PREMIO BARBARA COSENTINO - Anno 2016-2017
I vincitori della prima edizione del Premio

Premio Barbara Cosentino, I edizione - Anno 2016-2017
Premio Barbara Cosentino - Anno 2016-2017 - I Vincitori
PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2016-2017 - La premiazione di Giovanni Colaneri
PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2016-2017 - La premiazione di Camilla Maria Claps
PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2016-2017 - La premiazione di Flavio Zucca
PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2016-2017 - La premiazione di Sara Crescente
PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2016-2017 - La premiazione di Valeria Giorgia Ferri e Natalia Gildi
PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2016-2017 - La premiazione di Marina Vannucci
PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2016-2017 - La premiazione di Federica Greco
PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2016-2017 - La premiazione di Michele Martino
PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2016-2017 - La premiazione di Francesca Bersellini
PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2016-2017 - La premiazione di Beatrice Sciarra

 
 

 

L’edizione di esordio del Premio, relativa all’anno scolastico 2016-2017, ha visto la partecipazione di numerosissimi studenti romani, con una forte prevalenza di giovani iscritti ai licei delle periferie e un vivo e fattivo coinvolgimento del personale docente delle Scuole che hanno partecipato con i propri alunni.
L’iniziativa è culminata con la cerimonia di premiazione, tenutasi il 12 maggio 2017 presso l’Istituto S. Orsola di Roma. In questa occasione, gli studenti finalisti sono stati accolti e premiati dallo scrittore cult, nonché autore televisivo e cinematografico, sceneggiatore, regista e produttore, Federico Moccia, dalla pluripremiata scrittrice Rosanna Campo (Premio Strega Giovani 2016, Premio Elsa Morante 2016), dall’editore multimediale Guido Silvestri (Flook, Leggera S.r.l.), dall’attrice Ilaria Amaldi (Compagnia della Rancia), dalla Dott.ssa Alessia Affinito (in rappresentanza del MIUR – Ufficio Scolastico Regionale per il Lazio), dal Prof. Francesco Cosentino e dal giovane talento letterario Claudio Volpe (Premio Franco Enriquez 2012, candidato Premio Strega 2012 e 2013), che ha presieduto la Giuria della prima edizione del Premio.

A seguire, la classifica definitiva dei primi dieci elaborati selezionati in concorso:

  1. Primo classificato: “UNA MALATTIA CHIAMATA AMORE”,
    di Giovanni Colaneri (IV L. Scientifico, Edoardo Amaldi);
  2. Seconda classificato: “IN NOME DELL’AMORE!”,
    di Camilla Maria Claps (IV L. Classico, Santa Maria Ausiliatrice);
  3. Terzo classificato: “IL MOSTRO”,
    di Flavio Zucca (V L. Classico, Cornelio Tacito);
  4. Quarto classificato: “VITA SUI TACCHI A SPILLO”,
    di Sara Crescente (V L. Scientifico, Edoardo Amaldi);
  5. Quinto classificato: “UN RÊVE D’EVASION”,
    di Valeria Giorgia Ferri & Natalia Gildi (V L. Linguistico & V L. Classico, Cornelio Tacito);
  6. Sesto classificato: “LE COSE NON DETTE”,
    di Marina Vannucci (IV L. Scientifico, San Leone Magno);
  7. Settimo classificato: “IRREPARABILE PRESERALE”,
    di Federica Greco (IV L. Classico, Anco Marzio);
  8. Ottavo classificato: “IL CAMIONISTA”,
    di Michele Martino (V L. Classico, Francesco Vivona);
  9. Nono classificato: “CON I MIEI OCCHI”,
    di Francesca Bersellini (IV L. Classico, Villa Flaminia);
  10. Decimo classificato: “L’OMBRA DELLA VITA”,
    di Beatrice Sciarra (IV L. Classico, Santa Maria Ausiliatrice).

Complimenti vivissimi a tutti i vincitori e un grazie sincero, di cuore, a tutte le studentesse e a tutti gli studenti che, con passione, impegno e dedizione, hanno scelto di partecipare alla prima edizione del Premio, permettendoci di realizzare questo sogno!

 

 

“UNA MALATTIA CHIAMATA AMORE”

di Giovanni Colaneri

IV Liceo Scientifico – Istituto di Istruzione Superiore “Edoardo Amaldi”

 

PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2016-2017 - La premiazione di Giovanni Colaneri

 

Non ricordo con esattezza il giorno in cui aprii gli occhi la prima volta, ricordo bensì, in maniera molto più chiara, il luogo in cui tutto ebbe inizio. Avendo ancora gli occhi socchiusi, non avevo la possibilità di esplorare con lo sguardo ciò che mi circondava, ma potevo chiaramente sentire il meraviglioso odore di carta appena stampata, l’odore della mia infanzia, che mi circondava accompagnato da un genuino tepore casalingo ed un mistico silenzio. Il rossore del tramonto, che si infrangeva sull’armadio dinanzi alla libreria sopra cui mi trovavo e che veniva dalla camera da pranzo poco più a sinistra, rendeva il corridoio un luogo più affascinante di quanto non fosse già, oltre che umile ed accogliente. Tra sensazioni di calore ed intimità, dopo qualche minuto ebbi la possibilità di osservare con maggior chiarezza il contesto, seppur ancora stanco e con gli occhi affaticati: ero stretto fra una delle tante file di libri dell’unica libreria presente in corridoio, alta e larga non saprei tuttora dire quanto, ma abbastanza da contenere almeno un centinaio di libri, a giudicare dalle voci. Provate ad immaginare come ci si sente a ritrovarsi schiacciati in mezzo a libri che non fanno altro che lamentarsi di quanto il loro contenuto non sia apprezzato, del fatto che sono stati letti una volta sola, che sono stati pubblicizzati male! Ai grandi classici, su in cima alla libreria, queste cose non capitavano, a loro accadeva di peggio. I libri di Orwell, per esempio, costituivano un ramo curioso della letteratura, non la smettevano di enunciare metafore e concetti dal doppio significato, per poi andare da tutti gli altri per cercare di convincerli, di cosa, poi, non si è mai capito. Al contrario, i libri di divulgazione scientifica, ivi presenti per ragioni sconosciute, non facevano altro che chiacchierare in maniera tranquilla con chi si trovavano di lato, mai con insistenza, pur se una parola su due aveva un significato sconosciuto per chi ascoltava. La Bibbia invece sembrava solo un’adolescente in crisi.

– Non mi capisce nessuno!

Mentre, tutt’intorno, i libri di Schopenhauer e Nietzsche si facevano grasse risate.

– E non sei contenta? Almeno, anche se non ti capiscono, ti leggono e prendono le tue parole per legge, ma solo quando pare a loro, con quali criteri non si sa, poi!

– Èquesto che mi infastidisce! Troppi casini per qualche fraintendimento!

– Meglio a te che a noi!

Con leggera invidia ed un sospiro di rassegnazione, con la consolazione che forse tutti quei libri non se la passavano poi tanto meglio, mi volsi per rivolgere la parola ad un libro alla mia destra, evidentemente assorto nei suoi pensieri.

– Carissimo, sapresti dirmi da quanto tempo sono qui e…

L’altro non accennava a destarsi, sembrava quasi che fosse morto, pensai che forse era un pezzo che non lo leggevano, pertanto aveva deciso di assopirsi e svegliarsi solo qualora fosse stato nuovamente preso in mano. Molti libri disperati prendono questa decisione. Decisi di rivolgermi al libro alla mia sinistra ed ebbi più fortuna, poiché fu lui per primo ad intercettare la mia domanda.

– Sei qui da poco, ragazzo, non più di un paio d’ore.

Tali parole mi confortarono.

– Grazie, qual è il tuo nome?

– Mi chiamo “Matematica in pillole, Vol.1”, piacere di conoscerti…

Gli riferii il mio nome e, pur conoscendolo bene, allora non ero ancora stato in grado di comprenderne il significato. Notando con piacere come l’altro non fosse restio all’idea di scambiare quattro chiacchiere, decisi di lasciarlo parlare.

– La grande branca della matematica, all’interno dell’insieme delle scienze, è una delle materie più ignorate dalla gente comune, e per “comune” intendo persone che con la matematica hanno poco e niente a che fare. Gli studenti stessi del liceo credono che gli integrali, le derivate, i logaritmi, le funzioni e quant’altro comprendano lo spettro di tutte le caratteristiche interessanti della materia.

Si fermò ed indicò una serie di libri alla sua sinistra.

– Siamo in dieci, di circa trecento pagine l’uno, la matematica contenuta fra le nostre pagine, seppur in un linguaggio semplificato, è in grado di spiegare la vita.

