Scendo la scaletta prendendomi il mio tempo; lui mi guarda arrivare.

Sorrido pensando a quel sabato notte insonne, quando l’avvicinarsi di novembre tinge le notti di fresco, Parigi lascia fare, si fa vestire dall’autunno. La prima di quelle Domeniche si riavvolge come una pellicola cinematografica e mi ricordo con un brivido di piacere del pezzo che manca da aggiungere alla storia. Una storia che è, forse, la mia preferita, tra le tante che mi sono raccontata. Sono tutte incomplete, episodiche, frammentarie, come fotografie istantanee; incomplete perché aspettano il loro finale che solo io posso dare. Finali che aspettano, finali che non arriveranno. L’unico modo di completarle è di viverle veramente, ma per ora i fantasmi di queste persone, di questi luoghi, di queste azioni che abitano i miei pensieri, non sono meno reali delle persone, dei luoghi e delle azioni di tutti i giorni. Realtà e immaginazione riescono a mescolarsi magnificamente creando un universo dove chi vuole può.

Queste fantasie si mescolano ai ricordi, alterandoli, cancellandoli, soppiantandoli, rendendo difficile separare i fatti dai fantasmi. È per questo che ogni storia del mio catalogo è incompleta, per ricordarmi che solo la vita può mettere un punto. È difficile però, al punto in cui sono, farsi strada nel mondo che mi sono creata. Basta che io chiuda gli occhi un attimo, che le immagini sono lì, per ricordare ciò che avevo immaginato, o per immaginare quello che mi sembra di ricordare? Sono i dettagli ad essere vividi, reali nella mia testa, o forse avevo fantasticato su ogni particolare?

“Sapevamo entrambi, lo vedevo. Riusciva a tenere sotto controllo tutto fino a quando ho deciso di superare il limite”.

*

Erano entrati già tutti, venti minuti di ritardo, la metro era chiusa e pioveva. Supero il Louvre passandomi freneticamente le mani nei capelli cercando di mantenere un minimo di piega, la pioggia non sembra intenzionata a darmi tregua. Spintonata qua e là arrivo a destinazione; tutto era esattamente come mi ero aspettata di trovarlo. Gli ombrelli, la gente, che magnifico spettacolo; lo vedo, solo, davanti alla Comédie Francaise, appoggiato all’uscita della metro di Place Colette con il mio biglietto in mano, la sciarpa nera, calmo mentre aspettava i ritardatari fumando una sigaretta. Ero necessariamente l’ultima, stava aspettando me, lo sapevo io e lo sapeva anche lui. Mancavano ancora cinque minuti all’inizio dello spettacolo, abbastanza per una sigaretta. Quasi prevenendomi, tira fuori dalla giacca il suo pacchetto, lo apre e ne lascia fuori una, offrendomela. Una serie lenta e accurata di gesti, magnetica e rituale, il tempo era nostro per la prima volta e potevamo farci quello che volevamo. Il nostro momento finisce, o si interrompe, e decidiamo di entrare. Lui continua a tenere il mio biglietto, ci metto poco a capire che siamo seduti vicini. Salgo le scale sentendo come un bisogno di aggrapparmi al suo braccio per farmi sostenere da lui, ma prima che me ne rendessi conto arriviamo alle nostre poltroncine di velluto. Ho sempre amato il velluto, protagonista dell’arredo dei teatri, velluto rosso, in gloria ovunque.

Siamo al secondo piano, lontani dagli altri, lontani da tutti. Mi fa strada, silenzi carichi di significato; non eravamo mai stati così vicini, ero stordita, ero felice. Il ricordo è molto sbiadito, nonostante mi sforzassi di seguire gli attori sul palco ero sintonizzata sul suo respiro inquieto e sul ritmo irregolare del suo diaframma. La sua mano è poggiata distrattamente a qualche centimetro dalla mia. Le mani parlano molto più degli occhi, sono da sempre una mia fissazione; mi piace guardare le sue mentre si muovono pensando di non essere viste, sono stranamente sensuali nella loro lunghezza incompleta, decise nei movimenti più banali. Le osservo mentre sfogliano il libretto, mentre passano delicatamente sulle ginocchia per stirare i pantaloni, ravvivano i capelli, aggiustano l’orologio. Non potevo smettere di guardarle, volevo che sfiorassero le mie. Ci ritroviamo di nuovo giù, una sigaretta accompagna la prima pausa, di nuovo soli perché nessun altro è sceso, conversazioni inutili per niente brillanti sul talento degli attori e qualche falla dello scenografo e gli occhi che parlavano di tutt’altro. Attrazione insostenibile, non riuscivamo quasi più a nasconderla. Ho sempre saputo quello che voglio, guardandolo glielo faccio capire, le scale, il respiro si fa più veloce, il silenzio si fa più pesante, le sue mani sfiorano le mie, velluto sotto i nostri piedi, velluto ovunque, il rosso mi riempie la vista, poi a un certo punto le luci che si spengono. Il secondo atto appena iniziato ci passa accanto, il tempo era veramente nostro adesso, il suo profumo mi riempie le narici, faccio il passo che avrei dovuto fare. Felice, follemente felice, per non rimproverarmi un giorno di aver vissuto in nome di qualcosa che non conosco. Non mi importava né il rispetto della forma né cosa sarebbe venuto dopo, giunto il momento di salire le scale e di sederci ai nostri posti, senza potersi dire nulla, più nulla, almeno non a parole. Non ho mai saputo quello che stavo facendo, ma al tempo stesso non ho mai agito senza riflettere. Avevo infranto una barriera, e adesso? Nessuna risposta dal mondo circostante, nessuno sapeva niente e la vita continuava, mi passava attraverso come acqua tra le dita.

Ed eccola la prima Domenica situata nel tempo proprio quattro giorni dopo. Tenere in ordine questi pensieri e trovare la loro giusta collocazione su una linea del tempo immaginaria è impegnativo, ma lo sforzo creativo è ripagato. Tutto ha più senso se risponde anche alle giuste coordinate temporali. Ricordo tutto, l’ansia di vestirsi, di prendere la metro, di arrivare, di aspettare. L’attesa più lunga della mia vita.

*

Giacca nera, sciarpa nera, il solito stile minimalista. Hai 5 secondi per decidere se farti vedere o no. Si ferma per accendersi la sigaretta riparandosi dal vento, guadagno qualche secondo in più. Improvvisamente mi viene in mente cosa fare, il bar è a circa 50 metri dalla porta, dall’altra parte della strada, strategico per vedere senza essere visti, esattamente l’opposto di quello che mi serve in questo momento. Ho già pagato, afferro la borsa, prendo il telefono e faccio finta di parlare con qualcuno. Lo faccio sempre nei momenti di difficoltà, nessuno pensa male di qualcuno che cammina parlando al telefono, così mi getto all’inseguimento con una buona dose di adrenalina in circolo.

Aveva girato a destra su Rue Greneta, calcolando mentalmente il suo possibile percorso immagino che tra circa un minuto e mezzo sarebbe arrivato a Place Goldoni e io avrei potuto raggiungerlo lì passando per Rue Tiquetonne. Mi stupisco della mia capacità di orientarmi in quel dedalo di strade e vicoli che è il Marais. Bisogna fare in fretta e soprattutto senza farsi notare.

Era come se non potessi fermarmi, prendevo una decisione dopo l’altra, tutte con la stessa freddezza calcolatrice e esatta. Niente si sarebbe fermato a quella domenica, lo sapevo bene, stavo solo ritardando qualcosa che allo stesso tempo mettevo in opera.

Cosa avrei fatto quando me lo sarei ritrovato davanti? Il cuore mi batte troppo velocemente, non riesco a pensare a niente, non voglio pensare a niente, sono stanca di pormi domande e continuo a camminare accelerando il passo, dopo tre ore di attesa ogni secondo è insaziabilmente prezioso. E se lui non continuasse per Place Goldoni? E se girasse prima prendendo una direzione che io non posso e non potrò sapere? Caccia grossa nel Marais, come un thriller qualsiasi di seconda categoria. Arrivo prima di lui, non sono per niente trafelata ma quasi calma, se non fosse per i miei maledetti crampi allo stomaco, una delle poche cose che mi aiutano a ricordarmi quanto in realtà io sia nervosa in questo momento. Non c’è tempo per controllare se i capelli sono a posto, non c’è tempo di elaborare una strategia, attraversando lentamente la piazza faccio giusto in tempo a riprendere la mia conversazione immaginaria al telefono che lo vedo comparire dall’altro lato della piazza. Non so con che sforzo ma riesco a mantenere un’espressione quasi normale, mi giro dall’altra parte, continuo a parlare con il mio amico al cellulare. Con la coda dell’occhio lo vedo accorgersi di me, non vedo la reazione, ma a questo punto non mi importa, dovrebbe? Faccio per girarmi, ma qualcosa mi ferma, sono davvero sicura? No, certo che no, credo che a questo punto sia chiaro abbastanza. Sento il mio nome, sussurrato, gridato e implorato insieme, sento il mio nome come non l’avevo mai sentito. Ricordati che stai parlando al telefono, non tradirti adesso. Mi giro, senza bisogno di fingere per sembrare sorpresa, dico al mio amico immaginario che ho incontrato una persona, parlo francese a voce più alta del solito, voglio farmi sentire mentre lo nascondo al mio mondo. Sorrido verso di lui mentre attacco in faccia il telefono con poche cerimonie al mio presunto amico, ora siamo in diretta.

Sono arrivata a un punto in cui davvero non avevo la minima idea di cosa fare. Ricordo il silenzio e i nostri occhi divertiti e spaventati, il vento che faceva muovere i piccoli cipressi di Place Goldoni, ricordo lui appoggiato a una panchina che aspetta una mia mossa, io a ridosso del muro che non so come comportarmi. Non so cosa darei per tornare a quel giorno. Chi ti prepara a momenti del genere?

*

La folla di studenti fuori dal cancello di Rue Clovis che alle 18.30 di ogni giorno si riversa fuori in una distesa nuvola di tabacco è una delle cose che mi mancherà di più di Parigi. È giovedì, tra 5 minuti circa dovrebbe uscire dal cancello per prendere l’autobus e tornare a casa. Fuori è buio da circa un’ora, Dicembre si stanca in fretta. La chiesa di Saint-Etienne du Mont getta le sue ombre ai piedi del Pantheon, rischiarato dai decori natalizi. A domani, ci sentiamo stasera, ricordati di inviarmi gli appunti per e-mail e buonasera. Lui ancora non è uscito. Accendo la mia sigaretta e lo aspetto senza nessuna fretta. Le nuvole di fumo sono catturate dai lampioni accesi come in un quadro notturno. Come se avessi ricevuto un’illuminazione, decido di aspettarlo direttamente alla fermata dell’autobus, meno strano e sospetto di una ragazza sola, davanti al grande portone in ferro battuto ormai chiuso, ad aspettare fuori mentre tutti gli altri sono andati via. Ringrazio me stessa per averci pensato. Arrivata a Rue Sufflot vedo una figura camminare dietro di me. È sicuramente lui, continuo a camminare con disinvoltura. Un centinaio di metri più in giù mi raggiunge, manca poco alla fermata. “Buonasera!” “Oh buonasera”, scopre che casualmente prendiamo lo stesso autobus e che la mia destinazione è una piazza vicino casa sua. Saliamo, timbriamo, l’autobus è troppo pieno quindi siamo costretti a stare in piedi in mezzo a tutti i lavoratori della Rive Gauche che tornavano a casa. Non era come me lo ero immaginato. Ho sei fermate a disposizione, che corrispondono più o meno ad un quarto d’ora più tre minuti a piedi. Mi chiede tra quanto partirò, se mi dispiace lasciare Parigi o se sono più contenta di tornare a casa. Conversazioni banali, formali, distaccate, deludenti. Niente a che vedere con gli argomenti che avevo preparato. Tutt’a un tratto, c’è qualcosa, qualcosa che mi blocca. Sento i rumori stridenti di quell’autobus soffocante fino all’inverosimile, dove i riscaldamenti accesi al massimo erano aggiunti alla mancanza di aria per tutte le persone che respiravano là dentro. Mi colpiscono tutti i particolari della gente vicina a me, ma soprattutto i suoi, piccoli dettagli che mi erano sempre stati nascosti. Vedo le unghie troppo corte delle sue mani e le nocche rovinate dal freddo. Le sue mani per nulla perfette come le avevo immaginate, o ricordate, oramai chi può dirlo più. I suoi capelli un po’ unti troppo incollati alle tempie, il modello degli occhiali non mi piaceva, così come la sciarpa che aveva scelto oggi, troppo audace con colori non adatti alla stagione. Non ci posso credere. Mi viene voglia di scoppiare a ridere, ridere di me stessa, ridere di questo autobus e di questa gente, ridere di lui che era esattamente come questa gente su questo autobus. Non aveva nulla della mistificazione dell’intellettuale non compreso. Era un uomo non diverso da molti altri, che avevo creduto capace di vedere qualcosa che non esiste. È la nostra fermata, gli auguro un buon weekend con un sorriso sincero e prendo la mia direzione. Sono libera, lucida e consapevole. Non sono rifugiata in nessuna vivida immaginazione, ho affrontato la verità cruda e palese per smontare gli sciocchi castelli che mi ero costruita. Ho dato un finale alla mia storia, e non corrispondeva minimamente alle mie aspettative. È tanto più comodo essere qualcun altro, in un altro posto e far succedere tutto quello che vuoi al momento che vuoi. Niente di tutto ciò è reale, sono me stessa, di nuovo.

Soffia nell’aria un’atmosfera natalizia. Lungo Boulevard Saint Michel la gente è avvolta in cappotti e sciarpe di lana, questo Dicembre si è rivelato essere piuttosto freddo persino per i parigini stessi. Il Pantheon è affiancato da una decina di abeti che prendono posto tutto intorno alla sua imponente facciata. Mentre passeggio per Rue Sufflot con le solite amiche incontrate al solito posto tutte le mattine alla stessa ora mi sento piena, soddisfatta, come se avessi portato a termine un progetto molto importante e fossi più che sicura riguardo alla sua qualità. Ero più calma senza dubbio, molto più sicura di me di quando sono arrivata circa 4 mesi fa. Ero arrivata a Parigi con la smania di provare esperienze nuove, di vivere dettando le mie condizioni e ritornavo a casa con la consapevolezza della fragilità di questi desideri, che spesso ho confuso per bisogni. Ho soddisfatto i miei capricci con estremo piacere, ma sempre trattandoli come tali. Accendo una sigaretta e mi guardo intorno, i parigini sempre di fretta, con il loro passo svelto e la falcata lunga, le terrazze riscaldate dei caffè che si affacciano sulla strada, dove dai vetri si vede la gente fare colazione, le decorazioni appese agli stipiti delle porte, ogni cosa, ogni dettaglio mi faceva sentire a casa. Per poco non inciampo su un uomo che andava particolarmente spedito e a cui per sbaglio ho tagliato la strada. Voglio girarmi per chiedergli scusa ma decido di non farlo. Raggiungo le mie amiche che si erano fermate ad aspettarmi e che mi guardavano con aria divertita. Una di loro mi fa notare che Lo avevo appena travolto senza neanche chiedergli scusa.

“Davvero? Non me ne sono per niente resa conto.”

Chissà come ho fatto a non notarlo. Stringo le spalle e butto dietro di me la sigaretta ormai finita.


 

BLEEDING LOVE

di Martina Zanotti

III Liceo Linguistico – Istituto di Istruzione Superiore “Edoardo Amaldi”

 

PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2017-2018 - La premiazione di Martina Zanotti

 

Il cielo dipinto dai colori autunnali stava dando spazio ai colori scuri della notte, illuminati dalla fioca luce della luna che brillava da lontano, proprio di fronte al Stockholms stadshuset, il municipio di Stoccolma.

Le persone che vi passavano davanti non facevano caso allo spettacolo naturale appena avvenuto, erano più concentrate a camminare per la loro strada. C’era chi andava di corsa a casa o in un posto al coperto per riscaldarsi da quel freddo quasi invernale, chi camminava mano nella mano col proprio amante, chi invece fumava delle semplici sigarette, guardando l’orizzonte, ma non osservandolo pienamente; altri invece stavano al telefono, tranne una ragazza. C’era una ragazza dai capelli corti bronde, che sembrava essere l’unica ad osservare il cielo che cambiava colore, che passava dalla luce all’oscurità. Aveva il naso rosso per il freddo e chiudeva spesso gli occhi color zaffiro per il vento gelido che soffiava dal lago.

Era seduta su una panchina, vicino alla colonna posta di lato al municipio, lontana dal cammino frenetico delle persone. Nessuno sembrava far caso a lei, quasi come se non esistesse per davvero. Sulle gambe aveva un album da disegno in cui, sulla copertina, vi erano incisi una M e una B: Madeline Brooks.

Era concentrata, lo si capiva dal fatto che strizzava gli occhi e inclinava leggermente la testa da un lato, come per mettere a fuoco un oggetto da lontano per capirne meglio la forma. Al contrario di quanto si pensi, non era tanto concentrata a guardare il tramonto, ma piuttosto una coppia alquanto insolita per essere chiamata tale: lei era poco più bassa di lui, aveva dei capelli lunghi e biondi coperti dal cappellino di lana nero, indossava un parka di colore militare e al di sotto si potevano intravedere i jeans aderenti neri, con ai piedi degli stivaletti altrettanto neri, guarniti con delle borchie di plastica; lui invece era alto, molto alto, indossava anche lui un cappello nero di lana, perciò poteva notare solo da alcuni ciuffi, che fuoriuscivano dal cappello, i suoi capelli marroni tendenti al nero.

Indossava un giacchetto di pelle imbottito, dei jeans strappati neri e delle scarpe sportive, di cui Madeline non conosceva la marca. Al contrario della ragazza, la sua pelle era bianca e coperta da vari tatuaggi, alcuni con significati probabilmente nascosti, altri senza senso e altri ancora quasi incomprensibili. Sulle dita indossava due anelli di acciaio, uno con una pietra nera sull’indice e uno semplice sul pollice, mentre con l’anulare e il medio teneva una sigaretta accesa, quasi finita.

Era da un po’ che si trovavano appoggiati su quel muretto e Madeline aveva trovato qualcosa in loro, tanto da disegnarli sul suo album. Le ricordavano molto il periodo in cui anche lei era innamorata, un periodo per lei fin troppo lontano oramai.

Aveva notato però che non facevano le solite cose che due innamorati erano soliti fare, avevano litigato, questo era chiaro, infatti si limitavano a stare vicini anche se non si guardavano negli occhi.

C’era qualcosa di strano in loro e Madeline lo aveva capito, lo aveva visto negli occhi castani della ragazza, seppur da lontano. Era qualcosa che aveva vissuto in prima persona e che la fece struggere per disegnare quel tratto di lei sul suo album. L’istinto le diceva di lasciar perdere, di non continuare a disegnare per evitare di essere scoperta. Così aveva deciso di chiudere l’album di scatto, rimettendolo dove lo aveva preso, di alzarsi dalla panchina e dirigersi verso casa, se non fosse che il ragazzo dagli occhi azzurri si era accorto di lei. Nessuno si era mai accorto di lei fino a quel momento.

Madeline così lo osservò per qualche secondo, guardandolo meglio per l’ultima volta, poi distolse lo sguardo e iniziò a camminare in direzione opposta, sentendo il suo sguardo trapassargli la schiena, per poi sparire nel nulla.

Il giorno seguente, come ogni giorno, Madeline si era ritrovata di nuovo davanti al municipio, alla stessa ora, sulla stessa panchina, aspettando. Come ogni giorno, nessuno si era accorto di lei.

Stava seduta su quella panchina, senza dare troppo nell’occhio, con lo sguardo fisso sul lago: calmo, immobile, gelido. Quel giorno si era fatto buio un po’ prima del solito, le luci di alcuni lampioni si erano accese intorno a lei, facendola quasi sparire. Con quella fioca luce riuscì comunque a vedere meglio il disegno che aveva fissato fino a poco prima, quello dei due ragazzi disegnati il giorno prima. Era incompleto, il volto di lui era vuoto, aveva smesso di disegnare non appena aveva sentito i suoi occhi scrutarla da lontano, così come stava facendo lei, d’altronde. Così aveva richiuso di scatto l’album e lo aveva rimesso al suo posto, aspettando.

Non passava più nessuno sopra quel ponte freddo e desolato, data la tarda ora e il freddo glaciale che stava attanagliando tutta la città; così si alzò guardandosi intorno, scegliendo un posto in cui andare, mimetizzandosi con il buio. Camminava a passi lenti, sentendo il freddo passare dentro di lei, quasi rabbrividendo. Stava per sparire nel buio, ma qualcuno la bloccò con violenza, facendola sbattere contro la superficie più vicina disponibile. Non appena aprì le palpebre si ritrovò davanti ad un paio di occhi color oceano come i suoi: era il ragazzo che aveva disegnato il giorno prima, colui che, tra tanti, era l’unico ad averla vista e in quel momento toccata.

Aveva la fronte corrucciata e gli occhi furiosi, riusciva persino a vedergli da vicino una ferita richiusa di un piercing sopra il sopracciglio destro, illuminato dal lampione sopra di loro.

– Perché mi stai seguendo? Ti ho vista anche l’altro giorno. Che cosa vuoi da me? – sputò dalla rabbia, col volto fin troppo vicino alla ragazza che, anziché essere impaurita, sembrava abbastanza sicura di quello che avrebbe risposto poco dopo.

– Mi chiedevo quando ti saresti accorto di me, quando mi avresti cercata. Ci hai messo davvero poco, complimenti! – gli rispose con un mezzo sorriso fin troppo azzardato, data la posizione in cui stava, ovvero con un braccio che le schiacciava il collo, quasi soffocandola, contro il muro.

– Chi diamine sei? Che cosa vuoi da me? – fece ancora pressione col braccio, sperando di farle togliere da quel viso perfetto quel sorrisetto sghembo. Lei gli allontanò il braccio normalmente, senza troppa fatica.

– Non mi farai del male. So che l’istinto ti dice di farlo, ma ti consiglio di non ascoltarlo. – lo fissò dritto negli occhi glaciali, senza paura, senza nemmeno battere ciglio.

– E tu chi diavolo saresti? – si allontanò perplesso, ma senza staccarle gli occhi di dosso.

– Una ragazza che non dovevi assolutamente conoscere. – sorrise malinconica, allontanandosi poi dal ragazzo e continuando per la sua strada.

– No, fermati! – la prese per un braccio e la spinse indietro continuando a parlare.

– Tu non te ne andrai fin quando non mi dirai cosa vuoi da me. –

– Sai, Aaron, pensavo lo avessi capito – rispose alquanto delusa e togliendo la sua mano dal suo braccio, ma rimanendo comunque davanti a lui.

– Come fai a sapere come mi chiamo? Qualsiasi cosa tu stia cercando da me hai sbagliato persona, ti conviene sparire prima che… – esitò senza finire la frase che concluse Madeline

– Prima che tu faccia cosa? Oh, andiamo, non ti senti abbastanza in colpa per Caroline? –

– Come fai a sapere di lei? Chi sei? – scandì le ultime parole e la bloccò al muro, furioso, tenendo i pugni chiusi dietro di lei.

– Dovresti preoccuparti per te, non più per lei – venne interrotta.

– Devi dirmi chi diamine sei. Ora! – le urlò contro, sbattendo un pugno dietro di lei.

– Ehi, amico, ti senti bene? – urlò qualcuno dall’altra parte della strada.

Aaron si girò e cercò di focalizzare da dove provenisse la voce, mandando poi al diavolo chi aveva parlato, ma quando si rigirò la ragazza era sparita.

L’aveva cercata per la seguente mezz’ora, cercando nel buio una ragazza minuta dai capelli corti color bronde, con gli occhi cielo, ma nulla, era sparita. Lanciando un grosso sospiro si incamminò verso il centro della città, dove in fondo ad una strada vi era il suo piccolo appartamento.

Non passava più nessuno in quelle stradine buie e desolate, solamente lui, con il cappuccio della felpa tirato sulla testa e lo sguardo perso in se stesso.

Quella ragazza aveva qualcosa che non lo convinceva del tutto: perché lo stava seguendo? Cosa voleva da lui? Aaron odiava le persone che lo fissavano, che lo studiavano e che soprattutto sapessero qualcosa di troppo sul suo conto. Non era un ragazzo perfetto, anzi, a dir la verità era il contrario, per non dire peggio, peccato che con i suoi bei lineamenti ingannava un sacco di ragazze, portandosele a letto per poi trattarle male se non facevano quello che diceva lui. Le teneva con sé fin quando non trovava un’altra ragazza più bella che soddisfacesse i suoi bisogni.

In quel momento a casa lo aspettava Brigit: la ragazza che aveva disegnato Madeline, bionda, occhi castani e pelle chiara; un angelo finito nelle mani nel diavolo. Si era messa comoda sul divano a vedere un programma poco interessante in tv, indossando una delle felpe del ragazzo per riscaldarsi.

– Brandy dove sei? – urlò Aaron chiudendo dietro di sé la porta con un calcio e buttando il giacchetto sull’appendiabiti. La ragazza sorrise appena e sbuffò rispondendogli:

– Sono Brigit e sono in salone, mi raggiungi? –

Aaron la raggiunse e si bloccò un attimo scrutandola per bene.

– Quella è la mia felpa? – realizzò poi serrando la mascella.

– Sì, mi sono fatta una doccia dopo che sei uscito e i miei vestiti erano sporchi. Ti dispiace? – rispose tranquillamente la ragazza, continuando a guardare la tv e ignorando completamente il suo volto. Lentamente si avvicinò a lei e si mise a cavalcioni su di lei, bloccandole le mani con le gambe e mettendo una mano ai lembi della felpa.

– Sai, pensavo ne avessimo parlato di questo… – le sussurrò nell’orecchio con aria minacciosa, infilando la mano sotto la felpa e toccando la pelle morbida e nuda della ragazza, facendola rabbrividire al contatto con la sua mano fredda.

– Che cosa avevamo detto? Mh? – le morse il collo quasi delicatamente e con la mano circondò i seni nudi sotto la felpa, stringendoli nelle mani.

– Rispondi, ho detto – con l’altra mano strattonò i capelli della ragazza all’indietro, costringendola a vederlo negli occhi.

– Al tuo ritorno dovevo essere… senza vestiti ma avevo freddo, tu non tornavi e… – rispose intimidita.

Aaron rise, una risata cupa, senza un accenno di luce e le accarezzò dolcemente una guancia, rispondendo:

– Sei così… Pura, quasi una santarellina, ma sappiamo entrambi cosa sei. – Sorrise maliziosamente facendola sdraiare sotto di lui e iniziò a premere il basso ventre contro il suo, lentamente.

– Ora dovrò punirti, lo sai vero? – La minacciò togliendole di colpo la felpa e ammirando il suo corpo nudo sotto il suo.

– Sì, ma non voglio… Mi fa ancora male dopo ieri… ti prego… – lo supplicò guardandolo negli occhi e cercando di coprirsi.

– Britney… –

– Brigit – lo corresse.

– Brigit… Pensavo avessi capito dopo ieri che non sono un ragazzo qualsiasi e che tu fai come dico io, altrimenti faccio da solo – si avvicinò a lei minacciosamente e iniziò a morderle uno dei seni facendola gemere leggermente.

– Avrai una ricompensa se fai la brava, non la vuoi? – le sorrise maliziosamente, baciandole lo stesso seno, ma non sentendo una risposta iniziò a morderlo e a succhiarlo con violenza, slacciandosi successivamente i pantaloni e subito dopo tenendo le mani della ragazza bloccate sopra di lei.

– Ti prego, Aaron, sono stanca… –

– Stai zitta! – la interruppe iniziando ad entrare dentro di lei con violenza e tappandole la bocca con la mano libera.

– Ho detto stai zitta, non deve sentire tutto il vicinato quello che sei. E tu sai cosa sei vero? – la intimidì andando sempre più veloce.

Delle lacrime calde scendevano dal volto della ragazza, impotente sotto la stretta possente del ragazzo. Vedendola piangere smise per un secondo e la guardò negli occhi.

– Che c’è, ti sto facendo male? – le chiese quasi con delicatezza.

La ragazza annuì debolmente, sperando in un atto magnanimo da parte sua, così Aaron sbuffò e si staccò da lei, avvicinandosi minacciosamente al suo viso e con tono di disprezzo disse:

– Sparisci dalla mia vista e non farti vedere mai più. –

Brigit si alzò lentamente senza fiatare e tornò in camera a vestirsi.

Dopo svariati minuti tornò in salone, osservando il ragazzo seduto sul divano a guardare la tv tranquillamente.

Ci furono pochi minuti di silenzio e ci vollero altri due minuti prima che lui si accorgesse di lei. Aaron la guardò indifferentemente, poi ripose lo sguardo sulla tv, accesa su un canale qualsiasi.

– Non meriti nemmeno un centesimo dopo la scenata di oggi. Puoi anche andartene. –

– Ma tu… – venne interrotta.

– Sapevi gli accordi del nostro contratto, non hai rispettato la tua parte. Ora sparisci! – la interruppe con una risposta acida.

– Sai, ha fatto bene quella ragazza ad andarsene. Sei un maniaco! – gli urlò contro, pronta ad andarsene, ma lui si alzò in fretta per bloccarle la strada e rispondendole con freddezza.

– Non osare MAI più pronunciarla invano! – le diede uno schiaffo, urlandole contro.

– Ora sparisci prima che ti faccia male veramente. E guai a te se fiati! – si allontanò da lei con uno sguardo minaccioso, rimettendosi poi seduto sul divano.