– La vita?

Dissi, approfittando di una pausa che sembrava quasi egli avesse calcolato.

– Sì. La fisica è una cara amica della matematica, più di quanto le persone immaginino. Queste due discipline lavorano più a stretto contatto di quanto le persone immaginino, ma senza toccarsi, lontane e vicine. Molti scienziati sono quasi riusciti ad unirci perfettamente, ma non hanno mai trionfato del tutto, fallendo miseramente e finendo in qualche riga dei libri di divulgazione come “uno di quelli che hanno tentato”. Qualora qualche temerario riuscisse nell’impresa, saremmo in grado di spiegare tutto ciò che fino ad ora sarebbe stato inspiegabile, ogni fenomeno, in più ogni dubbio sarebbe sciolto, ogni domanda avrebbe una risposta, non esisterebbe più la ricerca.

Rimasi affascinato dalle parole del tomo, che mi lasciò pensare in silenzio a ciò che avevo udito, ma non per più di qualche secondo.

– Ma non è materia che ti debba interessare, non so neanche se il tuo contenuto si può chiamare “scienza”. Disse, voltando lo sguardo e lasciando la conversazione in maniera brusca, infastidito da non so cosa. Io annuii, tentando di nascondere la pessima ignoranza nei confronti del mio contenuto.

Stetti in silenzio per ore ad ascoltare le diatribe fra i libri di filosofia e i libri che trattavano della religione, i quali si mostravano incredibilmente accondiscendenti, almeno finché i libri di filosofia non si voltavano soddisfatti, poiché allora non facevano altro che sparlare e ripudiare, ripetendo la parola che è anche la giustificazione inattaccabile per eccellenza: “ fede”. Ma come dargli torto? Qualcosa che si è radicato e che trova ragione solo nella mente delle persone non può essere smontato da altro che dalle menti stesse in cui ha piantato le radici e la ragione è un’illusione ancora più grande della fede, utopica e tremendamente rara, oltre che pericolosamente relativa.

“Pericolo” è la parola che per prima balenò nella mia testa, quando all’improvviso, tra un pensiero inutile e l’altro, una mano mi afferrò e mi sfilò dalla libreria con rapidità. Mi trovavo per aria e stretto fra cinque dita, quando potei finalmente osservare chi, presumibilmente, mi aveva condotto in quel luogo per la prima volta: una donna, bella, aggraziata nei movimenti, un angelo che sembrava non potesse essere che estraneo al luogo in cui ci trovavamo. Di lei fui subito schiavo, catturato da una forza fino ad allora sconosciuta. Adagiato fra le morbide, chiare dita della mano di quella giovane donna, sapevo che non avrei dovuto far altro che starle vicino, istintivamente.

Ci spostammo in un luogo poco lontano dal corridoio, il salone. Era una stanza quadrata poco più piccola di un’aula scolastica dalle modeste dimensioni, arredata con gusto retrò e con tanto di piano cottura. Una parete era quasi esclusivamente dedicata a delle porte a finestra che si affacciavano ad ovest, le quali lasciavano passare gli splendidi raggi del tramonto rossi e caldi, che allora erano quasi scomparsi per lasciare il passo alla sera e alla chiara luce della luna. Poco lontano dalla finestra, su di una poltrona bianca ed accogliente, stavamo io e Lei, illuminati da una lucina piccola e calda, una lampadina alla cui estremità era fissata una molletta, utile a tenerla ferma sulla poltrona. Era chiaro che Lei leggesse molto, si capiva poiché tale lucina non illuminava altro che me, il libro che lei stringeva tra le mani. Queste mi accarezzavano, mi sfogliavano con cura ed io non potevo far caso ad altro che agli occhi di Lei, blu come il più chiaro e profondo degli oceani, il più calmo, il più bello.

Non volevo che finisse più, ormai ero del tutto assuefatto da quel nostro dialogo e mi abbandonai a Lei, chiudendo gli occhi e lasciando che continuasse a fare proprio il mio contenuto. Almeno finché non scoppiò in lacrime. Io spalancai gli occhi rapidamente, stupefatto, invaso da un crescente senso di angoscia e paura. Iniziai a tremare, tutto attorno a me si fece più veloce e frenetico, non sapevo dove volgere lo sguardo, il respiro mi si fece affannoso, la mia copertina iniziò a scivolare fra le dita di Lei e caddi a terra, come il mio umore, accompagnato da un tonfo sordo. Non smetteva di piangere, poneva le sue candide mani sul volto segnato dalle lacrime. Piansi anche io, era chiaro che era stato il mio contenuto a turbarla. In quel momento soffrii come mai in vita mia, avrei voluto comprendere meglio ciò che era contenuto nelle mie pagine e mi chiedevo come mai non fossi in grado di farlo altrettanto bene come i compagni che avevo conosciuto quel giorno.

Ancora piangendo, Lei mi prese con la stessa gentilezza con cui lo aveva fatto prima e, una volta asciugate le proprie lacrime, mi portò lentamente alla libreria, per poi ripormi nello stesso punto in cui aprii gli occhi la prima volta. Smisi di piangere e stetti in silenzio a lungo, senza parlare con nessuno, senza lasciare che nessuno mi parlasse.

Passò molto tempo prima che potessi capire come mai Lei, ogni volta che mi prendeva, che mi faceva sentire speciale, che mi dimostrava il suo amore, piangeva. Essere letti, per un libro rappresenta la realizzazione del proprio scopo, il raggiungimento dell’obiettivo della propria vita, il trionfo delle proprie convinzioni! Ciò che si muove all’interno della testa di un libro, si muove solo per coadiuvare il raggiungimento del proprio scopo. La felicità, l’emozione, la gioia, lo stupore e l’eccitazione in un libro scaturiscono dall’interesse del lettore, dai suoi commenti, dalle sue reazioni e dai suoi modi. Fin dal momento in cui la prima parola viene scritta su un foglio bianco, reale o digitale che sia, un libro non conosce il proprio potenziale, non sa se verrà letto, né tantomeno da chi. Nel momento, invece, in cui viene terminato l’ultimo passo della sua rilegatura, dal luogo in cui si trova, dalla cura con cui è stato creato, dalla qualità della propria costituzione, può intuire se sarà un libro memorabile, se sarà fiero di ciò che porta all’interno, fiero del proprio contenuto, fiero del proprio creatore. Ciò che rende un libro fiero è la consapevolezza di aver regalato al lettore qualcosa che nessun altro sarebbe in grado di regalargli, emozioni uniche. Dopotutto, questo è un po’ lo scopo delle opere, trasmettere emozioni. Più l’artista è capace, più queste emozioni fluiscono nell’osservatore, il quale, ovviamente, ha un ruolo a dir poco fondamentale. Ma, ahimè, in quel periodo io non facevo altro che ricredermi giorno per giorno riguardo a ciò che ho sempre pensato e di cui in seguito mi sarei convinto nuovamente. Se le emozioni che le regalavo erano il dolore e la sofferenza, perché mai avrei dovuto sentirmi fiero? Non mi interessava quanto fossero uniche e potenti quelle emozioni, lei piangeva ogni volta che mi leggeva. Non pensavo che sarei arrivato a macchiarmi delle sue lacrime, eppure, man mano che il segnalibro si avvicinava alla fine, io ero sempre più sporco e lei sempre più malridotta.

Una sera, settimane dopo che Lei mi lesse per la prima volta, mentre ero impegnato a piangere appoggiato al libro che non accennava a svegliarsi, fui destato da una fioca voce, proveniente dal buio della sera, che ormai aveva pervaso il corridoio, impedendo ai libri di vedere qualunque cosa.

Pardòn? Monsieur…

Era una voce molto gentile, leggera, femminile, che mi chiamava con timore.

– Eccomi, chi parla?

Risposi lentamente, asciugandomi le lacrime e guardandomi intorno, senza poter intuire altro che la posizione del libro francese rispetto alla mia. La voce sembrava provenire dal basso rispetto alla mia, un po’ alla destra, ma ciò aveva poca importanza, al contrario di ciò che il libro stava per chiedermi.

– Perché pensi che lei stia morendo?

Al che non potei far altro che incalzare la voce dal tono francese con una domanda.

– Lei chi?

Ero un po’ lento.

– La persona più gentile del mondo, la più bella che ci sia, colei che ci dona la ragione per cui vivere!

Il libro alla mia destra avrebbe affermato il contrario, poiché pareva chiaro che la padrona, ossia colei di cui il libro francese parlava, non lo leggeva da chissà quanto tempo. Io invece mi trovavo d’accordo con lei, anche se non potevo fare a meno di chiedermi cosa volessero significare le sue parole, poiché quando disse “lei” non avrei mai pensato che si riferisse a… Lei.