 

 

– Aaron, sbrigati o faremo tardi! – urlò una ragazza dal bagno di quel piccolo appartamento di Manhattan. Stava finendo di sistemarsi i capelli estremamente lunghi e biondi allo specchi, quando vide una figura maschile apparire dietro di lei.

– Ehi, lo sai che sei bellissima? – le disse Aaron dandole un bacio sulla guancia, cingendole la vita da dietro. La ragazza sorrise debolmente, un sorriso che durò per poco però.

– Dai, andiamo, stiamo facendo tardi – disse allontanandosi discretamente da lui, dirigendosi verso la porta.

– Ehi, che fretta c’è? Possiamo rimandare sai? – la bloccò per il polso tirandola verso di sé.

– Aaron, andiamo… Perderemo l’aereo così. Andiamo – gli disse guardandolo freddamente negli occhi azzurri.

– Perché questa fretta? Insomma, abbiamo ancora venti minuti… Possono accadere tante cose in venti minuti… – si avvicinò lentamente al suo collo lasciandole lentamente dei baci sul collo, facendola rabbrividire.

– Smettila! – si staccò bruscamente rimanendo poi immobile davanti a lui.

– Caroline, mi spieghi che ti prende? Stava andando tutto così bene, cosa… – venne interrotto.

– Cosa è successo? Sul serio? Scusami, Aaron, ma non riesco a fingere bene come fai tu. –

– Ma di cosa stai parlando? – corrugò la fronte avvicinandosi lentamente verso di lei, ma lei si allontanò facendo alcuni passi all’indietro.

– Non possiamo andare avanti, mi dispiace. –

– Che cosa stai dicendo? Perché no? –

– Tu mi piacevi all’inizio, Aaron, ma poi… – si fermò per qualche secondo cercando con lo sguardo qualcosa nella stanza.

– Poi cosa? Parla! – iniziò ad alzare la voce e a serrare la mascella.

– Ho scoperto una cosa su di te… Tu non sei chi dici di essere… – frugò velocemente dentro la sua borsa, tirando fuori un pezzo di carta accartocciato e porgendoglielo.

Aaron lo aprì lentamente con un’espressione di confusione sul volto, che durò relativamente poco, dopo aver capito di cosa si trattasse: era un articolo di giornale con una sua foto, per essere più precisi.

– Dove l’hai trovata? – chiese lentamente e avvicinandosi pericolosamente a lei.

– L’ho trovata nella cassetta della posta qualche giorno fa. Pensavo fosse uno scherzo, così ho fatto delle ricerche ma è tutto vero… Dio santo, quella ragazza è identica a me, che cosa dovrei pensare? Ti stavo anche per far conoscere i miei genitori… – iniziò ad innervosirsi e a staccarsi da lui, uscendo dalla stanza.

– Lei fingeva di essere te. Ricordi come ci siamo conosciuti… Io mi sono innamorato di te alle superiori, ma poi ti ho perso di vista. E un giorno, ecco che vedo una ragazza bionda dai capelli lunghi, pelle chiara e occhi altrettanto chiari… Sembravi veramente tu – rispose quasi pentendosi.

– Questo non ti dà il diritto di picchiarla a sangue quando scopri che lei non è me! – urlò alla fine sconcertata.

– Caroline, tu non capisci. Lei ha preteso di essere te! Fingeva di conoscermi e io come uno stupido ci sono cascato… Mi sono fatto ingannare dai suoi tratti terribilmente simili ai tuoi, ma vedendoti ora da vicino sono stato uno stupido a confondere un angelo come te… – si avvicinò a lei, cercando di accarezzarle una guancia, ma fu respinto violentemente.

– Non cercare di fregarmi! Siamo stati insieme per più di due anni e mezzo! Mi sono fidata di te, mi sono aperta con te, ti ho raccontato tutto di me… Ma tu sapevi già tutto di me… Mi sono fidata di uno stalker – realizzò infine mettendosi seduta sulla sedia.

– Non osare chiamarmi così! Non sono uno stalker, ho solo cercato la persona della quale mi sono innamorato anni fa in altre persone… Ma loro non sono te e non lo saranno mai – batté un pugno sul muro fermandosi per un secondo, poi continuò, vedendo che non riceveva nessuna risposta da parte sua.

– Sì, è vero, sono ossessionato da te… Ma perché mi hai rapito il cuore… Sei stupenda. Io mi sono innamorato di te e ti ho cercata ovunque pur di averti qui con me oggi. Non rovinare tutto – si fermò a guardarla aspettando pazientemente una sua risposta.

– Io? Hai rovinato già tutto tu… Non so se riesco a sentirmi al sicuro adesso… Chi mi dice che io non sia un’altra di quelle ragazze? Ho paura che tu faccia la stessa cosa a me… Ti prego, voglio solo stare da sola – si alzò dirigendosi velocemente verso la porta, scendendo le scale fino al piano terra, ignorando le urla del ragazzo, e uscendo da quel piccolo palazzo.

Numerosi pensieri le stavano passando per la testa in quel preciso istante, non sapeva cosa pensare. Tante domande alle quali non sapeva rispondere. Era riuscito ad ingannare tutte quelle ragazze prima di lei, era ovvio che ci fosse riuscito così bene anche con lei.

Si era sentita presa in giro, si era aperta con lui, ma lui ovviamente voleva solo possederla e basta. Era un’ossessione per lui e lei c’era cascata in pieno. Non sapeva nemmeno perché fosse rimasta ancora con lui dopo averlo scoperto, invece di scappare. Forse credeva che smentisse tutto e che le dicesse che era uno scherzo per spaventarla.

Ma niente di tutto questo era successo.

Era tutto reale e lei era stata presa in giro, era una pedina, un gioco, un’ossessione.

Aaron le urlò dietro, seguendola. Per un momento la perse di vista, non appena uscito dal palazzo, ma subito dopo riconobbe il suo vestito rosso ricamato di pagliette in mezzo alla strada, mentre cercava di attraversarla.

– Caroline! – urlò correndo verso di lei, facendo spaventare la ragazza e facendola fermare in mezzo alla strada.

Varie macchine inchiodarono suonando il clacson, ma una non riuscì a fermarsi in tempo e la prese in pieno, facendola ribaltare sopra la macchina e cadere successivamente a terra, facendole sbattere la testa.

– No! – Aaron urlò disperato, correndo verso il corpo immobile a terra, con il volto rivolto verso il basso.

– Caroline… – Con la voce spezzata e tremando girò il volto della ragazza, graffiato e pieno di sangue, ma quando lo girò non vide Caroline… era Madeline.

Si svegliò di soprassalto, ansimando. Era ormai notte profonda, intorno alle 4 del mattino. Si trovava ancora sul divano con la tv accesa, che spense successivamente. Girò lentamente il collo per fare stretching e si lamentò debolmente per il dolore, avendo dormito scomodamente.

Si alzò poi dirigendosi verso la finestra ed osservando il paesaggio tranquillo notturno sotto il cielo stellato. C’era la luna piena proprio di fronte alla sua finestra che illuminava il centro del salone.

Si appoggiò lateralmente al muro vicino alla finestra, rimanendo fisso con lo sguardo a guardare il nulla.

Oramai non aveva più sonno, così rimase in silenzio a pensare, pensare ad esempio al sogno fatto poc’anzi. Quella ragazza era riuscita ad entrare nei suoi sogni, facendola confondere con la donna che amava. Solo al pensiero gli veniva voglia di prenderla a pugni perché non si meritava il posto della sua splendida ragazza.

Non ne conosceva ancora il nome, ma quel volto gli stava diventando fin troppo familiare, quasi come se stesse piano piano diventando qualcuno che lui già conosceva.

– Chi diavolo sei… ? – mormorò fra sé e sé, guardando la luna piena di quella sera, come se stesse chiedendo a lei una risposta alla sua domanda.

Il giorno seguente Aaron si trovava sul tram, in direzione verso la piazza Sergels Torg, il posto più affollato della città.

Sceso dal tram si accese una sigaretta, guardando con aria attenta la piazza stessa, il movimento delle persone e i loro impegni. Aspirò la sua sigaretta, corrugando la fronte per il freddo e iniziando a camminare verso la piazza, mettendo la mano sinistra in tasca.

Il tempo della sigaretta durò quanto il tragitto dalla fermata del tram fino all’entrata della piazza, alquanto poco per lui, essendo stato un tragitto lungo 5 minuti.

Era tentato nell’accendersene un’altra quando, all’improvviso, in fondo alla piazza, nascosta dietro le scale, vide una ragazza dai capelli corti color bronde e gli occhi azzurri come il mare: Madeline.

Senza accorgersene attraversò con passo deciso il piazzale, decorato con dei rombi bianchi alternati con quelli neri, passando anche in mezzo ad un’illusione ottica che dei ragazzi stavano cercando di disegnare su quel pavimento, ricevendo qualche insulto.

Arrivò da lei in pochissimo tempo, ma quando lei si accorse di lui non tentò di nascondersi, al contrario, si tirò giù il cappuccio della giacca nera.

– Ciao Aaron, che sorpresa vederti qui – sorrise tranquillamente, ignorando la sua espressione terribilmente contratta sia per la confusione che per la rabbia.

– Che ci fai qui? Che cosa vuoi da me, posso saperlo? – bisbigliò duramente

– Mh, non qui – disse semplicemente iniziando a camminare sotto il sottopassaggio che dava spazio al centro commerciale.

Aaron rimase immobile per pochi secondi, rimanendo spiazzato per lo più, poi si decise a seguirla e a superarla, bloccandole la strada.

– Ti conviene dirmi tutto prima che inizi a fare qualcosa di sbagliato – sibilò con aria sicura.

– Non cambi mai, pensavo che dopo ieri notte avessi cambiato idea. –

Il ragazzo sbarrò gli occhi e serrò la mascella dopo aver sentito quelle parole:

– Come fai a sapere di ieri sera? –

– Perché c’ero? Non è stato un caso sognarmi, Aaron. Lo scoprirai presto – sorrise furbescamente iniziando ad indietreggiare, confondendosi con la folla.

– Smettila di dirlo! Che cosa significa? Che cosa vuoi da me? – cercò di avvicinarsi a lei e di raggiungerla, ma qualcuno lo urtò costringendolo a guardare in un’altra direzione e lanciando un’occhiataccia a chiunque lo avesse urtato.

– Rispon… – cercò di dire rigirandosi, ma quando si voltò del tutto si bloccò a metà frase: lei era di nuovo sparita.

– Che diamine! – urlò arrabbiato girandosi intorno, cercando di vederla ancora da qualche parte.

– Dove sei ragazzina… – mormorò fra sé e sé guardandosi intorno e scrutando con lo sguardo qualsiasi persona potesse assomigliare a quella ragazza tanto misteriosa che lo perseguitava con i suoi malsani giochetti.

– Ma dove sei… – si bloccò riuscendo a riconoscere una figura di spalle, che parlava con qualcuno proprio al di fuori del sottopassaggio.

Era proprio lei, o almeno questo era quello che credeva: una ragazza dai capelli lunghi ed estremamente biondi e di statura minuta non poteva che essere che Caroline.

– Caroline… – disse il ragazzo sottovoce, riconoscendola sbalordito.

Si fece spazio in mezzo alla folla che gli veniva incontro, spingendo qualcuno per farlo passare.

– Caroline! – riuscì ad urlare un po’ più forte, sperando che lei lo sentisse, ma quando arrivò abbastanza vicino a lei si rese conto che era una ragazza qualsiasi.

Deluso e arrabbiato si diresse verso l’altra parte della piazza, salendo gli scalini e dirigendosi verso la fermata del tram per tornare a casa.

Nel tragitto verso casa iniziò a pensare a quando vide la ragazza per la prima volta: era appena tramontato il sole e lei era seduta su una panchina poco distante da lui. Aveva le gambe incrociate e sopra di esse teneva un album da disegno sul quale stava appunto disegnando con tanta precisione. Era concentrata, se lo ricordava bene, ogni volta alzava gli occhi al cielo e cancellava con furia quando qualcosa non le riusciva come voleva lei. Da un certo punto di vista era carino, ma dall’altro Aaron si era accorto che non stava disegnando una qualsiasi cosa, ma stava disegnando lui.

Era in quel momento che l’aveva iniziata a fissare per capire per quale motivo lo stesse facendo e quando lei poi se ne accorse aveva chiuso di scatto l’album, rimettendolo al suo posto e si era alzata, passandogli poi davanti.

Si erano guardati negli occhi per pochi secondi, pochi secondi per imprimerla nelle mente.

Era piccola di statura, come qualunque ragazza messa a confronto con la sua statura, aveva i capelli corti, fin poco sopra le spalle, fasciati da un cappello di lana rosso salmone. Indossava un largo maglione nero con dei ricami che richiamavano il colore del cappello e dei semplici jeans.

Era di una bellezza ricercata, una di quelle rare, difficili da trovare, eppure eccola lì.

Le era piaciuta, ad essere sinceri, Aaron aveva trovato qualcosa in lei eppure era così misteriosa e irritante perché sapeva così tante cose su di lui. E questo non poteva permetterlo.

 

 

Era estate.

Il caldo tepore del sole accarezzava il corpo della ragazza dagli occhi azzurri mentre cercava di abbronzarsi un po’, data la sua carnagione pallida e limpida. Non sapeva che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui avrebbe potuto far vedere il suo corpo senza lividi.

Era un venerdì sera quando Madeline e il suo ragazzo, Jeremy, stavano ritornando da una festa andata fin troppo male.

– Andiamo, hai bevuto abbastanza. Non voglio ritrovare il tuo vomito sul tappeto – disse Madeline cercando di tenere lontana la bottiglia di alcool da lui mentre cercava di aprire la porta.

– Fammi bere, ho visto abbastanza stasera – borbottò il ragazzo, emettendo strani guaiti.

– Ah sì? E cosa hai visto? – chiese divertita la ragazza mentre riuscì ad aprire la porta portando il ragazzo dentro e facendolo sedere sul divano.

Jeremy stette in silenzio per qualche secondo prima di rispondere, poi iniziò a parlare.

– Tu… Ti ho vista mentre flirtavi insieme a quel ragazzo alla festa. Non va bene, tu sei mia – disse con serietà, mettendosi bene in piedi.

– Che cosa? Sono stata tutta la serata insieme a Caroline, non ricordi? La ragazza che ha dato la festa. –

– Bugiarda! Tu ti stavi baciando con quel ragazzo davanti a tutti! Tu mi hai tradito! – urlò dando un calcio al tavolino davanti a lui, facendo sobbalzare la ragazza.

– Ehi, te lo posso assicurare… non stavo fac… – non riuscì a finire di parlare che sentì successivamente la sua guancia andare in fiamme dopo aver sentito un forte dolore su di essa.

– Sta zitta! Lo hai fatto eccome! – si avvicinò a lei tenendole con una mano il collo e sollevandola appena da terra.

– Jer… Jeremy non… – cercò di formulare una frase, ma non riuscì a farlo per il mancato respiro. Lui la fece cadere a terra, dandole successivamente un calcio sullo stomaco.

– Ti è piaciuto baciarlo, eh? Adesso ne avrai le conseguenze – finì la frase con malizia e continuò a picchiare la ragazza, la sua ragazza, ignorando le sue proteste di difesa, fino a farle perdere i sensi.

Non appena diede l’ultimo calcio, il volto della ragazza, gonfio e pieno di lividi, si rigirò, mostrando il suo viso alla perfezione.

In quel momento Aaron si svegliò con il terrore negli occhi: la ragazza nel sogno era Caroline e lui era Jeremy.

Aveva appena picchiato a sangue la sua ragazza senza nemmeno ricordarsi di averlo mai fatto. Si precipitò al bagno andandosi a sciacquare la faccia, cercando di svegliarsi da quell’incubo. Guardò l’immagine riflessa nello specchio e appoggiò le mani sul lavandino, reggendosi.

– Che cosa mi sta succedendo? – chiese al vuoto, come se la figura allo specchio potesse rispondergli per dargli una risposta.

Il giorno seguente era esausto, a malapena riusciva a reggersi in piedi, eppure voleva uscire per prendere una boccata d’aria, non riusciva più a stare dentro quella casa.

Erano le 19:07 quando decise di prendere l’autobus che lo portò direttamente a Gamla Stan.

A quell’ora non vi era mai nessuno che si trovava a visitare la città vecchia di Stoccolma, o quantomeno erano poche persone.

Si mise seduto su una panchina di fronte al palazzo rosso e aspettò pazientemente.

C’era una sola persona che poteva rispondere alle sue domande e quella persona era Madeline.

Da dietro sentì dei passi leggeri e successivamente una figura femminile si mise seduta a fianco a lui, poggiandosi sullo schienale della panchina e guardando fissa davanti a sé, senza guardare qualcosa in particolare.

– Sei pronto – disse infine quest’ultima, volgendogli uno dei suoi sguardi più sinceri.

– Che cosa mi stai facendo? Non ne posso più –

– Guardami negli occhi e dimmi cosa vedi – si girò verso di lui, fissandolo attentamente negli occhi.

Al momento i pensieri del ragazzo erano abbastanza confusi e scollegati tra loro, non riusciva a capire il nesso che le collegava.

I suoi occhi di cristallo trasmettevano tutti i suoi pensieri alla ragazza, rivelandoli chiaramente.

– Aaron, non pensare, guardami. –

Il ragazzo la guardò negli occhi, inclinando leggermente la testa riuscendo a vedere effettivamente qualcosa in essi. Successivamente un fascio di luce lo travolse trasportandolo in un momento ben preciso della vita di Madeline, facendogli scoprire il motivo per il quale erano legati.

 

 

3 anni fa

Era estate, l’ultima estate che Madeline poteva permettersi.

Si trovava a casa di una delle sue vecchie amiche del college: Caroline.

I suoi genitori abitavano in una casa ad Herrvik, in un villa abbastanza grande per essere una casa a un piano. Constava di un grande giardino privato con piscina riscaldata, un piazzale che permetteva di entrare nella casa, tre camere da letto e due bagni.

Quell’estate Caroline diede una festa invitando tutti i suoi vecchi amici frequentati al college, inclusa Madeline con il suo “nuovo” ragazzo, Jeremy.

Jeremy era un tipo misterioso, Madeline amava i ragazzi un po’ ricercati nel loro genere, un po’ duri da scoprire, solo che su Jeremy c’era tanto da sapere e Madeline purtroppo non ne sapeva molto. Per quanto ne sapeva lei si erano conosciuti un anno prima per caso, aspettando alla stazione della metro di Hotorget, lungo la linea verde, che mostrava le pareti ricoperte di piastrelle dai colori pastello e il soffitto con 103 neon luminosi per richiamare le scie dei pattini da ghiaccio. All’inizio la intimoriva un po’ quella sua aria sempre scocciata, come se ce l’avesse con il mondo, con quei toni un po’ bruschi e i suoi strani tatuaggi sul viso, però con il passare del tempo si abituò a questi ultimi, apprezzandoli nella loro fattispecie; per il resto riuscì a fargli togliere il muso imbronciato e a migliorare i suoi toni bruschi.

Si perse nei suoi occhi grigio perla, tanto grigi da farli sembrare ghiaccio sporco che le gelava il sangue nelle vene. La sua carnagione era leggermente più scura e su di essa risaltavano poi questi suoi occhi di ghiaccio, facendola rabbrividire ogni volta che incontravano i suoi.

Si presentarono entrambi alla festa, alla quale partecipò anche Aaron, lo stalker di Caroline.

Erano ormai mesi che era riuscito a trovarla a San Diego, conosceva ogni sua routine da un po’ di tempo a questa parte e, non appena saputo della festa, cercò in tutti i modi di entrare nella lista degli invitati.

Nella prima parte della serata Aaron aveva cercato in tutti i modi di farsi ricordare da Caroline come il ragazzo che aveva conosciuto qualche tempo prima, fallendo miseramente, ma senza perdersi d’animo. Avrebbe cercato in tutti i modi di persuaderla, in qualsiasi senso. Era l’amore della sua vita, l’aveva cercata in così tante ragazze che ne perdeva il conto.

Così iniziò il suo percorso, tenendo un profilo basso senza farsi riconoscere per il suo passato e cercando di conquistare la sua “anima gemella”.

Nella seconda parte della serata Jeremy, non riuscendo a reggere perfettamente l’alcool svenne svariate volte, ignorando l’aiuto vano e imbarazzato della ragazza.

Madeline non era proprio un tipo da feste, ci andava per stare in compagnia, per conoscere nuove persone, ma soprattutto per cercare un nuovo soggetto abbastanza interessante da disegnare nel suo album.

Per mesi, dopo aver incontrato Jeremy, aveva disegnato il ragazzo dagli occhi di metallo in ogni sua forma, ma non tanto con malizia quanto con desiderio, il desiderio di conoscere cosa celassero i suoi occhi.

Quella sera vide Aaron, anche se solo di sfuggita, anche se sapeva di averlo visto da qualche altra parte prima, sicuramente.

Dopo essere tornati a casa Jeremy sfogò sulla ragazza la sua ira repressa durante la festa, facendo iniziare una continua e inarrestabile voglia di sangue da parte del ragazzo.

Madeline iniziò così a perdere lucidità mano a mano, tant’è che nei suoi disegni non disegnava più persone esterne a lei, da osservare con un occhio esterno, ma disegnava se stessa in cerca di aiuto, però il mondo sembrava avesse dei paraocchi.

Fu una sera in particolare a porre fine a tutto.

Era un venerdì sera, il giorno più brutto della settimana per Madeline.

Jeremy ogni venerdì sera usciva dopo il lavoro e andava a prendersi qualcosa da bere al bar, da solo. Ordinava sempre una birra e qualche volta degli alcolici un po’ più pesanti, a seconda della situazione oppure perché voleva e basta, non seguiva una logica.

Quel venerdì Madeline decise di uscire di casa prima per non ritrovarsi dei nuovi lividi da aggiungere alla collezione sul suo debole corpo. Purtroppo per lei Jeremy aveva deciso di portarsi l’alcool a casa e di far avvenire la trasformazione dell’essere in casa.

L’“essere”, quello che chiamava Madeline ogni volta che vedeva entrare dalla porta Jeremy il venerdì sera.

Perché quello non era un uomo, ma un essere e basta.

– Madeline, dove sei? – biascicò, sbattendo rumorosamente la porta. La ragazza si bloccò improvvisamente, mormorando un’imprecazione.

– Stavi andando via? Sai che non puoi, dolcezza – notò poco dopo vedendo la borsa sulle sue spalle e la giacca con il cappuccio alzato addosso, che nascondeva l’enorme livido viola proprio sotto l’occhio destro.

– Volevo andare a fare una passeggiata… – rispose furtivamente la ragazza, cercando di non incrociare il suo sguardo maligno.

– Dolcezza, tu lo sai cosa facciamo il venerdì sera, e sai cosa ti faccio se non mi obbedisci – rispose andando a passi molto lenti verso di lei, tenendo con una mano la bottiglia mentre con l’altra toccava la superficie della parete, strusciandovi la mano su di essa e avanzando verso di lei.

– Volevo solo fare una passeggiata, Jeremy… – rispose a testa bassa.

– Ti prego, adesso non iniziare la scenata che sai che non servirà a niente – serrò la mascella e chiuse in un pugno la mano libera. Una volta arrivato davanti a lei le tirò giù il cappuccio, mettendole una ciocca di capelli dietro l’orecchio, mostrando così il suo viso macchiato.

– Non l’hai coperto abbastanza, riesco ancora a vederlo – la minacciò prendendole il mento con le mani e facendole girare la testa. Madeline si scansò bruscamente, allontanandosi.

– Lasciami stare. Non voglio più vederti. Mi stai facendo del male… Dicevi che ti piacevo, che mi amavi… Se ami una persona non la fai stare male… –

Jeremy rise, una risata oscura, che non faceva filtrare nemmeno un briciolo di luce, mise i brividi anche a Madeline.

– Sai, ti facevo più intelligente. All’inizio forse, ma adesso per me non sei nulla, non dopo che ti ho vista con lui, con quel ragazzo – disse con disprezzo rimanendo immobile.

– Quale ragazzo? – chiese confusa

– Lo sai di chi sto parlando! Sei sempre stata una poco di buono e ora pagherai per questo! – le urlò contro, togliendo ogni minima distanza tra di loro, bloccandola al muro.

– Non mi scapperai stavolta –

– Invece sì! – riuscì a controbattere lei, tirandogli una ginocchiata sul basso ventre, facendolo piegare per il dolore e quindi guadagnandosi lo spazio per scappare. Se non fosse che lui riuscì a prenderla per una caviglia, facendola cadere in avanti e facendole sbattere la testa.

Mugugnò qualcosa per simulare il dolore, ma cercò di rialzarsi subito dopo, fallendo poiché il ragazzo la trascinò verso di lui tramite la gamba.

– Lasciami! – urlò scalciando, ma a quanto pare lui non voleva saperne di lasciarla andare.

Urlò, scalciò, cercò di liberarsi in tutti i modi dalla sua presa, ma era più forte di lei e non riuscì nemmeno a fargli del male abbastanza per liberarsi. Lui si era messo a cavalcioni su di lei e ogni sua mossa per liberarsi equivaleva ad un pugno o ad una sberla sul suo viso per avergli disobbedito.

– Non. Osare. Mai. Più. Disobbedirmi. – sibilò dopo ogni sberla.

Il respiro di Madeline era frenetico, ma debole allo stesso tempo, non si sentiva più le labbra o il viso in generale. Non riusciva nemmeno più a vedere, era tutto sfocato e con uno sfondo rossastro, non riusciva più a riconoscere le lacrime dal sangue.

Poco dopo lo vide alzarsi e in quel momento sentì un forte dolore sul suo ventre che la fece piegare in avanti con conseguenti lamenti di dolore.

– Ne vuoi ancora, tesoro? –

– Non chiamarmi così – disse mettendosi seduta o almeno in una posizione che non le facesse sentire dolore – sei disgustoso, come lo sei sempre stato da quando… – non riuscì a finire la frase che le arrivò un calcio in pieno viso e dopo un altro ancora e dopo ancora un altro, fin quando non la fece urlare per il dolore.

– T..ti preg..go. S..smettila… – lo supplicò a mezza voce, contorcendosi su sé stessa dal dolore.

– Non sarà mai abbastanza quello che ti farò per quello che hai fatto a me. Mai! – ricalcò l’ultima parola con odio e prese la bottiglia lasciata a terra, ne bevve un sorso e subito dopo la spaccò a terra, tenendo in mano il collo rotto e appuntito, puntandoglielo al collo.

– Mi dispiace sai, eri carina alla fine. Mi piaceva il tuo corpo, lo curavi bene per farti prendere dagli altri eh –

– Ti pen..tirai amar… amente di questo – riuscì a pronunciare lentamente e senza fiato, sentendo il vetro rotto della bottiglia oramai dentro il suo collo.

– Nessuno si accorgerà mai della tua mancanza – la guardò gelidamente negli occhi celesti, che adesso a malapena si riconoscevano e spinse il vetro con violenza dentro la sua carne, tirandolo successivamente di lato, recidendo la giugulare, togliendole il respiro e qualsiasi altra funzione vitale. Spalancò di colpo gli occhi e il fiato le si bloccò tutto d’un tratto.

L’ultima cosa che riuscì a vedere prima di perdere i sensi fu lo sguardo soddisfatto di quello che riteneva il suo ragazzo.

“Ti pentirai amaramente” gli aveva detto. Molto presto lo avrebbe capito anche lui.

 

 

D’un tratto Aaron ritornò nella vita reale, sempre nella stessa piazza di Stoccolma, nella vecchia città, ancora su quelle panchine, con Madeline.

Vedere tutto quello che aveva passato, la sua morte, lo aveva colpito. Aveva già visto la sua ragazza morire per colpa sua, vedere Madeline in quelle condizioni lo fece pensare, anche se per quello ci avrebbe pensato dopo, al momento il suo primo pensiero era capire.

Subito dopo ricollegò tutti i sogni fatti, capì il motivo per cui vedeva lei piuttosto che Caroline o perché al posto di Madeline vedeva Caroline, immaginandosi di picchiarla.

Rimase stordito da ciò che ebbe visto, per qualche secondo perplesso, così si alzò dalla panchina e iniziò a camminare avanti e indietro davanti alla ragazza, cercando di immagazzinare tutto ciò che aveva compreso.

– Come è possibile? Insomma tu… – non riuscì a concludere la frase, sembrandogli impossibile

Nei suoi occhi adesso vi era una sottile patina di acqua che gli offuscava la vista.

– Vieni con me – gli disse semplicemente, alzandosi e iniziando a camminare, addentrandosi in una delle stradine della vecchia città.

Ci misero un po’ prima di arrivarvi ma finalmente arrivarono nel quartiere di Enskede, nella parte meridionale di Stoccolma, a Skogskyrkogården, conosciuto anche come il Cimitero del Bosco.

Aaron rimase per un momento perplesso, ma non disse una parola, si limitò a seguire la ragazza o qualsiasi cosa fosse. Camminarono dentro quell’anomalo bosco per più o meno due minuti, fin quando la ragazza non si fermò bruscamente: erano arrivati.

Davanti a loro vi era una piccola lapide di pietra con un lume elettronico acceso e una rosa ormai appassita. Aaron osservò meglio la lapide e sbarrò gli occhi non appena lesse il nome: Madeline Brooks.

Madeline si abbassò e si mise seduta sulle sue ginocchia rimanendo in silenzio ad osservare la sua lapide, senza alcuna foto.

– Che cosa sei? – spezzò il silenzio, troppo spaventato per quello che stava accadendo, troppo confuso per capire.