– Mi chiedo come mai dovrei pensare che stia morendo!

– Per via del tuo contenuto!

Alle sue parole, un brivido gelido mi attraversò il dorso, poiché il motivo per cui Lei scoppiava a piangere ogni volta che mi leggeva sembrava essere il peggiore che potesse mai venirmi in mente, cosa che comunque non era mai accaduta fino ad allora.

– Cosa te lo fa pensare?

– Sei cieco? È scoppiata a piangere ogni volta dopo averti letto e ti ha preso dopo essere andata dal medico! In più è ovvio che tu tratti di medicina! Mon dieu!

Allora abbassai lo sguardo, e avrei desiderato morire piuttosto che soffrire a causa della mia ignoranza. Lei sarebbe morta ed io non ero altro che la motivazione? La cosa peggiore era averne la convinzione, ma non saperlo per certo.

– Aspetta! Vorrei chiederti una cosa…

– Cosa?

Allora le posi l’unica domanda che fossi in grado di porre.

– Come ti chiami?

– “Sur la déduction et la logique”.

Il libro francese smise di parlare, quasi come se avesse capito quanto fossi turbato in quel momento, decidendo di lasciarmi digerire tutto ciò che ero appena stato costretto ad ingurgitare. Era chiarissimo, mi sentii un imbecille a non averci mai fatto caso, erano chiari tutti i segni della sua malattia, era chiaro che stesse male, ma attribuivo a quei segni dei significati differenti, non avrei mai pensato che stesse morendo. Per quasi un anno, mentre la vedevo prendere peso, lamentarsi di molti dolori, richiedere particolari attenzioni, andare spesso al bagno e di corsa, non mi sono mai accorto che soffrisse, poiché quasi non sembrava così. Era sempre sorridente, gentile, tranquilla, come se la malattia le facesse piacere! Come pensare che stesse morendo? Non riuscivo neanche a ricordare le risposte che mi sono dato ogni volta che mi sono chiesto “cosa avrà mai?”, non ne sentivo il bisogno.

Infine, quel giorno arrivò.

Lei mi prese, come di consueto, ed io mi preparai a vederla piangere ancora una volta, con il cuore che soffriva ancor prima che lei iniziasse a leggermi, ma invece di portarmi in salone mi ripose all’interno di un piccolo contenitore, scuro, caldo e soffocante. Iniziai a provare paura, tensione, mi guardai intorno spaventato cercando di capire dove mi trovassi, ma senza successo. Sentivo rumori ovattati, venivo sballottato da una parte e dall’altra, oggetti dalle mascherate fattezze mi colpivano nel buio ed era chiaro che Lei mi stava portando da qualche parte. Furono minuti interminabili, tuttora non saprei dire per quanto tempo rimasi chiuso all’interno di quel contenitore, ma allora sembrarono anni per la cui durata io non feci altro che urlare, chiamarla, temendo il peggio. Che il momento fosse arrivato? Che stesse morendo? Io non ero pronto, non potevo vederla andarsene via, ero innamorato, io la amavo, era lo scopo della mia vita, non potevo vivere senza di lei! Nove mesi non sono bastati a colmare il mio cuore, nella sofferenza veniva pian piano plasmato il mio amore per lei e, evidentemente, il suo amore per me! Non avrei potuto sopportare che l’unico essere in grado di rendermi felice se ne potesse andare e non potevo sopportare che la ragione di tale dipartita fosse descritta nelle righe che mi componevano!

Finalmente fui tirato via da quell’infernale prigione scura e pregna di terrore. Ciò che vidi, non mi rassicurò affatto: quattro mura rosa, quasi del tutto spoglie e prive di qualsivoglia decorazione. Da un lato della stanza vi era una grande finestra scorrevole, che lasciava intravedere lo scuro cielo della sera, le stelle e una luna quasi piena. La stanza, fin troppo alta rispetto al necessario, illuminata appena dalla chiara e debole luce della luna e da una piccola lampadina calda nel centro del soffitto, era riscaldata da un piccolo termosifone situato al fianco di un grande e complesso letto d’ospedale. Io potei vedere ciò che avevo intorno dal comodino su cui ero stato poggiato, dal lato opposto del letto rispetto al termosifone. Alla mia sinistra potevo ben vedere Lei, bella come sempre, adagiata sul letto e coperta da un leggero lenzuolo, vestita con un abito altrettanto leggero e del medesimo colore sia delle lenzuola, sia delle pareti, sia di tutto il resto: rosa.

Dopo poco che ebbi visto nuovamente la luce, Lei mi prese nuovamente fra le sue mani, per poi iniziare a leggermi. Non faceva altro che lamentarsi, ma allo stesso tempo faceva una cosa che non aveva mai fatto prima e che, ovviamente, mi sorprese… sorrideva.

Quella volta non pianse affatto, anche se mi sembrava sofferente. Evidentemente aveva accettato la morte, pensai. Allora chiusi gli occhi. Se lei era pronta, lo ero anche io.

Ad un tratto, mi resi conto di essere stato poggiato nuovamente sul comodino e lei non c’era più, neanche il suo letto. Mi ero addormentato. Fui invaso da un terrificante senso di angoscia e di terrore, la cercai disperatamente, tentai addirittura di muovermi, cercai ovunque, ogni segno, ogni indizio che potesse farmi capire su dove Lei potesse trovarsi. Come avevo potuto distrarmi? Come avevo potuto lasciarla da sola? E se fosse morta? Ero pronto a lasciarmi andare, ero pronto a lasciarmi cadere in quel sonno profondo che solo i libri abbandonati potevano vivere, ero pronto a chiudere gli occhi per sempre, non avevo più motivo di vivere, non ne avevo più la voglia. Nella stanza cadde il silenzio più assoluto, in più la luce era spenta e la tapparella abbassata, come se la morte fosse passata e avesse rubato la luce, assieme alla vita.

Dopo quello che mi sembrò un tempo infinito, potei distinguere chiaramente il suono inconfondibile di passi provenire dal corridoio a cui la stanza rosa era collegata. Dopo pochi secondi, nell’attimo esatto in cui aprii gli occhi per vedere di chi si trattasse, rassegnato alla triste idea che sarei stato portato in un luogo dove sarei stato dimenticato, vidi entrare nella stanza proprio Lei, accompagnata da un paio di medici, sul letto dove l’avevo vista l’ultima volta, che si muoveva su delle ruote molto silenziose. Ero felice, ma non aveva senso. Tra lo stupore, l’eccitazione e la curiosità, dopo che i dottori ebbero sistemato il letto, non potei fare a meno di notare che Lei teneva fra le braccia un curioso batuffolo di asciugamani, che evidentemente cingevano qualcosa. Non riuscivo ancora a capire, poiché fu solo quando vidi il suo volto che compresi cosa era avvenuto poc’anzi. Non mi ero neanche accorto che alla mia destra, c’era un altro letto, molto più piccolo. Lei vi pose con immensa delicatezza il figlio appena nato, piangendo di nuovo. Stavolta vidi chiaramente che sorrideva, forse aveva sempre sorriso, ma io ero troppo attaccato alle lacrime e all’ignoranza del mio scopo per farci caso. Il bambino era bellissimo. Bianco, piccolo, un miracolo, un dono meraviglioso, un testimone dell’amore. Stava ben stretto fra le coperte, adagiato su delle piume calde e soffici appositamente preparate, al sicuro fra le stesse mani che mi avevano accarezzato per la prima volta, le mani della donna che amavo. Rincuorato, guardandolo sorrisi anche io, poiché avevo appena compreso il significato del mio nome: “Maternità”.


 

“IN NOME DELL’AMORE!”

di Camilla Maria Claps

IV Liceo Classico – Istituto Gesù Nazareno “Scuola Maria Ausiliatrice”

 

PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2016-2017 - La premiazione di Camilla Maria Claps

 

Quando un vestito restituisce dignità

 

L’ennesimo like arriva su instagram. Rivolgo uno sguardo distratto al telefono mentre sono nel mio studio a Dubai intenta a scegliere le combinazioni di colori per la collezione Autunno–Inverno 2018. Fa un gran caldo qui. Ritorno indietro con la mente alle estati afose in Afghanistan, il dolce ricordo del piazzale di fronte casa di mia nonna mi strappa un nostalgico sorriso. A casa non sono più tornata. Ma non ho tempo per concedermi il lusso del sentimento, bisogna lavorare sodo, la sfilata è alle porte e non posso di certo deludere chi sin da subito ci ha creduto in questo progetto. Ma soprattutto non posso deludere me stessa, non lo merito!