– Sono un fantasma, un’anima tormentata, uno spirito, come lo vuoi chiamare… Un’anima tormentata in cerca di un’altra anima che le assomigli – lo guardò girandosi verso di lui.

– Hai mai notato lo sguardo delle persone quando ci incontravamo? Puoi vedermi solo tu, Aaron. –

Improvvisamente ricordò tutti gli incontri fatti con Madeline e notò lo sguardo indiscreto delle persone che, anche in quel momento, lo stavano fissando.

– Sai, per tutti questi anni ho cercato Jeremy, l’ho seguito, l’ho perseguitato, ma lui… Lui non faceva caso a me. O almeno all’inizio era ignaro di tutto… Volevo vendicarmi, farlo soffrire come lui ha fatto con me, ma non era questo quello che volevo veramente, o almeno in parte… – raccontò con lo sguardo fisso sull’erba.

– Non riesco a seguirti. –

– Mi ricordavo di te, sai? Alla festa di Caroline. Tu non mi hai mai vista, ma io sì. Ti ho osservato per quanto ho potuto, lì capii quanto avessi bisogno di me… Per tutti questi anni hai sempre cercato di trovare qualcuno come Caroline, ma sai meglio di me che nessuno sarà mai come lei. Dovevo fartelo capire in qualche modo, per questo puoi vedermi solo tu e nessun altro. Sei un anima tormentata anche tu, sai? – alcune lacrime avevano iniziato ad offuscarle la vista e si bloccò per un istante.

Rimasero in silenzio per molto tempo. Il silenzio era l’unico in grado di colmare il vuoto in quel momento, di riempire gli spazi che si erano creati, i dubbi. Altre parole avrebbero solo confuso Aaron e fatto star ancora male Madeline.

Il chiarore della luna era offuscato dai folti rami che si estendevano sopra i due ragazzi che erano rimasti seduti in silenzio davanti a quella lapide.

Il tempo di Madeline era giunto al termine e lentamente, ad ogni bagliore, diventava sempre più chiara.

– Che cosa ti sta succedendo? Dove andrai ora? – chiese allarmato il ragazzo avvicinandosi a lei.

– Oh, Aaron, non servo più a nessuno qui… Tu non potrai più vedermi, hai capito il nostro collegamento, ora dovrò cercare qualcun altro… Chissà – Un sorriso malinconico apparve sulle labbra della ragazza, facendole abbassare lo sguardo affinché non incontrasse i suoi occhi celestiali.

Così lui la prese delicatamente per il mento e le sollevò la testa, facendo incontrare i loro occhi color oceano. La osservò attentamente per l’ultima volta e si avvicinò a lei, eliminando qualsiasi distanza tra di loro, lasciando un leggero bacio sulle labbra rosee della ragazza, chiudendo gli occhi. La ragazza ricambiò il dolce bacio, l’ultimo che potesse veramente sentire.

Quando Aaron riaprì gli occhi l’unica cosa che vide davanti a sé fu solamente il ricordo di una lapide abbandonata senza nome.

Madeline era sparita per sempre.


 

VIAGGIO NEL CASSETTO

di Jacopo Colelli

V Liceo Scientifico – Istituto di Istruzione Superiore “Edoardo Amaldi”

 

PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2017-2018 - La premiazione di Jacopo Colelli

 

Quella mattina aprii il cassetto del comodino accanto al letto alla disperata ricerca degli occhiali. Allungai la mano con violenza e, spazientito, cominciai a smuovere energicamente le camicie che affioravano in superficie. Ne gettai un paio sul letto, altre finirono a terra. Scavai in profondità e, oltrepassati i numerosi strati di stoffe, urtai contro una superficie rigida. La afferrai e tirai via la mano con forza. Mi ritrovai tra le dita non gli occhiali che cercavo, bensì quello che doveva essere il mio vecchio diario. Erano trascorsi così tanti anni da quei giorni in cui mi dedicavo alla scrittura spensierata, che ormai avevo dimenticato persino l’esistenza di quel diario. Aprii la prima pagina, curioso di rivivere le emozioni di quei ricordi, che erano spariti progressivamente dalla memoria.

Lo sguardo fu catturato così intensamente da quelle righe che, prima ancora che me ne accorgessi, mi ritrovai completamente immerso nella lettura. Le rilessi dopo così tanto tempo, che quasi non le riconoscevo più come mie. Le parole sembravano prendere vita nella mia mente. Mi rividi seduto comodamente sul vagone di quel vecchio treno trasandato. La carrozza nella quale mi trovavo era deserta. Le due coppie di sedili non ospitavano alcun viaggiatore. Anche il corridoio, dal quale la cabina risultava separata per mezzo di un portellone fatiscente, sembrava completamente abbandonato. Ai miei piedi, solitaria, s’affacciava una piccola valigia, nascosta sotto il sedile da cui spuntava per un quarto. Imboccammo improvvisamente una lunga galleria e tutto divenne rapidamente molto buio. L’unica fonte di luce si rivelò essere un flebile raggio che, infilandosi solitario tra le fessure della porta, faceva capolino dal corridoio. L’atmosfera si fece bruscamente tetra ed inquietante. I contorni delle figure che sembravano dilatarsi nell’oscurità mi spaventavano terribilmente così m’alzai di scatto, lasciai cadere sbadatamente sul sedile il libro che reggevo tra le mani e mi lanciai verso il corridoio, come un naufrago attratto dalla nave scorta in lontananza. Mi ero appena mosso, quando una forza improvvisa, una frenata, mi spinse violentemente all’indietro. Istintivamente allungai la mano in cerca d’un appiglio, riuscendo ad evitare una rovinosa caduta solo sorreggendomi sulla stoffa strappata del poggiatesta. Fui subito infastidito da una strana sostanza appiccicosa e vellutata, che quasi mi incollava le dita, insozzandole fino al palmo. L’imbottitura del poggiatesta era ricoperta da una muffa invadente che faceva capolino dall’interno. L’incuria ed il materiale scadente avevano contribuito al suo espandersi, l’umidità aveva fatto il resto. Non ebbi nemmeno il tempo di esprimere il mio disgusto che, appena abbandonata la presa, fui investito nuovamente dall’accelerazione del treno, con rinnovata foga. Questa volta nessun’àncora mi sorresse e caddi riverso a terra, con il volto sul pavimento. Ancora stordito e confuso fui invaso da un rumore assordante proveniente dall’esterno del vagone. Impiegai alcuni secondi per realizzare che il treno era uscito dalla galleria e si era fermato in prossimità di una stazione. Ci fermammo in una zona sperduta tra le campagne toscane. I corridoi del treno furono improvvisamente inondati da una fiumana di persone che avanzavano rumorose e disordinate. Il rumore dei passi pesanti che battevano sul pavimento assottigliato dal tempo fu immediatamente surclassato dalle urla forsennate degli uomini che pretendevano di affermare la loro superiorità e di guadagnarsi così i posti che, a loro avviso, spettavano loro di diritto. L’arrivo di quella massa informe mi destabilizzò: a quel tempo anelavo alla solitudine come un Samana nelle foreste, come loro fuggivo le città e gli uomini che le popolavano, ricercando la mia pace… Una ricerca destinata, ora, ad estinguersi come un fiammifero nelle gelide acque di un lago. Sembrava che proprio quegli uomini dai quali sarei voluto fuggire mi stessero perseguitando. Mi concentrai sul rumore dei loro passi, sperando fortemente che non raggiungessero la mia cuccetta. Il loro numero sembrava esagerato, non potevo vederli, ma l’eco dei loro schiamazzi sembra raggiungermi ancora oggi. Probabilmente lì fuori si stava combattendo una vera e propria guerra per i posti più comodi: gli uomini più prestanti avrebbero scavalcato quelli più deboli, ricorrendo a qualsiasi stratagemma pur di affermare la loro supremazia nella scala sociale. Ho fissi davanti a me i loro sguardi, taglienti, soddisfatti. I corridoi erano ormai colmi, a stento sembrava sorreggessero il peso esagerato. Le porte scorrevoli venivano spalancate una dopo l’altra, con forza, sbattendo contro i portelli. Il momento che tanto avrei voluto posticipare non tardò ad arrivare, un’ombra ingombrante invase il vagone superando il vetro oscurato della porta fatiscente. Udii qualcuno poggiare con forza la mano sulla maniglia della mia cabina, tirando con una tale veemenza che temetti si portasse dietro tutta l’anta. Entrò richiudendosi la porta alle spalle. Con lo sguardo basso riafferrai rapidamente il libro che avevo colpevolmente abbandonato, sperando inutilmente di potermi nascondere tra gli spazi che separavano le parole l’una dall’altra. Nonostante la mia repulsione, la curiosità, vizio per eccellenza degli uomini, ebbe il sopravvento, azzannandola alle spalle. Allungai lo sguardo con la coda dell’occhio, lo vidi. La sagoma imponente apparteneva ad un uomo sulla cinquantina, piuttosto piazzato e con le spalle larghe. Sul volto i baffi appena accennati preparavano, come antipasto prima di un’abbondante portata, ad una folta barba di un colore grigiastro che, come fumo mosso dal vento, si concentrava in alcuni punti per poi diradarsi e scomparire in altri. Dalla zona più fitta, subito sotto il mento rigonfio, spuntava un crocifisso, tutto in oro. Era posato delicatamente sulla peluria del petto che fuoriusciva dalla camicia, accennando un bagliore che in qualche modo sembrava potesse irradiare il fanatico possessore. Pantaloni e giacca, abbinati sbadatamente con le scarpe, facevano pensare ad un borghese, più o meno fortunato. Con il volto ancor fisso sulle righe del mio libro mi sforzai di scorgere oltre, cercando di non farmi vedere. Mi chinai maliziosamente in avanti, fingendo di stirare la schiena indolenzita. Lungo i corridoi, altri continuavano ad avanzare, rumorosi. Mi sollevai incuriosito e li osservai, alzando timidamente lo sguardo dalle pagine del libro. Ciò che vidi mi fece subito pentire della scelta avventata, mi rimpossessai del mio posto, schiacciandomi contro il sedile. Quei corpi che avevo scorto, quegli uomini che si spintonavano energicamente, lottando come animali affamati che si contendono l’ultima preda erano tutti uguali! La pallida faccia allungata solcata da un lungo naso aquilino e da squallidi mustacchi neri si riproponeva infinitamente tutt’intorno, come catturata da un interminabile gioco di specchi. Le stesse camicie grigiastre affioravano grossolanamente da sotto la giacca rigorosamente aperta sul petto. I pantaloni, lunghi fin sotto le caviglie, terminavano con scarpe altrettanto oscure ed insignificanti. Il tempo di percepire appena il suono del primo rintocco del caro campanile che mi ritrovai di nuovo nella mia stanza, con gli occhi fissi su quelle righe ispiratrici. Scrollai la testa energicamente per allontanare quelle immagini. Il terrore di allora si ripresentava adesso ancor più violento: le passioni, i dolori, le angosce, tutto riaffiorava. Un inaspettato turbamento m’assalì, mi alzai di scatto e gettai a terra quelle pagine, sperando che il flusso di ricordi s’interrompesse con la loro caduta. Percorsi solo pochi passi in quella fuga disperata che il campanile rintoccò nuovamente, una nota solitaria ed intensa. Una forza travolgente m’assalì, trascinandomi con forza. La mente annebbiata mi rese momentaneamente cieco, non potevo aprire gli occhi, non ancora. Passarono alcuni istanti, forse minuti, recuperai lentamente la vista. Mi ritrovavo di nuovo su quel treno, questa volta però catapultato inconsapevolmente indietro. Smarrito, riaprii gli occhi: il buio, il vagone fatiscente, il libro, tutto era come quel giorno. Mi guardai attorno, confuso, cercando risposte. Tutto era come allora, solo le mie mani, non erano più quelle di un ragazzo, erano le mani di un uomo. – Si sente male? – una voce roca mi chiamò dall’alto, alzai lo sguardo, era quell’uomo, non era cambiato affatto. Possibile? La stessa barba, i baffi, il crocifisso d’oro. I suoi occhi, li avevo dimenticati, che allora non li avesse? Le pupille erano bianchissime, con il loro candido pudore avvolgevano un’iride nera come la notte più buia, priva della più timida luna. Che provasse pietà per me? Lo superai con lo sguardo. Alle sue spalle, lungo il corridoio, quegli uomini bramosi, anche loro rimasti gli stessi, ancora si accalcavano, ancora lottavano, quante vane speranze! Il tempo di realizzare cosa stesse accadendo che il treno riprese bruscamente la sua corsa. Sembrava fossi l’unico ad aver subìto il contraccolpo dalla brusca accelerazione, tutti gli altri erano rimasti ben saldi in piedi, come se la battaglia che stavano combattendo potesse in qualche modo isolarli dagli influssi esterni. Il mio uomo si fece avanti, piegandosi a fatica. Posò la mano sulla mia, com’era freddo! Mi guardò di nuovo, fissandomi, sembrava volesse giudicarmi, anzi probabilmente l’aveva già fatto, la sentenza era scritta da tempo. Sfuggii alla presa. Mi allontanai rapido, non riuscivo a sostenere quello sguardo, tutto lì dentro mi era avverso, dovevo fuggire ancora, più velocemente del treno stesso. Le pareti sembravano soffocarmi, il buio mi spaventava e quello sguardo mi faceva sentire nudo, terribilmente esposto. Così chiusi istintivamente gli occhi, sperando ingenuamente che l’oscurità nella quale mi sarei rifugiato avrebbe reso cieco anche il resto del mondo che mi circondava. Come un uomo di campagna, colpito da un’improvvisa e violenta nevicata, intrapresi una folle corsa alla ricerca di un riparo sicuro all’interno del quale nascondermi. Inconsciamente pretesi da quel corpo stanco uno sforzo insostenibile. Dopo pochi metri fui costretto a fermarmi, il cuore sembrava potesse esplodermi da un momento all’altro nel petto. L’anima, imprigionata e resa muta dal terrore dell’incompiutezza, aveva affidato il pieno governo di sé ad un corpo incapace di sostenerne il peso, conducendolo così al collasso. Fui costretto ad abbandonare il buio all’interno del quale avevo sperato di dimorare in eterno. Mi feci coraggio e riaprii gli occhi. Quegli sguardi, come lingue di fuoco, presero ad avvolgermi tutt’intorno. Quel singolo sguardo inquisitore che m’aveva spogliato di ogni illusione di salvezza e redenzione s’era incarnato in altri mille sguardi, mille copie dell’originale, duemila occhi che mi trafiggevano la pelle in un contatto sempre più rovente. Ebbi la sensazione che ridessero di me, che avessero capito quanto fossi diverso da loro, sembrava si prendessero gioco della mia misera condizione d’emarginato, godendo, illusi, della loro supremazia, figlia dell’ignoranza. Il bruciore iniziale lasciò il posto ad un’immobilità glaciale. Dapprima mi invase i piedi, bloccandoli irrimediabilmente al suolo. Velocemente il freddo si impossessò delle mie gambe, in modo sempre più sicuro, come lo scalatore che, superate le prime difficoltà, procede spedito verso la meta. Annichilito nello spirito ed incapace di muovermi, come un condannato che si arrende all’imminente destino fatale, m’inginocchiai di fronte al nemico che in nessun modo, ora lo sapevo, avrei potuto fuggire. Come veleno che irradia le sue tossine tanto più rapidamente quanto più già s’è diffuso, così il mio corpo patì l’evolversi del morbo mortale. Avvertivo i sensi abbandonarmi pian piano, potevo percepire, come ronzio in lontananza, il rumore del treno che rallentava, rapidamente, fino a fermarsi. Abbandonate le speranze, s’apriva davanti a me un profondo baratro, tanto oscuro che non riuscivo a scorgerne il fondo. Fuggire. Perché? Da chi? In quell’attimo realizzai ogni cosa. Per tutta la vita ero stato incapace di compiere ciò per cui avrei dovuto dedicare tutto me stesso, non lasciavo nessun ricordo memorabile in questo mondo, il mio nome sarebbe svanito per sempre insieme al corpo. Solo allora mi resi conto d’aver ripudiato con disprezzo il dono più grande. Avevo permesso che le deboli spalle si arrendessero sotto il peso delle prime difficoltà e, chiudendo gli occhi alla realtà ed il cuore all’amore, avevo lasciato che si allontanasse. Il mio abbandono fu tale che mi sembrò d’osservare me stesso dal vetro d’una finestra lontana e di riuscire a scorgere chiaramente una lacrima, limpida come la superficie di un calmo mare estivo, solcarmi il volto. Quella singola goccia, nella sua piccolezza e caducità, racchiudeva in sé, sotto la patina trasparente, la mia anima, la mia coscienza, prossima alla caduta e all’annientamento. Mai come allora sentii la necessità di qualcosa o qualcuno che mi aiutasse, che sorreggesse per me quella lacrima, che intercedesse al mio posto affinché il destino cambiasse, sorridendo alla morte. La piccola fiamma che improvvisamente s’era accesa nelle profondità più remote del mio spirito necessitava d’una gentile folata di vento che la rinvigorisse, che la rendesse forte abbastanza da sciogliere quel ghiaccio atavico che altrimenti l’avrebbe inghiottita. Come un uomo che al termine della sua peccaminosa esistenza, pentendosi, ottiene la grazia eterna, così a me fu concessa, al posto d’una rovinosa caduta negli inferi, un’aspirazione divina. Mi capitò ciò di cui mai avrei creduto un mortale potesse godere sulla terra; una forza opprimente mi riportò indietro, tornai a vedere con i miei occhi e a sentire colle mie orecchie, come abitando un corpo nuovo. Lo sguardo ancora penitente, rivolto verso il basso, fu attratto, come mosca dalla luce, da un’accecante bagliore. Il treno aveva improvvisamente ripreso a muoversi, uno slancio improvviso, tornavamo indietro. Eravamo finalmente usciti dall’oscura galleria, il primo spiraglio di luce che penetrò tra i finestrini stanchi del lungo sonno si posò sul volto di una donna, meravigliosa, seduta in una cabina, in disparte, gli occhi fissi sul bambino che teneva sul grembo. Il timoroso raggio iniziale prese subito coraggio ed investì tutta la figura, illuminandola interamente. Il volto olivastro, irradiato dall’aurora che erano i suoi occhi, pareva quello di un angelo. Le palpebre socchiuse non riuscivano a nascondere la bellezza del cielo che avrebbero voluto preservare, la bellezza del mondo era condensata tutta in quello sguardo. Le docili labbra rosate si sfioravano, senza mai toccarsi, intonando un lieve canto di ristoro al bambino annoiato dal viaggio. Le guance, piccole, ma rigonfie, conservavano tra i loro argini un naso pronunciato: imperfetto e perciò divino, nella sua armoniosa complicità col resto. Il braccio nudo sporgeva per una piccola parte da un lungo vestito che le copriva tutto il resto del corpo: era di un blu oscuro, ma lucente, da far invidia alle porte di Babilonia. L’arto tendeva delicatamente verso le labbra del bambino, ancora nascoste nella loro estrema giovinezza, tenute a freno dal contatto col dito della madre. La costante vicinanza lo tranquillizzava, la presenza del corpo della madre accanto al suo lo riportava alla pace dei giorni passati, quando ancora erano una cosa sola. Godevo silenziosamente della contemplazione di quel quadro divino, il tempo stesso aveva dimenticato di capovolgere la clessidra, catturando quell’immagine in un attimo eterno. Sentii ogni altro pensiero venire annichilito dalla potenza passionale ed estatica che m’avvolse, l’anima m’esplodeva dentro in un incendio che non avrei né potuto né voluto estinguere. Ogni paura era fuggita, ogni baratro riempito, leggero come una piuma avrei desiderato solcare l’immensità del cielo col quale mi sentivo allora un tutt’uno. Notai i lunghi capelli, raccolti in una splendida treccia che le accarezzava la spalla scoperta, muoversi leggermente sospinti dal lieve vento, il tempo riprese il suo corso. Quello sguardo divino ed umano al contempo, quell’aspirazione divina che mi teneva allacciato saldamente alle fondamenta della terra riaccese in me la vita, ripresi finalmente a respirare, soffocato com’ero nel sottosuolo nel quale soccombevo. Con rinnovate energie tornai in piedi, riacquisendo la dignità perduta. Gli occhi di lei si mossero, volsero verso i miei, e fui condotto in un viaggio divino. Provai una sensazione non nuova, mi stavo allontanando di nuovo dal mio corpo, ma questa volta era diverso, estremamente piacevole, gratificante. Una guida angelica mi conduceva con lei alla riscoperta di un mondo che avevo dimenticato, alla ricerca della bellezza, di fronte alla quale ero rimasto colpevolmente cieco. Oltrepassai attraverso il suo sguardo le alte mura che erano le pareti del treno: un’immensa prateria occupava tutto l’orizzonte, le folte chiome glauche degli alberi in fiore salutavano il nostro passaggio, aprendo allo sguardo i loro figli più belli, il sole, alto a mezzodì, si rispecchiava nelle mattiniere gocce di rugiada. Lontano, quasi oltre lo sguardo, il verde rilucente s’assimilava all’azzurro del cielo terso ed inafferrabile in una sinfonia, in cui era impossibile distinguere i diversi strumenti. Le nuvole, sparse qua e là, apparivano distanti, ma sempre unite. Ognuna assumeva una forma diversa, tutte rispettivamente magnifiche. La prima in cui m’imbattei, la più grande, tanto da catturare al suo interno la luce del sole stesso, assomigliava alla figura di un vecchio stanco e curvo, piegato in avanti verso un corpo forte e giovane. Prostrato quasi al suolo sacrificava la sua dignità ed il suo prestigio per riavere indietro qualcosa a lui caro, un amico, un figlio, una perdita insopportabile. L’amore era più forte dell’umiliazione più impertinente, attraverso quell’amore avrebbe sconfitto ogni divieto. Fui strattonato di nuovo, allontanato dalla volta celeste e ricondotto nella finitezza del vagone. La struttura sembrava effettivamente immutata, ma nulla era rimasto uguale. Tra i lunghi corridoi i bambini strillavano nella loro esaltazione, si rincorrevano vicendevolmente, si udivano le risate più gioconde e sincere, figlie solo della più verde giovinezza. Poco distanti, lungo i corrimano laterali, s’abbracciavano amorevolmente i genitori, gli sguardi ricolmi d’affetto volti verso i corpicini dei figli, mezzo attraverso il quale riportare alla memoria ricordi di momenti magnifici, le labbra unite in un bacio momentaneamente eterno. I più anziani rimanevano in disparte, stanchi della lunga vita godevano del meritato riposo, sazi dei piaceri terreni riponevano le loro speranze nell’amata prole, nell’auspicio di un roseo futuro che gli si sarebbe aperto dinanzi. Prima ancora che me ne accorgessi fui strattonato di nuovo, tutto si fece buio e il treno sparì dalla mia vista, come non fosse mai esistito.