Mi chiamo Faiza che in afghano significa “vincente”. Trent’anni a maggio e una vita tutta da reinventare. Come ci sia arrivata fino a qua? Forse neanche io lo so bene, sicuramente tanta determinazione. Nella vita faccio la stilista, ho sempre pensato che un semplice vestito possa far acquistare dignità alle donne del mio paese, perché un hijab non può e non deve impedire di sentirsi belle. Perdutamente innamorata dello stile e della moda folle; like dopo like sono diventata ufficialmente la prima fashion blogger del Medio Oriente. Idee particolari e coraggiose le mie, ma piene di vita, come me, che nonostante l’orrore cucito sulla pelle e sull’anima, continuo imperterrita ad inseguire un sogno che probabilmente non si completerà mai, ma forse il bello è proprio questo.

I pensieri durante la notte corrono, urlano e si accavallano. Non riesco a dormire, prendo una matita, un blocco e metto in atto l’unico “incantesimo” che riesce a placare i miei tormenti. Disegno nervosamente, disegno senza sosta. Pantaloni, tuniche iniziano a prendere forma lentamente, ma la mente vola troppo velocemente rispetto alla mia mano. Scoppio in un pianto quasi isterico, non credo di potercela fare, l’ansia mi divora mentre il passato bussa fortemente alle porte del mio presente. Non voglio ricordare, non posso, non questa notte, alla vigilia della realizzazione del grande sogno. “Domani la sfilata riscuoterà successo e tutto andrà come deve… “ continuo a ripetermi, fissando i fogli di carta oramai accartocciati sul tavolo. Il sonno inizia ad impadronirsi del mio corpo, dei miei occhi…

Faiza, coraggio svegliati! Faiza muoviti per l’amor di dio!”. Voci sottili si sovrappongono, di scatto alzo la testa. Tempo trenta secondi e mi rendo conto che oggi è il giorno dei giorni e che la notte prima devo essermi addormentata sul tavolo da disegno nel mio studio, in preda a qualche strano attacco di panico, di cui solo io sono a conoscenza. L’atmosfera è particolarmente allegra nonostante la tensione pervada l’intera stanza. Le modelle sono tutte in fila pronte a ricevere gli ultimi ritocchi da parte delle mie collaboratrici. Amina, mio braccio destro nonché la mia migliore amica, mi porge una tazza di caffè trascinandomi letteralmente fuori dall’edificio con il seguente ordine: “Muoviti dormigliona, vai a casa e fatti bella come solo tu sai fare, ti ho chiamato un taxi, dovrai essere qui tra meno di un’ora”. Dolcemente le sorrido e salgo sulla vettura appena arrivata. “È una forza della natura quella donna”, penso.

Mi guardo allo specchio un’ultima volta, mi piaccio o meglio ho imparato ad amarmi. È stata una battaglia, ma ogni volta che i miei occhi incon1trano il proprio riflesso, io sono orgogliosa di me, nonostante le cicatrici visibili, nonostante il mio volto non sia più quello di una volta, nonostante il dolore, io sono fiera! Tiro su i capelli in un’austera acconciatura, un tocco di rossetto e si va in scena!

Le luci si accendono; le casse vibrano; la sala è piena di giornalisti, esperti di moda e persone semplicemente incuriosite da una pazza afghana che ha deciso di fare moda. Lo spettacolo ha inizio, la collezione Autunno–Inverno 201 a della “Faiza’s fashion house” comincia a prendere vita. Colori sgargianti, abiti sfarzosi, habaja ed elegantissimi chador, si alternano sulla passerella. Lo stupore è tanto, tutti sono a bocca aperta, compresa me. Mi chiedo come questo sia stato possibile, come dopo tutto sia nato questo spettacolo meraviglioso. Nel pormi certe domande non posso fare a meno che tornare indietro nel tempo, a quando avevo diciassette anni, a quella scelta, che segnò la mia fine e contemporaneamente il mio inizio, a quella cena, dove tutta la famiglia si era riunita in occasione dell’annuncio del mio fidanzamento con Dhakir. Dhakir, l’uomo scelto da mio padre come mio futuro marito. Un uomo molto più grande di me che faceva il commerciante tra la Germania e l’Afghanistan. Sarebbe stata la fortuna della mia famiglia, caduta in disgrazia a causa dei talebani. lo ero l’unica cosa preziosa che avevano; ed io non avevo scelta, ero obbligata a diventare la moglie di quell’ uomo.

Quella maledetta sera decisi di ribellarmi, di dire la mia per una volta nella vita. Avevo preso coraggio, volevo comunicare la mia decisione, che probabilmente avrebbe dato un risvolto positivo a quel destino maledettamente infelice. Forse però ancora la vita non aveva chiuso i conti con me. Erano più che aperti!

Mentre mia madre serviva il qurut, mi alzai in piedi e tentai di richiamare l’attenzione di tutti senza troppo successo ovviamente; ero una ragazza cosa pretendevo… Aspettai e aspettai, ma nessuno mi degnava di uno sguardo. Decisi di salire con i piedi sulla sedia, in questo modo mi avrebbero sicuramente notata. La mia intuizione fu più che giusta, in pochi secondi gli sguardi di tutti i commensali erano rivolti a me. Presi fiato, e probabilmente anche qualche secondo di folle lucidità. Buttai fuori tutto quello che avevo da dire, urlai senza ritegno:” Voglio andare a Londra per studiare moda presso l’Istituto Maragoni. Ho già dato l’esame di ammissione. Mi hanno presa!” Seguirono infiniti instanti di silenzio, mio padre mi fissava con sdegno. Capii immediatamente di aver fatto la cosa più giusta, inconscia del fatto però che avevo varcato le porte dell’inferno, il mio inferno!

Le giornate trascorrevano senza un senso; chiusa nella mia stanza potevo solo immaginare la vita fuori attraverso una piccola finestra che mi permetteva di intravedere solo uno spicchio di cielo. Ed è anche grazie a quel cielo che oggi sono qui.

Era il castigo inflitto da mio padre per aver deciso della mia vita; ero un disonore per tutta la famiglia, io, donna, che aveva deciso della sua vita senza dire nulla a nessuno, senza chiedere il premesso a nessuno. Dhakir non voleva più sposarmi ed io avrei dovuto passare i giorni che mi separavano dalla lapidazione chiusa tra quattro mura, senza neanche un pezzo di carta sul quale potermi sfogare. Mia madre piangeva, la sua espressione racchiudeva un misto di disperazione e pietà nei miei confronti; la sua unica figlia, la più bella, la più intelligente non solo aveva deciso di studiare, ma di prendere un aereo, andare a vivere fuori e in un futuro diventare stilista! La vergogna le corrodeva l’intestino, il volto, l’anima! Mio padre ogni tanto passava a darmi qualche schiaffo, qualche frustata; tanto per ricordarmi che valevo meno della spazzatura ed ero una sua proprietà. Mi sentivo un essere vuoto, priva di senso, perché il mio sogno era andato distrutto. Ma ero combattiva, ero una vincente; non doveva finire in quel modo. La mia morte non avrebbe risolto nulla.

Così nelle lunghe notti insonni, architettai il mio piano per scappare da lì. Una volta uscita da quella che oramai era diventata la mia prigione sarei andata a casa di Amina; sicuramente avrei trovato l’appoggio necessario per partire e rifarmi una vita in Inghilterra. I genitori di Amina avevano una mentalità più aperta, più occidentale in quanto entrambi esercitavano la professione di medico e conoscevano il mondo, ma soprattutto riconoscevano il mio inconfondibile talento, non si sarebbero posti grossi problemi.

In un’umida notte di luglio, una volta accertatami che fossero tutti nel pieno del sonno, mi arrampicai sul letto e con una mossa rapida e indolore riuscii ad arrivare alla finestra, la aprii. Era molta stretta, ma data la mia esile costituzione, in un tempo brevissimo mi ritrovai seduta di fronte ai genitori di Amina chiedendo loro di fermare un volo per Londra e cercare un appoggio per i primi mesi, poi mi sarei sistemata e restituito loro tutto il denaro anticipatomi. Non ci pensarono due volte, mi conoscevano e non avevano dubbi che quella fosse la strada giusta. Mi sembrava di essere giunta in paradiso, giuro, Amina mi stringeva forte e sorrideva molto; saltellava per tutta la stanza. Eravamo finalmente felici! Cercammo di riposare senza riuscirei poiché l’indomani avrei dovuto affrontare il grande viaggio. Non avevano perso tempo. Il volo era fissato in mattinata, sul presto e una volta arrivata nella City una vecchia paziente del padre di Amina, afghana anche lei, mi avrebbe ospitata per un breve tempo; finché l’università non avesse messo a disposizione la residenza.

La notte era passata velocemente, pronti per dirigerci all’aeroporto, quando improvvisamente sentimmo bussare violentemente alla porta. Trovai mio padre che mi afferrò per un braccio, trascinandomi via. Era di nuovo l’inferno!

Il matrimonio con Dhakir era difficile, monotono e carico di un’infinita sofferenza. La nostra convivenza andava avanti già da due anni, lui non si mostrava per nulla interessato a me. Abusava del mio corpo senza nessun ritegno, non mi degnava mai di uno sguardo amorevole e io stavo male, malissimo. Il mio obiettivo si era frantumato, mi piaceva pensare che fosse diventato polvere di stelle e la notte potevo ricercarlo nel cielo afghano. In tutto questo non avevo perso la mia creatività, continuavo a disegnare, di nascosto chiaramente. Avevo molti modelli da realizzare e così, quando quella sottospecie di uomo era in Germania per lavoro, cucivo tutto il giorno, fino a tarda notte. Quando tornava, nascondevo le creazioni nei cassetti e poi le riprendevo; ogni occasione era buona per darsi da fare. Uscivo poco, ma indossavo sempre ciò che elaboravo, magari qualcuno avrebbe colto la mia bravura. Mio marito non gradiva le mie uscite né gli abiti da me indossati nonostante fossero particolarmente conformi alla tradizione musulmana. Indossavo sempre il velo e tuniche lunghissime, ma di certo molto particolari e colorate. Quello che lo mandava completamente fuori di testa era il trucco, per un certo periodo fui costretta ad indossare il burqa per coprire il volto. Lo infastidiva diceva, solo le prostitute si conciavano in quel modo. Ma io ero stufa, stanca di non poter essere quella che sono veramente, così tentai per la seconda volta di riprendere le redini della mia vita. Mi ribellai nuovamente. Questa volta con maggior successo, o quasi.

Nella primavera del secondo anno di matrimonio inizia ad assumere degli atteggiamenti che sapevo lo avrebbero portato alla follia, lo avrebbero portato ad odiarmi. In fondo era quello che volevo, non so bene per quale assurdo motivo desiderassi questo, ma il solo fatto di stuzzicarlo già mi rendeva più libera. Cominciai a fumare, ad atteggiarmi con altri uomini durante le serate a casa di amici, sorridevo in continuazione attraversando le strade sempre a testa alta, fiera di me stessa. Mostravo il mio volto eccessivamente truccato, portavo pantaloni all’occidentale e qualche volta scoprivo appena le gambe con tubini particolarmente aderenti abbinati a tacchi vertiginosi. La gente mi squadrava ogni volta che mettevo piede fuori da casa, commentava e giudicava questa “donnaccia” che se andava a spasso per la cittadina di Kabul, incurante delle conseguenze. Avevo cominciato anche a promuovere il mio lavoro tramite giornaliste americane, le quali si trovavano lì per raccontare ciò che stava accadendo in quegli anni bui.

Dhakir mi aveva scoperta; riteneva il mio lavoro completamente volgare e privo di senso, ma a me non interessava minimamente. Sapevo che la morte era dietro l’angolo, ma perlomeno sarei morta da vincente!

In poco tempo riuscii ad ottenere le autorizzazioni necessarie per aprire una piccola azienda in modo tale da poter rispondere alle innumerevoli richieste provenienti dall’occidente da parte di donne che, per sfizio e divertimento, volevano indossare le mie creazioni e sentirsi principesse afghane per una sera. Le richieste arrivarono pian piano anche dai vari centri vicini a Kabul e da Kabul stessa. Mi resi subito conto che non bastavano più le mie mani e quelle di Amina, che nel frattempo era accorsa in mio aiuto, ma altre mani, altre lavoranti. Così andai di casa in casa, proponendo un lavoro a ragazze schiave di qualche uomo, costrette ad una vita chiuse in casa a badare ai figli. Inizialmente non riscossi molto successo, ma dopo alcuni sforzi cambiarono tutte idea, a patto che i mariti non venissero a conoscenza di del loro impiego.

Il mio sogno stava lentamente prendendo forma, non avevo la minima idea di cosa mi avrebbe comportato tutto questo. Ma finalmente ero felice! Certo, ero ancora la schiava di Dhakir che continuava a prendersi gioco di me e del mio corpo, guardandomi con sdegno. Non sarebbe rimasto fermo, in silenzio ad assistere alla mia ascesa. Dovevo aspettarmi qualsiasi cosa. Infatti una mattina lo ritrovai all’interno del mio ufficio, in azienda, se ne stava lì seduto sulla mia poltrona, guardando in maniera del tutto disinteressata i miei bozzetti. Questa è l’ultima immagine lucida che ricordo. Poco dopo quella visuale rammento solamente un dolore estenuante sul viso e sugl’occhi, ed una voce, la sua voce, che pronuncia quelle maledette parole: “Il tuo bel volto sarà per sempre mio!”. Queste parole mi tormentano in tutti i sogni, ogni notte, ogni giorno. Le sento nell’aria delle notti insonni. “Maledetto!” gridai mentre il dolore mi distruggeva persino l’anima. Mi aveva sfigurato con l’acido per sempre. La dinamica tutt’oggi non mi è chiara, ma sono sicura che alle mie spalle, pronto a togliermi ogni possibilità di fuga, c’era qualcuno dei suoi dipendenti, che per un po’ di soldi in più avrebbe fatto qualsiasi cosa.

I mesi, anzi gli anni a seguire furono lunghi. Ho subito più di cinquanta interventi al viso e agli occhi presso una clinica americana. La mia vista è compromessa, ma non troppo da impedirmi di disegnare. l dolori ancora oggi li ricordo, li sento vivi su di me, dentro me. Non ho più parole né tanto meno lacrime per poter esprimere questa sofferenza. Mi hanno sfigurato… l’anima! Non ho ottenuto giustizia, ma neanche la pretendo.

La mia vittoria è qui, su questa passarella. Un applauso infinito si leva dal pubblico.

Grande successo! La sfilata è finita.

Gli occhi sono lucidi ma non ho tempo per le emozioni, bisogna salire sul palco per i ringraziamenti.

Un grande grazie lo dico soprattutto a me stessa, al mio coraggio e al mio sorriso che oggi mi hanno portato fino a qui. Mi sento una donna libera e forte nonostante le mie visibili debolezze.

Io adesso non ho paura. E parlo a nome di tutte le donne che sono state, sono o saranno vittima di violenza.

Parlo in nome dell’amore per noi stesse!


 

“IL MOSTRO”

di Flavio Zucca

V Liceo Classico – Liceo Ginnasio Statale “Cornelio Tacito”

 

PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2016-2017 - La premiazione di Flavio Zucca

 

– Sin da piccolo ero convinto che sarebbe stato il diavolo a trascinarmi all’Inferno, ma mi sbagliavo: è stato un angelo stupendo. Ricordo quel caldissimo mattino di giugno come se fosse ieri.

Portavo a spasso il mio bel pastore tedesco, si chiama Whisky e detesta il caldo più di ogni altra cosa al mondo, ma nonostante ciò si trascinava al mio fianco sul marciapiede, obbediente, con la lingua pendente e il respiro affannoso. Come probabilmente già saprà la mia cittadina è piuttosto piccola e vi è un solo liceo classico, che si affaccia sulla via principale. Ecco, passavo proprio davanti a quella scuola quando vidi il mio angelo in tutta la sua bellezza –

– Fu in quell’occasione che vide per la prima volta la ragazza, Sig. Ferretti? –

– Sì, era il 9 giugno, per la precisione era l’una e un quarto ovvero l’orario di uscita degli studenti. Quando passai insieme a Whisky sentii la campanella risuonare all’interno dell’edificio, i portoni del liceo spalancarsi e gli studenti uscire come un torrente in piena, quasi tutti sorridenti e felici di ritornare a casa a pranzo. Nonostante il trambusto la notai subito: all’inizio le passai sopra con lo sguardo distrattamente, poi, appena il mio cervello ebbe elaborato la visione incantata che aveva appena ammirato, posai nuovamente i miei occhi su di lei. Mi è assolutamente impossibile descrivere l’emozione che mi colse nel constatare che la natura fosse in grado di generare una bellezza simile: camminava chiacchierando con due amiche, sorrideva con dolcezza e ogni volta che smetteva di sorridere maledicevo le sue labbra stupende perché osavano nascondere quel sole radioso che era il suo sorriso –

– Mi ha già parlato della bellezza di questa ragazza, ma la prego continui il racconto –

– Va bene, dicevo, fu allora che la vidi per la prima volta e quei suoi capelli neri soffici, quegli occhi color nocciola e quella pelle così candida mi incantarono al punto che decisi di seguirla.