 

Il campanile rintoccò ancora.


 

FERMO IMMAGINE

di Francesco Guidi

III Liceo Scientifico – Istituto di Istruzione Superiore “Edoardo Amaldi”

 

PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2017-2018 - La premiazione di Francesco Guidi

 

Fra una settimana ricomincia la solita routine e vorrei avere la macchina del tempo per tornare all’inizio delle vacanze. Quest’anno sarà tutto diverso, casa diversa, città diversa, ma soprattutto amicizie diverse. Ho lasciato i miei migliori amici a Chicago a causa dei miei genitori che hanno divorziato; ora vivo con mia madre a Denver. Andrò alla East High School, sperando sia una buona scuola.

Al problema dei miei genitori si aggiunse presto quello di mia nonna; si ammalò e per questo mia madre passava gran parte del tempo ad occuparsi di lei. Possiamo riassumere le mie vacanze in pizza d’asporto e pomeriggi passati a giocare alla Playstation in camera mia.

Dopo un’estate passata a casa, arrivò il giorno fatidico. Stavo per andare alle superiori, il gran salto, l’affaccio sul mondo degli adulti. Andai in bici, la scuola si trovava a pochi isolati da casa mia. Mi ricordo che ero arrivato esattamente al suono della campanella: «Meglio, – pensai – almeno ho evitato un’imbarazzante attesa».

Il benvenuto ai nuovi studenti si teneva in palestra dove si trovavano gran parte degli alunni dell’ultimo anno per accoglierci; i veterani si prodigarono nel tutoraggio delle nuove “leve” disorientate e spaventate. Mi misi seduto nella prima fila degli spalti, anche perché erano gli unici posti rimasti; si sa, mai mettersi ai primi posti! Entrò in palestra un ragazzo basso e buffo, dall’aria ombrata. Si mise accanto a me.

“Ciao, sono Joseph”, mi disse mentre mi porgeva la mano. Lo guardai con aria guardinga. “Inizio anche io quest’anno. Ti ho visto tutto solo e mi sembrava scortese non presentarmi”.

Allora ricambiai con un sorriso ed una stretta di mano dicendo:

“Thomas”

“Non ti ho mai visto in giro, sei di qui?”

“No, vengo da Chicago”.

“Bella! Ci sono stato in vacanza l’anno scorso con la mia famiglia, ma non ci vivrei mai. Come ti trovi qui a Denver?”

“Bene, anche se non mi sono ancora ambientato”.

“Tranquillo sarò la tua guida, intanto ti presento Ashley”, disse Joseph, indicando una ragazza bionda dietro di lui. Mi accorsi che non ci stava ascoltando, ma seguiva con gli occhi un ragazzo scheletrico al centro della palestra. I professori iniziavano a chiamare le classi. Joseph iniziò a scuotere Ashley che, tutto d’un tratto, si accorse della mia presenza.

“Ti presento Thomas” e mentre lo diceva lei mi sorrise e ritornò a fissare il ragazzo scheletrico.

“Tranquillo, sa essere simpatica, bisogna solo abituarsi.” “Ma ora come funziona?” chiesi.

“Praticamente un prof chiama una classe e una volta nell’aula ci spiega tutto il programma annuale della sua materia. Il nostro dovrebbe essere il professore di matematica.”

Io feci un cenno di conferma mentre altri alunni si alzavano dirigendosi all’uscita.

“Ecco il prof. Tacker, bisogna andare” affermò Joseph, di lì a poco si rivelò essere molto logorroico e tutt’altro che ombrato. Gli chiesi come faceva a sapere tutte queste cose e mi disse che era grazie a sua sorella Sarah, del quarto anno.

“È lei” disse, mentre salutò una ragazza bionda che passò davanti a noi.

Mentre stavamo arrivando all’uscita della palestra, entrò una ragazza dall’aria triste “Oh lei è Clare, la prima volta che la vedi fa una strana impressione ma alla fine è una ragazza adorabile”, mi disse bisbigliando Joseph.

“Ehi, io sono Thomas” mi presentai. Mi ricambiò con un sorriso. «Per ora sembra filare tutto liscio» mi passò per la testa.

Nel tragitto per arrivare alla classe scoprii che Clare, Ashley e Joseph avevano frequentato le medie insieme. Nel giro di poche settimane io e Joseph saremmo diventati ottimi amici.

Spiegate le regole della scuola e consegnati i numeri dei nostri armadietti, il professore iniziò a introdurre il programma dell’anno e le varie attività a cui prendere parte. La mia mente iniziò un processo ascensionale proiettandomi in una dimensione diversa dove, molto probabilmente, era già arrivata la mente di Joseph, che guardava il vuoto da mezz’ora. Durante quell’ora infernale – «Incominciamo bene» – la mia attenzione cadde su una ragazza, al primo banco. Non riuscivo a groviglio informe di capelli ricci mi aveva ipnotizzato. Dopo un po’ che fissavo i suoi capelli, notai la penna che si muoveva simultaneamente con il suo braccio. Perché mai prendere appunti sulle regole della scuola? (Quanto mi sarebbero risultati utili in futuro!). Mi sentii le farfalle nello stomaco. Mi girai, chiamai Joseph e gli sussurrai “Sai per caso chi è quella ragazza al primo banco?”

Mi rispose con un deludente “No”. Così passai tutto il resto del tempo a fissare quello chignon e quella penna che non smetteva di scrivere. Suonò la campanella. Drin, drin, drin!

“Ora c’è storia, sbrighiamoci che la classe è dall’altra parte della scuola!” urlò Joseph mentre controllava l’orario e le indicazioni per arrivare nella classe esatta.

Presi i libri dall’armadietto e mi preparai psicologicamente ad altre due ore di lezione. Conobbi la professoressa Murray. Una donna sulla mezza età apparentemente graziosa. Apparentemente. Subito dopo scoprii il suono più fastidioso che la natura potesse creare. La sua voce. E di fastidioso non aveva soltanto la voce: la prima lezione spiegò quasi mezzo libro e ci urlò contro che entro una settimana dovevamo fare un testo di 300 parole sui pellerossa. Crisi isteriche, manie di onnipotenza, frustrazioni recondite.

La campanella aveva messo le ali, un suono angelico ci salvò. Ora di pranzo. Clare stava leggendo un libro seduta accanto ad un’altra ragazza, mai vista prima, dal viso teso e malinconico. La vidi adombrata. Mi presentai.

“Ciao, ti dispiace se…?” e indicai il posto accanto a lei. Mi fece un cenno di assenso “Sono Thomas, e tu?”

Si chiamava Evanna e mi raccontò che quella estate aveva cambiato zona della città con la sua famiglia. Si trovava nelle mie stesse condizioni: una vita nuova. Dopo una chiacchierata con Evanna, presi il mio iPod e mi misi ad ascoltare un po’ di musica. Adoro isolarmi. Passai tutta la pausa a cercare invano quello chignon. Ma di lei neanche l’ombra. Fissavo i filetti d’erba secca del cortile mentre pensavo a quei capelli color castano. Come mai mi avevano incantato? In fondo erano solo dei capelli. «Bisogna che me la tolga dalla testa». Ma in quel momento scorsi da lontano quell’acconciatura. Il cuore ebbe un sussulto. Un raggio di sole la colpì e tutto d’un tratto i suoi capelli risplendevano, diventando d’oro. Nel petto un cavallo imbizzarrito. Dovevo conoscerla. Mi alzai per raggiungerla quando suonò la campanella; la persi tra la massa di studenti ormai infernale.

Guardavo tutto tranne dove mettevo i piedi; scontrai la mia faccia contro un tizio. Si chiamava Tyler ed era accompagnato da due “scagnozzi” di cui non ricordo il nome. Provai a scusarmi più volte e a spiegare che era stato un incidente, ma niente. Quel corpo, “un armadio” a due ante, era privo di cervello. Mi beccai un paio di cazzotti in piena faccia e un po’ di calci. Episodio che mi fece ricordare per molto tempo quel primo giorno di scuola. Nell’istante in cui la mia faccia colpiva il pavimento gelido e sudicio, con le ultime forze che avevo, riuscii a intravedere la ragazza. Un istante dopo, il buio. Mi risvegliai in presidenza, credo, con una busta di ghiaccio sull’occhio destro e un dolore lancinante su tutto il corpo. Joseph era seduto davanti a me che leggeva un libro. Mi ricordai solo di una frase sussurrata nell’orecchio con cattiveria da Tyler e quello chignon che aveva affievolito ogni dolore.

Joseph si accorse che tenevo gli occhi aperti e si avvicinò. Mi raccontò che “l’armadio” aveva continuato a tirarmi colpi anche da svenuto, poi era arrivato il preside che lo aveva allontanato. Si prese soltanto una settimana di sospensione. Dopo un quarto d’ora riuscii ad alzarmi. Joseph mi accompagnò fino alla bici. Erano circa le 16.00 e la scuola era deserta. Joseph era rimasto con me per più di un’ora.

“Perché sei rimasto? In fondo sono ancora uno sconosciuto per te…”

“Tranquillo, mi ha fatto piacere, tanto sarei stato da solo a casa” rispose sorridendo. Decise di non lasciarmi solo fino a casa.

La nostra amicizia si rafforzava sempre più.

Arrivammo a casa mia a piedi, non ero ancora in grado di andare in bici. Salutai Joseph ed entrai in casa. Dall’altra parte della strada riconobbi Evanna, che mi salutò con enfasi. «Forse le sono rimasto simpatico… »

Varcai la porta della cucina e lessi, con fatica, un biglietto sul frigorifero: ‘Scusa sono da tua nonna. La cena è nel microonde. Baci, mamma’.

Guardai la cena con aria disgustata, ormai era diventato un composto di carne e verdura dall’aspetto raccapricciante. Andava bene per il cane. «Stella ne sarà felice» pensai. Salii in camera da letto, buttai lo zaino sul letto e diedi il “composto” a Stella, un labrador color caramello che da 10 anni era la mia migliore amica, mi misi davanti allo specchio e urlai così forte che anche lei ebbe un sussulto mentre mangiava. Ero ridotto veramente male. Avevo tutta la parte destra della faccia gonfia, un paio di denti rotti e, quando alzai la maglietta, vidi due enormi ematomi violacei sul petto. Mi pulii al volo con un asciugamano del bagno, facendo attenzione a non farmi male e sprofondai nel cuscino del mio letto. Mi isolai con della buona musica e pensai alla ragazza misteriosa. Il suo pensiero riusciva a farmi volare sopra le nuvole e a lenire ogni dolore.

Pioveva. Mi alzai dal letto indolenzito, guardai l’ora, erano le 7 e 20. Fra 10 minuti sarebbe suonata la campanella. Mi feci una doccia veloce, mi misi le prime cose trovate e, con la faccia livida, corsi giù in soggiorno dove c’era mia madre. Preoccupata, mentre correvo verso la bici, mi chiese:

“Scusami… ma cosa diavolo ti è successo?”. Con un cenno le feci capire che non era nulla. “Almeno fatti dare un passaggio che piove!”. Non la ascoltai, mi misi il cappuccio della felpa e mi diressi verso scuola. Arrivai con 10 minuti di ritardo. Cercai l’orario nel mio armadietto, avevo un’ora di chimica, così mi precipitai verso la classe del prof. White. Stava già spiegando. Nella fretta di scusarmi e prendere posto non mi accorsi che lei era seduta proprio lì, davanti a me. Bastava lei a colorare la mia giornata. Mi crogiolai nella mia disperazione. Iniziavo a seguire la lezione su dei noiosi legami chimici fissando quei capelli. «Beh dai, almeno condividiamo matematica e chimica» pensai speranzoso.

Mi girai cercando Joseph, era dietro di me, come sempre nel mondo dei sogni. Lo salutai e continuai a fissare quella ragazza.

‘Annabeth’ c’era scritto sul biglietto che mi aveva appena lanciato Joseph.

“Che significa?” gli sussurrai incuriosito.

Lui mi indicò quel groviglio di capelli che lucenti occupavano la stanza, toglievano il respiro, ondeggiavano nell’aria.

“Lo ha detto prima all’appello, il cognome non so dirtelo”.

“Grazie, Joseph”

“Ragazzi, la settimana prossima faremo un test d’ingresso per sondare la preparazione”.

Tutto si svuotava di un senso, solo lei, sempre lei… Tentare di avvicinarla, raggiungerla e perderla sempre tra la folla.

Al suono della campanella andai a prendere i libri di storia mentre camminavo con Joseph parlando di un nuovo videogioco appena uscito.

Proprio mentre prendevo i libri la vidi lì, accanto al mio armadietto: i capelli coronavano un volto incantevole, delicato e due occhi neri in cui sprofondare. In un film avevo visto una scena in cui il tempo si bloccava in un fermo immagine. E così è stato. Una fiamma immediatamente divampò in un incendio, colore in viso, gambe pietrificate, mani tremanti. Tutto ciò che c’era intorno si dissolse. Da quel momento in poi i miei occhi sarebbero esistiti solo per lei, si sarebbero appagati solo della sua essenza. Il momento più vivo della mia vita? Decisamente quell’incontro. Mi ero innamorato di Annabeth. In quella frazione di secondo lei mi sorrise ed io… mi bloccai. Più tardi Joseph mi disse che le avevo risposto con un “Ciao” nevrotico ed ero fuggito immediata mente. Che diavolo mi era preso? Non riuscii più a concludere nulla.

Mentre pensavo ad Annabeth arrivò Joseph trotterellando, guardò Clare, Ashley ed Evanna ed esclamò: “Ragazze, Emma (la più cool del primo anno) dà una festa a casa sua, questo venerdì, ed è aperta a tutti! Che ne dite?”. Poi si accorse della mia presenza. “Oh ciao Tom! Ovviamente puoi venire anche tu”. Con aria disinteressata rifiutai l’offerta. Joseph sembrò conoscermi subito come il palmo della sua mano e disse: “Delle informatrici mi hanno detto che ci sarà anche Annabeth”. Mi si illuminarono gli occhi. “Ok, allora venerdì alle 18 tutti a casa mia. A te – mi indicò – ed Evanna manderò l’indirizzo tramite telefono.”

Tornammo a lezione e per il resto della giornata non vidi Annabeth.

Quando uscimmo da scuola ancora pioveva e mi diressi verso la mia bici. C’era appeso un cartello

“Rosc… di m… , per me sei finito”. Alcune delle lettere erano state cancellate dalle gocce di pioggia.

«Ciao Tyler» pensai sorridendo. Lo stropicciai, me lo misi in tasca e pedalai verso casa. Il dolore che provai dopo la prima pedalata mi ricordò che la giornata poteva anche andare peggio di così. Infatti dovevo ancora affrontare mia madre. Arrivai sul vialetto di casa e notai che la sua macchina c’era. Ottimo! Ero obbligato a scontrarmi con lei. Entrai e la trovai su una poltrona del soggiorno.

“Tutto bene a scuola, tesoro?” disse sorridendo.

“Si”, si avvicinò a me per vedere meglio le mie ferite.

“Allora vuoi spiegarmi cosa ti è successo?”

“Niente, te l’ho già detto”.

“Thomas…” iniziava ad innervosirsi.

“E va bene. Sono caduto con la bici mentre tornavo da scuola.”

“Allora sei caduto su due grandi pugni”, palesò dopo aver guardato i due lividi neri che avevo sugli occhi. Prese alcune medicine ed iniziò a medicarmi per bene le ferite. “Mi vuoi raccontare cosa ti è successo?”

“Te l’ho detto, sono caduto dalla bici”. Mi fece male mentre mi metteva il punto adesivo sul graffio che avevo sullo zigomo.

“Ahia!!” Urlai, esagerando.

Pensai alla festa di venerdì. “Ma’, venerdì posso andare ad una festa che dà una mia compagna? Penso sia un modo informale per integrarmi con i nuovi amici”.

Mi aspettavo uno sconfortante ‘no’ quando: “Va bene, io quella sera dovrò dormire da tua nonna. Avvisami però appena torni a casa, che sei da solo”.

La ringraziai abbracciandola e corsi in camera a riposarmi.

Il resto della settimana fu assolutamente monotona. Annabeth riuscivo a vederla ad intermittenza durante la lezione di matematica, quella di chimica, di ginnastica e durante alcuni intervalli. Quegli sguardi e quei sorrisi che ogni tanto ci scambiavamo mi rendevano la giornata raggiante. Tutte le volte restavo incantato a guardarla e scoprivo un suo atteggiamento, una sua smorfia, tanti piccoli particolari che mi facevano innamorare di lei sempre di più: dal cambiare sempre posizione mentre prendeva appunti, al fare le facce strane e buffe mentre scriveva, dall’arricciarsi intorno alle dita quei capelli, già ricci, al tremolio delle gambe per l’ansia. Arrivò il giorno della festa. Stranamente fino a 30 minuti prima non avevo ansia, poi sfiorai l’attacco di panico. Mi vestii con un pantalone beige e una camicia nera, le uniche cose di ‘formale’ che avevo nell’armadio. Chiusi Stella nel seminterrato per non farla scappare, inchiavai il portone e mi diressi verso casa del mio amico, come d’accordo. Arrivai da Joseph con 10 minuti di anticipo. Bussai e scoprii che anche lui era già pronto. Mi presentò i suoi genitori e sua sorella Sarah. Devo dire una famiglia deliziosa. Passammo un’ora giocando alla Playstation in camera di Joseph ad aspettare le ragazze, che arrivarono verso le 19.30.

Ogni volta che guardavo l’orologio Joseph mi tranquillizzava dicendo : “È inutile che controlli, tanto con le donne sarà sempre così”. Sorrisi e continuai a giocare.

Quando finalmente arrivarono, la madre di Joseph ci accompagnò tutti a casa di Emma. Essendo in 5 stavamo un po’ compressi in macchina. Arrivati da Emma, il mio cuore andava più veloce di una monoposto della Formula Uno. Mi girai per salutare e ringraziare la mamma di Joseph e vidi lei. Sentivo il cuore nelle orecchie. Temevo che esplodesse. Era bella più di qualsiasi altra creatura esistente nel mondo. Proprio come lo è ora o lo è in qualsiasi momento.

Mi girai facendo finta di nulla, provando a restare tranquillo. Ma niente. Non riuscivo a non pensare

che si stava per avvicinare a me. Allora spinsi Joseph verso l’entrata e ci allontanammo. All’interno c’erano già quasi tutti quelli del primo anno e qualcuno più grande “infiltrato”. Anda i verso le bevande e mi versai un po’ di Coca – Cola. Non conoscendo nessuno mi limitai a restare con Clare, Ashley, Evanna e Joseph. Quando vidi Annabeth ferma sul terrazzo a parlare con altre due ragazze pensai: «Perché non avvicinarla?». Presi una bella dose di coraggio e mi diressi verso di lei. A 2 metri da lei… Mi bloccai. Di nuovo. Frenai poco prima di arrivare vicino alla sua amica, che poi scoprii essere sua sorella. In quel momento si avvicinò Joseph, forse una manna dal cielo, visto che la sorella di Annabeth iniziava a guardarmi torva.

“Che fai qui tutto solo?”, mi chiese Joseph.

“No niente, prendevo una boccata d’aria”, risposi con la prima cosa che mi venne in mente.

Allora Joseph guardò dietro di me e si accorse che c’era lei. Si mise vicino al mio orecchio e mi sussurrò: “Tranquillo, ho capito” e fece per andarsene. Io, preso dal panico e non intenzionato a restare lì da solo, gli strinsi il braccio e con uno sguardo lo implorai di restare.

Durante la nostra “finta” chiacchierata, con le orecchie tese ad ascoltare Annabeth, scoprii che lei era un’amante del freddo. Esulto. «Condividiamo minimo una cosa, allora!». Dopo un po’, per non essere inopportuno, ritornai a godermi la festa da dentro. Godere! Per me godere era restare seduto da una parte, incantato a guardare quello chignon, che oggi era fatto con molta più cura. Si fecero le 2 di notte in questo modo e decisi di tornare a casa. Ovviamente mandai un messaggio a mia madre verso la mezzanotte per non farla preoccupare. La mia timidezza, la mia insicurezza, questo nuovo sentimento che, divampando, si rendeva sempre più indomabile.

Al mio ritorno liberai Stella, che mi fece una marea di feste, da quella gabbia infernale che era il seminterrato. Mi addormentai pensando a lei.

La mattina successiva mi svegliai con una leccata in pieno volto di Stella. Scesi in soggiorno e trovai mia madre seduta sul divano insieme a mia nonna. La salutai, sorpreso, con un abbraccio e, mentre prendevo il guinzaglio di Stella, mia madre mi disse: “Fa’ presto che ti dobbiamo dire una cosa”. Arso dalla curiosità pregai che il cane ci mettesse poco tempo. Ovviamente non fu così. Dopo una mezz’ora abbondante rientrai in casa, incolpando Stella del mio ritardo; mi sedetti sul divano vicino a mia nonna che sparò: “Ti va di accompagnarmi in Alaska per una settimana?”. La guardai incredulo.

“È durante le vacanze natalizie”, precisò mia madre.

Ovviamente, stimolato dalla momentanea eccitazione, accettai senza neanche pensarci. Passammo tutta la giornata insieme in casa, tra lo studio e qualche chiacchiera con mia nonna. A fine giornata, mia madre mi confermò la depressione di mia nonna e l’importanza di quel viaggio. Ha scelto l’Alaska, uno dei pochi posti non visitati e perché ama il freddo. Le dissi che non c’erano problemi e che per me era un piacere.