Lei salutò le amiche e poi iniziò ad incamminarsi per la via principale in direzione del torrente, da ciò ho intuito facilmente che dovesse abitare in uno di quei condomini al margine della città che si affacciano appunto sul corso d’acqua. L’ho seguita fin sotto casa tenendomi a debita distanza e Whisky, nonostante il caldo opprimente, a sua volta mi seguiva anche se evidentemente stremato.

Seguendola giungemmo presso i tre piccoli palazzi vicino al torrente e lei entrò nel portone di mezzo, ma quando la vidi sparire nel suo condominio per poco non mi sentii svenire dall’angoscia: una creatura così pura, bella, innocente… io dovevo proteggerla, dovevo avere cura di lei, capisce?

Sentivo un bisogno crescente di tutelare quell’essere che appariva così indifeso. Decisi di agire: ero intenzionato a scoprire come si chiamasse e in quale dei tre piani dell’edificio abitasse –

– Perché voleva scoprire dove abitasse, Sig. Ferretti? –

– Gliel’ho appena spiegato! Sentivo un fortissimo impulso di protezione verso una creatura così splendida e delicata –

– E non ha pensato che magari la giovane avesse già chi si prendesse cura di lei? –

– Ma certo che l’ho pensato! È solo che… avvertivo l’orribile presentimento che le stesse per succedere qualcosa di brutto, insomma mi faccia finire il racconto –

– Ma certo, proceda pure, Sig. Ferretti –

– Come stavo dicendo sentii forte l’impulso di agire, e così, istintivamente, mi diressi davanti al portone d’ingresso del palazzo e osservai i nomi sul citofono: erano tre campanelli, io ne scelsi uno a caso e premetti il pulsante. L’emozione che provavo era tanto forte che il cuore sembrava volermi esplodere in petto: la voce che stava per rispondermi al citofono avrebbe potuto essere proprio la sua! Ma non fu così e mi rispose un uomo probabilmente anziano con un rude “Chi è?” a cui risposi con un improvvisato “Salve! Abito qui a fianco e non trovo più il mio gattino. Siccome so che adora infilarsi nei condomini altrui mi chiedevo se gentilmente potesse aprirmi così che io possa sincerarmi che non sia entrato proprio qui”. Il vecchio brontolò qualcosa che includeva le parole “scocciatore” e “ora di pranzo”, ma mi aprì il portone. Appena entrato salii subito le scale con una fortissima eccitazione che mi pervadeva il cuore e la voglia di vederla che cresceva in me ad ogni gradino.

Al primo piano sulla porta c’era il cognome “Paoli” e senza indugio suonai: mi aprì un vecchio in camicia con una folta barba bianca e un fisico che sicuramente da giovane doveva essere stato molto vigoroso, dalla voce riconobbi subito che era quello che mi aveva risposto al citofono.

“Ma insomma non è qui il tuo stupido gatto!” affermò piuttosto adirato e senza darmi una chance di ribattere mi chiuse la porta in faccia. In condizioni normali avrei dato il via ad una delle mie riflessioni sul fatto che l’essere anziani non esime dall’essere educati verso il prossimo, ma la necessità di rivedere la ragazza in quel momento era la sola cosa a cui pensassi.

Salii dunque al secondo piano con Whisky che intanto grazie alla frescura del condominio era di nuovo allegro e addirittura mi precedeva scodinzolante.

Su questo secondo portone c’erano due cognomi: “De Santis – Barese”, io suonai il campanello con la mano tremante e pregando in cuor mio che venisse ad aprirmi quella ragazza incredibile.

Mi aprì una donna sulla quarantina, io recitai ancora una volta la parte di quello che non trovava il suo gattino e la donna però, più gentile del vecchio signor Paoli, rispose educatamente: “No, spiacente, se però mi lascia un recapito la avviso se lo dovessi trovare” a cui replicai: “La ringrazio moltissimo, ma è proprio sicura che nessuno in casa ha visto un gattino da queste parti?”.

Le cose andarono esattamente come speravo e la donna si voltò verso l’interno di casa sua gridando:

“Silvia! Hai per caso visto un gattino tornando da scuola?”.

Sentii il cervello abbandonarmi. La donna mi diceva qualcosa con aria dispiaciuta, ma ormai io non la ascoltavo più, solo un nome echeggiava nella mia scatola cranica: Silvia.

Per un attimo ogni cosa bella che c’è al mondo ed ogni bel ricordo della mia vita assunse il volto di quella splendida ragazza con gli occhi color nocciola, e poi quel nome, quel nome continuava a soffocare ogni altro mio pensiero: Silvia.

Non ricordo cosa accadde dopo. Credo di essermene andato senza dire una parola, probabilmente la madre di Silvia mi avrà preso per un povero pazzo, insomma, un tizio che va in giro con un pastore tedesco a cercare un gattino e se ne va senza neanche salutare! –

– Senta, insomma, scusi se la interrompo, ma lei aveva detto che mi voleva raccontare del mostro!

Quando ha visto per la prima volta il mostro, Sig. Ferretti? È accaduto quel 9 giugno? –

– No, quel giorno tornai a casa e non uscii più. Vuole sapere del mostro? E va bene, sarò più sintetico allora. Dicevo, a quel punto tornai a casa e sapendo il nome della ragazza mi fu estremamente facile trovarla sui social network e sui registri online della scuola, anche perché, come avrà capito, abito in una cittadina molto piccola. Silvia De Santis, 17 anni, il padre a quanto avevo capito dai dati a mia disposizione era morto e lei viveva con la madre Margherita.

Silvia non aveva un padre, capisce? Questa scoperta mi fece sentire ancora più protettivo verso di lei di quanto già non lo fossi e così promisi a me stesso che mai e poi mai avrei permesso che qualcuno le facesse del male o la rendesse infelice.

Vuole sapere della prima volta che vidi il mostro? Ebbene accadde una settimana dopo. La scuola era ormai finita e avevo già da tempo scoperto più o meno tutto circa le abitudini quotidiane di Silvia e la sua routine. Avevo anche scoperto che verso la fine di maggio, quindi pochissimo tempo prima, si era fidanzata con un ragazzo di nome Francesco: costui aveva un anno in più di lei e la portava spesso in giro sul suo scooter. I due sembravano contenti, ma soprattutto, Silvia sembrava entusiasta di quel giovane. Io lo odiavo, covavo verso quel piccolo sbruffone di diciotto anni tutto l’odio che il mio cuore potesse provare –

– Ma perché? Non ha appena detto che Silvia sembrava felice? –

– Sembrava felice perché lei era troppo fragile ed innocente per vedere che Francesco voleva solo approfittarsi di lei: quel verme voleva prendersi la verginità di quella dolce e bellissima ragazza. Silvia vedeva in lui qualcuno che si prendesse cura di lei, ma si sbagliava! –

– E lei cosa ne sa? E poi mi scusi, Sig. Ferretti, ma lei non crede che Silvia avesse l’intelligenza, ma soprattutto il diritto di scegliersi il ragazzo che le pareva? –

– No, lei aveva bisogno di qualcuno che le volesse bene, che la amasse! E quella persona, che diavolo, ero proprio io! Comunque le stavo raccontando di questo Francesco. Una sera lui e Silvia decisero di andare a vedersi un film e io ovviamente li seguii: per me era impossibile stare dietro a quello scooter, tuttavia appena ebbi inteso che stavano andando al cinema tirai un sospiro di sollievo visto che la nostra cittadina ha un solo cinema e con una sola sala. Entrato in sala li individuai e mi sedetti due poltrone dietro di loro. Li osservai attentamente per tutta la durata del film e ogniqualvolta Francesco la sfiorava sentivo come un groppo in gola e le mani tremarmi dalla rabbia. All’intervallo sentii Silvia parlare di qualcosa che mi turbò profondamente: stava infatti confessando a Francesco che da un po’ di giorni si sentiva seguita, spiata da qualcuno.

La mia Silvia, la mia Silvia era spaventata capisce? Mi sentii debole ed insulso sapendo che quell’essere così dolce aveva paura e decisi che avrei fatto di tutto per scoprire chi la stesse spaventando. In ogni caso poi Francesco la abbracciò e la rassicurò e io lo odiai sempre di più perché avrei dovuto esserci io a consolare quella splendida creatura.