Da quella chiacchierata fino alla settimana fatidica le giornate passarono lentamente. Silenzio, freddo, pace, bianco, tanto bianco, questa l’Alaska, un’esperienza a contatto con la natura, una rigenerazione dell’anima. Ma lei era lì con me, nei miei pensieri, nelle mie emozioni.

Dopo le vacanze natalizie, forse rinvigorito dal viaggio, forse cresciuto, presi la decisione di uscire dal mio stato d’inerzia e finalmente di affrontarla: le parlai per la prima volta.

Durante il pranzo, mentre era da sola davanti al suo armadietto, mi armai di coraggio e decisi di andare da lei. Il cuore batteva sempre più forte ad ogni passo che compivo.

“Ehi, ciao, ci salutiamo spesso ma ancora non ci siamo presentati”. Mi sorrise. Il cuore perse un battito.

“Io sono Thomas, ma puoi chiamarmi anche Tom, come fanno tutti”.

“Piacere, io sono Annabeth, o Anna, come preferisci tu”.

E ci stringemmo la mano. La sua pelle era così liscia e fredda che era paragonabile al ghiaccio.

“Ti va se oggi pomeriggio usciamo, prendiamo un gelato insieme?”. Il gelato a gennaio! Ormai non pensavo più, davo aria alla bocca e uscivano parole.

“Mi dispiace, ma nel pomeriggio mi alleno”, mi rispose dispiaciuta. La delusione mi devastò. Iniziò a scrivere su un foglio: “Però, se vuoi, possiamo parlare al telefono, mi farebbe piacere” e mi porse il foglio.

Feci un sorriso tra il deluso e il gioioso e la salutai. Sul foglio c’era il suo numero di telefono. Un tuffo al cuore.

«Ok! Prossima mossa: migliorare il mio linguaggio con le ragazze».

Non persi tempo. Appena tornato a casa le scrissi un messaggio. Incollato a quello schermo ero come paralizzato.

Mi rispose. Le raccontai del mio viaggio in Alaska, inviandole qualche foto, mentre lei si confidò con me su alcuni problemi che si portava dietro dalle medie.

Alle 17 stop di messaggi, c’erano gli allenamenti, ma, appena tornò, ricominciammo a chattare.

Entrambi raccontavamo una parte di noi. Dai gusti musicali a quelli televisivi. Verso mezzanotte ci salutammo ormai stanchi e con gli occhi gonfi “da cellulare”.

Quella notte mi addormentai subito, con un sorriso e la gioia nel cuore. Era stata una delle mie più belle giornate.

Dopo un mese passato a parlare tra scuola e chat decisi di dichiararmi. Le scrissi una lettera di getto, con una grafia improbabile. Un pomeriggio la misi all’interno della sua buca per le lettere e corsi a casa. Sprofondai nel panico aspettando una risposta. Sul tardi mi arrivò un testo paragonabile alla Divina Commedia.

Mi scrisse che tempo prima aveva avuto una brutta delusione e che non era pronta per una nuova ‘relazione’. Concluse il messaggio con una frase che mi diede molta speranza: “Stai diventando una persona importante della mia vita, ti prego non te ne andare.”

Ero pazzo di lei, le dissi che ero lì disposto ad ascoltarla e ad aspettare. E fu così.

Qualche settimana dopo il mio fallimentare atto coraggioso, iniziò ad essere più distaccata e fredda, questo soltanto a scuola però, perché durante le nostre chat sembrava la solita.

«Sarà successo qualcosa e non vorrà raccontarmelo» pensai, cercando di tranquillizzarmi da solo. Il suo atteggiamento iniziava a corrodermi.

Con tutti era gentile e solare tranne che con me; frustrazione, impotenza, rabbia, questo dovevo tollerare. Ogni giorno che passava non sapevo come gestire la situazione.

In chat si giustificò. Teneva molto a me, si scusò del suo comportamento. Mi confortò. Passai mesi a pazientare, appeso alla speranza. Dentro di me un continuo duello tra speranza e delusione. Imparai piano piano ad amare anche questo di lei. Difetti e pregi. Lei era il centro del mio piccolo mondo, che grazie a lei si dilatava. Così passò il primo anno di superiori che riuscii a superare senza problemi. A causa di un problema in famiglia non riuscii ad andare al ballo di fine anno.

Impazzivo dalla gelosia sapendo che lei era in palestra insieme a tutti gli altri, mentre io a casa da solo con Stella ad aspettare il ritorno di mia madre da casa di nonna. Durante le vacanze non riuscimmo a trovare un giorno in cui uscire da soli e parlammo poco perché lei viaggiò molto. Così tre mesi passarono molto lentamente e arrivò il primo giorno di seconda superiore. Dopo quasi tutta l’estate che non mi vedeva, si limitò a farmi un cenno con la testa, la lontananza aveva raffreddato gli animi! Quell’anno passammo più tempo insieme durante le lezioni, ma lei era sempre più fredda. Pazientai sul suo comportamento indifferente nei miei confronti.

Si avvicinava il suo compleanno e non sapevo cosa regalarle. Avevo notato che aveva un bracciale componibile. Allora pensai di donarle un ciondolo che le facesse ricordare me. Passai un mese a risparmiare il dollaro giornaliero che mia madre mi dava per un pezzo di pizza aggiuntivo al solito pranzo. Una settimana prima, riuscii ad arrivare al budget predisposto e mi sbrigai ad andare al negozio. Un paio di giorni dopo, scoprii dalla sorella che era uno dei ciondoli che desiderava tanto. Su di esso erano incastonate pietre a forma di cuore. La festa si svolgeva in una steak house. Arrivato sul posto non mi salutò subito e diede più importanza agli altri che a me. Inizialmente ci rimasi veramente tanto male, ma poi provai a non pensarci e a godermi la festa. Mi ero diviso in mille parti per farle ricevere i giusti regali e preoccuparmi per lei. Quella sera conobbi meglio la sorella e le sue amiche con le quali si allenava in piscina. Sul tardi iniziò ad aprire i regali. Il mio regalo, ovviamente, la stupì moltissimo. Mi ringraziò e mi diede un abbraccio. Quell’abbraccio è stato quel contatto che avevo sognato, immaginato, desiderato da quando la vidi.

Dopo circa un mese il professore di educazione fisica organizzò una gita di 3 giorni sulla neve, per imparare a sciare. Estasiato, il mio primo pensiero fu quello di passare 3 giorni che io ed Anna avremmo condiviso. Attesi con ansia quella vacanza. Una settimana prima della partenza si dichiarò. In quel momento passeggiavo con Joseph verso casa sua. Il cuore mi esplose di felicità, presi tutta l’energia che avevo in corpo e urlai più forte possibile. Passai tutta la settimana a pensare che quei 3 giorni sarebbero stati fantastici. Appuntamento a scuola, lei arrivò al punto d’incontro, non mi guardò nemmeno in faccia. Mi crolla tutto addosso! Non capisco! Cosa è successo? Pentimento? Paura?

Durante tutto il viaggio siamo stati vicini, lei non mi rivolgeva mai la parola. Arrivammo in hotel e ci diedero le stanze. Io stavo in stanza con Joseph e John, un altro nostro compagno. Il posto era totalmente immerso nella natura. Era proprio come lo avevo immaginato. Anna nemmeno si accorgeva della mia presenza. Pranzammo e subito dopo i docenti ci portarono a sciare. Appena misi gli sci iniziai a scivolare, non avevo mai fatto l’esperienza di sciare. Ci insegnarono le basi dello sci e ci portarono su piste medie. Me la cavavo bene, anche se un paio di volte sono caduto in modo poco morbido. Anna non fece molto sulle piste, era più impacciata, la paura era un ostacolo per lei. Mi ignorò per tutti e 3 i giorni.

Non si preoccupava minimamente di me. Mi destabilizzava. Un pomeriggio la vidi particolarmente giù, non riuscivo a ignorarla. Decisi di provare a farle coraggio. La portai nella mia camera dove una volta soli mi raccontò dei problemi familiari che la facevano stare in pensiero. Provai ad essere il più dolce possibile, ma una volta tornati dai nostri compagni continuò a trattarmi come se non esistessi. Che delusione! Il problema è che ne seguirono molte di più. Mi sbrigai ad arrivare in camera mia dove sprofondai nel letto tra le lacrime, per poi tornare dal nostro gruppo e fingere che tutto andasse bene. Finì la vacanza e tornai a casa con l’amaro in bocca. Passai una notte a ripensare a cosa avessi di sbagliato.

Niente cambiò. Passai i mesi successivi a subire con pazienza, come sempre. Nel frattempo finì il secondo anno di superiori. Arrivò il momento del ballo di fine anno e questa volta potevo andarci. Paranoico, pensai a quanto disastrosa sarebbe stata quella serata.

Era il 9 giugno e la festa era organizzata dalla scuola in palestra. Mi vestii con un pantalone nero e camicia bianca a maniche lunghe, anche se iniziava già a fare caldo. Quando arrivò lei rimasi a bocca aperta. Indossava dei pantaloncini neri e una camicia bianca senza maniche. La camicia, all’altezza dei bottoni, aveva il tessuto ondulato che la rendeva più graziosa. Aveva i capelli sciolti, era dannatamente bella. I miei occhi si illuminarono. Inizialmente fu distaccata, come sempre, ma le accennai qualcosa sul suo comportamento con un tono poco amorevole. Non so, se per il mio attacco d’ira o perché le altre ragazze le parlarono, ma qualcosa in lei cambiò e durante tutto il resto della festa i gesti affettuosi furono frequenti. Tornai a casa dopo una serata stupenda passata insieme ad Anna, ancora non mi sembrava vero. Mi stavo per mettere a dormire quando mi arrivò un messaggio. Anna mi scrisse che ora era pronta ad iniziare una relazione. Ce l’ho fatta! Quante sofferenze, quante delusioni. Tutto spazzato via. Mi sentivo completo. Mi misi a saltare per tutta casa mentre scaricavo tutta l’emozione attraverso degli urli. Mi diedi pizzicotti per cercare di capire se fosse un sogno. Rimasi a fissare il vuoto e a pensare quanto fossi fortunato a stare con la ragazza di cui ero follemente innamorato. Continuammo a parlare per quasi tutta la notte, anche se entrambi eravamo stanchi morti. Ormai ero sicuro che il suo comportamento sarebbe cambiato e che da lì in poi la strada sarebbe stata tutta in discesa.

Andammo in piscina fuori città, la nostra prima uscita e litigai con mia madre per ottenere il permesso. Era piena estate e mi beccai un’ustione di primo grado perché per provare a sciogliere Anna con gesti affettuosi, stetti perennemente sotto il sole. Il risultato? Bolle enormi sul viso che mi crebbero durante la notte. Tornai a casa tardi, altro motivo per permettere a mia madre di litigare ma, siccome ero stanco, ustionato e deluso, le diedi subito ragione e mi chiusi in camera mia dopo una doccia gelida. Una settimana dopo avevamo organizzato un’uscita al luna park e in quelle condizioni non avevo speranze di convincere mia madre. La mattina dopo mi ritrovai tutta la farmacia sulla mia scrivania. C’erano creme di ogni tipo.

“Ti ho preso sia quelle dopo – sole che quelle normali”, disse mia madre, una volta che si accorse che ero sveglio.

“A proposito, è meglio che per un po’ di giorni tu non ti esponi troppo al sole” «Ecco.» “Ma’… la settimana prossima volevano andare al luna par…”

“NON CI PENSARE NEMMENO!” urlò così forte che la sentì anche Evanna dall’altra parte della strada.

“Dai, ti prego! Mi metto doppio strato di crema, 50+”.

Mia madre mi fulminò con lo sguardo e iniziò ad urlare le solite cose che ogni madre dice al proprio figlio: “Non ci dovevi neanche provare a chiedermelo!”

“Devi capire che mi preoccupo per te, non ti ci voglio mandare per farti un torto” e via così. Mi informai su internet al volo e lessi che le ustioni da raggi solari di solito passano dopo tre giorni, così decisi di tranquillizzarla e di riprovare successivamente con una nuova tattica. Fu così. Dopo due giorni avevo ormai soltanto le croste delle bolle. E dopo due giorni riuscii a convincerla.

Così il venerdì di quella settimana andai al luna park, insieme alle settemila creme che mia madre aveva messo nel mio zaino. Probabilmente si sarà sbagliata e nei panini mi ritroverò crema solare al posto della maionese. Il punto d’incontro era casa di Evanna, poi, da lì, i genitori di Ashley e Clare ci avrebbero accompagnato in macchina. Arrivai per primo da Evanna, anche perché abitavamo di fronte. Quando Anna arrivò non mi porse neanche un saluto. Ormai, abituato, cercai di non dargli peso. Arrivammo al luna park in tarda mattinata. Era pieno di bambini che correvano da tutte le parti e di genitori esauriti che gli correvano dietro.

Iniziammo con le giostre più pericolose; devo ammettere che avevo una paura tremenda, ma nel vedere Anna farle una dietro l’altra presi coraggio. Fu una giornata molto divertente, tralasciando il fatto che anche in questa occasione lei mi ignorò. Ormai non sapevo più cosa fare. Suonando il pianoforte, poco tempo prima, le scrissi e dedicai una canzone, ma niente.

A fine giornata ero distrutto sia fisicamente che psicologicamente. Scrissi alla mia amica Rachel per trovare un po’ di conforto. Lei era a Chicago e ogni tanto ci sentivamo. Di solito era contenta di sostenermi ed io ero contento che lei fosse ancora al mio fianco nonostante la distanza. Tornai a casa con un misto di delusione e felicità. Non avevo voglia di fare nulla. Soprattutto di stare al telefono. Così mi misi le cuffie e iniziai a suonare il pianoforte. Quando sono triste di solito suono. A volte funziona, altre no. Dopo quell’uscita non rividi Anna fino all’inizio della scuola. In estate non andai da nessuna parte, anche perché dovevano fare i lavori in casa mia. Anna fece tre viaggi e ci sentimmo veramente poco durante tutte le vacanze.

Arrivò il primo giorno di scuola. Non facevo altro che pensare a come sarebbe andata questa volta con Anna. Arrivò a scuola dopo di me e si limitò a salutarmi, un’altra volta, con un fievole “ciao”, dopo 2 mesi che non mi vedeva.

I giorni successivi iniziò ad allontanarmi, sempre di più. Passarono giorni, settimane e mesi in cui venivo allontanato freddamente. Ogni volta che sorrideva a qualcuno, una parte di me si spegneva. Ricevetti consigli del tipo: ‘Lasciala’ o ‘Fa’ il suo stesso gioco’. Non feci nulla del genere. Per me era incantevole, anche quando non mi guardava in faccia. Per me era affascinante, anche quando mi ignorava totalmente. Per me era splendida, anche quando mi rispondeva alterata. Per me era stupenda nel suo modo di essere. Nonostante tutto, a me piace così com’è…

Sono passati due anni dalla prima volta che parlammo. Ancora sto pazientando, sto ancora aspettando la nostra prima vera uscita.


 

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