Dopo la fine del film tutto il pubblico, inclusi me, Silvia e Francesco, ci riversammo nel parcheggio del cinema, che a quell’ora era piuttosto buio e inquietante visto e considerato che era circondato da fitte siepi. Fu proprio tra queste siepi oscure che vidi per la prima volta il mostro.

Ero nascosto dietro alla mia auto ormai da una mezz’ora e fingevo di cercare le chiavi mentre osservavo Francesco e Silvia che si baciavano quando mi accorsi che questa creatura se ne stava rannicchiata nel folto ad osservare anche lui la scena. Da quel poco che riuscii a scorgere attraverso l’oscurità era scheletrico, quasi del tutto nudo e osservava la scena contorto in una posizione evidentemente disumana. Non riuscii a capire se stesse osservando i due che si baciavano o addirittura se stesse osservando me, quello che so è che le altre tre o quattro persone che si trovavano nell’ampio parcheggio oscuro non sembrarono accorgersi di niente.

Continuai a fissarlo chiedendomi se fosse un’allucinazione, ma mi sembrava dannatamente reale: se ne stava lì, contorto nel buio della siepe a osservare qualcosa.

Ad un certo punto tornai con lo sguardo su Francesco e Silvia per vedere se loro avessero notato qualcosa, ma i due si baciavano tranquilli e quando tornai a guardare le siepi il mostro se n’era andato. Mi guardai intorno a lungo tra le ombre del parcheggio, ma non vidi più quella creatura inquietante da nessuna parte.

Tornai a casa molto scosso da quella visione, eppure ero deciso a scoprire chi fosse quel misterioso essere, soprattutto perché poteva essere proprio lui a spaventare la mia Silvia. Quando fui ritornato a casa non potevo immaginare quello che avrei trovato. Sembrava tutto in ordine, eppure qualcuno era entrato in casa mia e me ne accorsi solo quando trovai un bigliettino sul tavolo scritto in una calligrafia feroce, furiosa e quasi folle: “Smettila, devi lasciarla stare”.

Il mio caro Whisky sembrava piuttosto tranquillo, dunque non capivo come potesse essere entrato qualcuno in casa a lasciarmi quel biglietto minatorio senza che il mio cane se ne accorgesse.

Mi sentii assalito dalla paura. Era stato Francesco a lasciarmi quel biglietto? Come aveva fatto a scoprirmi, e soprattutto quando era entrato in casa mia? Era stato di certo quello schifoso di Francesco, chi altri?

Forse quell’orrido essere scheletrico nascosto tra i cespugli? Scenari orribili si addensavano nella mia mente –

– Temeva che la cosa che aveva visto nel parcheggio e quel biglietto fossero collegati, Sig. Ferretti? Crede che ci fosse qualcosa di sovrannaturale nella vicenda? –

– Sì, è inutile nasconderlo, non mi quadravano così tante cose nella comparsa di quel biglietto minaccioso che non escludevo nessuna possibilità. Comunque controllai tutta casa a lungo per assicurarmi che non ci fosse nessun estraneo e poi andai a dormire, ero molto stanco e nonostante l’inquietudine mi addormentai subito.

Nel parcheggio del cinema avevo sentito Francesco e Silvia che si davano appuntamento a casa del giovane per il mattino seguente visto che i genitori sarebbero andati a lavoro. Questa cosa proprio non mi andava giù… Francesco non solo era probabilmente entrato in casa mia per minacciarmi di stare lontano dalla mia dolce Silvia, ma si sarebbe preso la sua verginità e io questo non riuscivo a tollerarlo –

– Sig. Ferretti, più che dal senso di protezione e da reale affetto, i suoi sentimenti sembrano dettati dalla voglia di possedere quella ragazza. Non poteva essere semplicemente contento per lei che si divertiva con questo Francesco? –

– Ma cosa sta dicendo, certo che non ero felice per lei, ma non perché fossi invidioso. Io sono convinto che quel Francesco non fosse la persona adatta a farla felice, le avrebbe spezzato il cuore presto o tardi–

– E non ha pensato che Silvia sapesse badare a se stessa? –

– Ma lei era una creatura dolce ed innocente che aveva perso il padre e che aveva tanto bisogno di amore, è ovvio che stava affidando tutta se stessa a quel verme di Francesco. Senta, vuole sapere del mostro o no? Mi lasci raccontare. Dicevo, appena sveglio mi preparai e uscii di casa dirigendomi verso casa di Francesco. Era il momento di far capire a quel piccolo sbruffone come stavano le cose.

Erano le 10 di mattina quando citofonai a casa di Francesco, ovviamente non serve che le spieghi che avevo a lungo indagato su dove vivesse costui. Silvia sarebbe arrivata alle 11 e avevo quindi un’ora per rimettere al suo posto quel maledetto verme –

– Aveva intenzione di minacciare Francesco? Voleva intimargli di non avere un rapporto sessuale con Silvia? –

– La piccola Silvia, la mia piccola e fragile Silvia non si sarebbe concessa al primo idiota sbruffone con lo scooter. Ebbene sì, lo avrei minacciato, e gli avrei anche fatto vedere di che pasta sono fatto intimandogli di non entrare mai più in casa mia. Dicevo, citofonai a casa di Francesco e mi rispose lui con la sua voce spavalda: “Silvia?”. Aspettava Silvia quel cane. Io risposi che ero un amico di suo padre e che dovevo lasciare una lettera importante che mi sarebbe piaciuto consegnare direttamente in mano al figlio se possibile. Lui nonostante il mio trucchetto fosse banalissimo non poteva pensare che fossi un malintenzionato e quindi ci cascò e mi aprì il portone.

Salii fino al secondo piano, dove abitava lui, e bussai vigorosamente alla sua porta. Non avevo mai minacciato nessuno in vita mia, ero stato sin da giovane una persona timida e sola e a dirla tutta da quando anche mia madre mi aveva lasciato vivevo da solo con il mio bel cagnone, isolato da tutti. Nonostante quindi andare a casa di un ragazzino a minacciarlo fosse un’ esperienza alquanto insolita per me, non provavo tensione o agitazione, semplicemente pensavo sempre e costantemente a Silvia.

Francesco mi aprì dopo pochi secondi, i capelli folti, ricci e neri, gli occhi beffardi come la sua espressione, ero leggermente più alto di lui e la prima cosa che feci fu dargli una vigorosa spinta che cogliendolo di sorpresa lo fece cadere a terra. Il giovane usò con me un linguaggio un tantino colorito che non intendo riportare con esattezza, ma sostanzialmente posso dirle che iniziò a gridare e a chiedermi chi fossi mentre io rapido entravo in casa e sbattevo la porta alle mie spalle.

“Cosa vuoi? Soldi? Gioielli? Non farmi del male ti prego”, eravamo soli, io e lui. “Ti giuro che non lo dico a nessuno, ma non farmi del male” sembrava sull’orlo di una crisi di pianto, era lì, seduto per terra al mio cospetto quello sbruffone che osava baciare Silvia.

“Sarò breve” gli dissi, e intanto lo afferrai per il colletto della polo e lo tirai su in piedi strattonandolo e sbattendolo al muro “tu non devi mai più avvicinarti a Silvia, né tantomeno a casa mia. Sono stato chiaro?”. Lui iniziò a balbettare qualcosa come “Casa tua? Ma chi sei, ma cosa vuoi da me e da Silvia?”. Io non so perché, ma mi sentivo sempre più furioso: continuavo a vedere il volto di Silvia nella mia mente e quel maledetto che la portava via da me.

“Dimmi che non la sfiorerai mai più! Dillo!” gli gridai in faccia, e lui lo disse, ma poi la situazione precipitò.

Il citofono squillò, io e Francesco ci guardammo per qualche istante: “Silvia… è in anticipo” mormorai in un soffio e lui approfittò di questo mio attimo di sbandamento per spingermi via e fare un tentativo di raggiungere con la mano il citofono. Voleva rispondere e chiedere aiuto, ma non glielo permisi: mi riscossi e mi prese il terrore che se Francesco avesse risposto al citofono avrei passato guai serissimi, ma soprattutto, Silvia mi avrebbe per sempre visto come un pazzo.

In un attimo, inoltre, il pensiero che Silvia fosse venuta lì sotto per quel bastardo mi riempì di rabbia e prima ancora che me ne accorgessi stavo sbattendo la testa di Francesco contro il muro –

– Voleva ucciderlo, Sig. Ferretti? –

– Io non ero andato lì con l’intento di ucciderlo, ma mentre stavo spaccando la sua testa contro la parete capii che era la cosa giusta per tutelare Silvia e al contempo me stesso. “No, ti prego” gridò Francesco, e io spinsi più forte, poi iniziò a gridare cose senza senso finché non emise più alcun suono.

Silenzio. Avevo le mani lorde di sangue, il citofono continuava a squillare, ma ovviamente non potevo rispondere, sebbene l’unica cosa che desiderassi era prendere in mano la cornetta e sussurrare “Silvia, dolcezza della mia vita, avrò cura di te”. Passò un po’ di tempo, io rimasi lì in piedi davanti al cadavere di Francesco finché il citofono non smise di suonare. Dedussi che Silvia se n’era ritornata a casa ignara che il suo fidanzato fosse morto. Pensai che quando lo avrebbe scoperto sarebbe stata molto triste, ma io ero assolutamente soddisfatto di avere agito per il suo bene –

– Una giovane donna a cui era morto il padre e che cercava un po’ di felicità in un fidanzato… come ha potuto pensare di fare il suo bene uccidendo Francesco, Sig. Ferretti?–

– Senta, comincio a pensare che lei sia un pessimo ascoltatore, insomma ho già spiegato più che abbondantemente le mie ragioni. Comunque, di lì a poco avvenne il mio secondo incontro con la creatura orrenda del parcheggio. Notai di avere i vestiti puliti, solo le mani erano sporche di rosso e così me le lavai in bagno: mi ci volle un po’, non avevo idea che il sangue potesse rimanere con tanta pervicacia incollato alle mani.

Quando fui pulito uscii di casa e come se niente fosse ero di nuovo in strada. Nessuno avrebbe mai potuto sospettare di me: nessun movente, nessun testimone, niente di niente mi legava in alcun modo a Francesco. Nonostante in realtà qualcosa mi legava a lui in maniera indissolubile ed eterna: Silvia. Stavolta il mostro lo vidi chiaramente. Appena uscito dal palazzo dove abitava Francesco, lui era lì ad attendermi dall’altra parte della strada, in piedi, mi fissava attraverso un paio di occhiali spessi. Anche stavolta era quasi nudo, ossuto come fosse a digiuno da mesi, indossava soltanto dei pantaloncini bermuda laceri e sporchi e mi osservava con le mani tremanti.

“Chi sei? Cosa vuoi da me?” gli chiesi e intanto feci per attraversare la strada, ma mi sentii di colpo gelare il sangue nell’udire la sua risposta: “Maledetto, ti ucciderò, stai lontano da lei” mi disse in un sussurro rauco e scricchiolante, poi iniziarono a passare delle macchine per cui non potei attraversare, ma solo osservare quell’essere che si voltava e scompariva trascinandosi tra le abitazioni.

Più scosso che mai per aver ucciso Francesco e per aver incontrato una seconda volta il mostro, appena tornato coccolai a lungo Whisky che era l’unico a cui potevo confidare tutto quello che stava accadendo e cosa fossi costretto a fare per amore della mia dolce Silvia –

– Neanche per un attimo le venne in mente, Sig. Ferretti, di avere una visione distorta e folle della realtà? Non le è venuto in mente di aver solo fatto del male a quella ragazza che tanto voleva proteggere? –

– Stia zitto! Lei non sa niente, lei non ha visto quanto era pura ed innocente Silvia, lei aveva perso il padre, chiunque poteva approfittarsi di lei. Dovevo farlo, io dovevo farlo, dovevo uccidere quel bastardo profittatore e non mi pento di averlo fatto –

– Ma era solo un ragazzino di diciotto anni! Probabilmente voleva davvero bene a Silvia! –

– Senta, non le pare di intervenire un po’ troppo nel mio racconto? Lei voleva sapere del mostro, no? Dunque io le racconterò del mio terzo ed ultimo incontro con quell’essere.

Come le dicevo, stavo coccolando il mio bel cane ed intanto continuavo a riflettere sull’omicidio che avevo appena commesso e sulle minacce di morte che quell’essere scheletrico mi aveva rivolto.

Ero giunto alla conclusione, per il suo aspetto scheletrico e lacero, per la sua voce rauca e sussurrante e per le sue apparizioni improvvise che quello doveva essere certamente un fantasma –

– Un fantasma? Il fantasma di chi? –

– Beh mi sembra ovvio: il fantasma del padre di Silvia! Mi minacciava perché pensava che io seguissi Silvia per farle del male, ma in realtà non sapeva che io volevo solo proteggerla. Comunque ormai la mia passione per quella ragazza era troppo grande ed era troppo grande in me la voglia di parlarle… di presentarmi a lei! Feci tuttavia passare qualche giorno senza però smettere di osservare i suoi pochi spostamenti. Ovviamente la morte del giovane Francesco era ormai sulla bocca di tutti, ma nessuno aveva idea di chi fosse stato ad ucciderlo.

In vita mia credo di non aver mai visto così tanta polizia nella mia piccola cittadina, in televisione tutti parlavano del cruento delitto da me commesso e del giallo che si era venuto a creare su di esso: mi sentivo in un certo senso importante, famoso, al centro dell’attenzione, nonostante nessuno sapesse di me.

Ha mai sentito parlare di quella teoria secondo cui un assassino sente dentro di sé una voglia inconscia di essere scoperto? Ecco, probabilmente fu proprio questo a spingermi ad avvicinarmi all’ispettore che dirigeva le indagini in città. Si chiamava Giorgio Lorenzi, era un uomo dal viso duro, con due baffoni grigi e la testa completamente pelata: la sua strategia investigativa sembrava consistere in lunghe passeggiate per le strade della piccola città.

Era un uomo strano, mi incuriosiva moltissimo e al tempo stesso avevo il terrore che con quei suoi occhietti vispi e neri scoprisse la verità –

– Perché decise di avvicinarsi all’ispettore Lorenzi, Sig. Ferretti? –

– Gliel’ho già spiegato! Mi sentivo in qualche modo soddisfatto, appagato dall’incredibile notorietà che aveva avuto il mio omicidio, sebbene nessuno sapesse chi lo avesse compiuto e la nobile causa per cui era stato compiuto, e in qualche modo avevo la continua tentazione di parlare con l’ispettore durante una delle sue lunghissime passeggiate… anche un po’ per gioco –

– E la ragazza? Mentre si crogiolava nel compiacimento del suo omicidio non pensava a Silvia? –

– Ma certo che ci pensavo, che domande, lei era sempre il bellissimo angelo in cima ai miei pensieri. Solo che non la vidi quasi mai uscire di casa nei due giorni successivi e infatti spesso mi chiedevo come potevo esserle d’aiuto e consolarla se non si faceva vedere in giro.

Comunque, come le stavo raccontando, tre giorni dopo l’omicidio passeggiavo di sera con Whisky e decisi di passare davanti a casa del defunto Francesco, con l’apposito scopo di incontrare l’ispettore Lorenzi. Il mio piano riuscì pienamente ed infatti passeggiando in quella zona avvistai l’ispettore, che con il suo solito sguardo torvo e pensieroso camminava solitario lisciandosi i baffoni. “Salve! Buona sera ispettore!” gli feci mentre ci venivamo incontro e lui subito alzò lo sguardo, i suoi occhi indagatori luccicarono di interesse: “Buona sera! Ci conosciamo?” “Beh in effetti no, abito qualche isolato più in là, volevo soltanto ringraziarla per il lavoro che sta facendo qui… in città siamo tutti sconvolti e spaventati per la morte del ragazzo”. Lo sguardo dell’ispettore era qualcosa di tremendamente interessante per me, sembrava che mi scrutasse l’anima: “Capisco, quindi lei sarebbe?” “Mi chiamo Pietro, Pietro Ferretti. Ci tengo anche a dirle che vorrei dare alle indagini tutto il poco aiuto che un cittadino come me può dare… le volevo in effetti chiedere se potesse lasciarmi il suo numero o comunque un qualche recapito: credo di avere informazioni utili per la polizia” –

– Sig. Ferretti, perché ha fatto una cosa simile? Promettere informazioni all’ispettore Lorenzi non le sembrava una mossa alquanto stupida? –

– Sì, in effetti era una mossa decisamente stupida, ma mi stavo divertendo da pazzi! Fatto sta che l’ispettore acconsentì e mi diede il suo personale numero di telefono e mi chiese di contattarlo al più presto per fissare un appuntamento in cui gli potessi confidare tutte le mie informazioni.

Non so neanche cosa mi saltasse per la testa in quel momento, fatto sta che ero decisamente divertito da quel dialogo con l’ispettore, al punto che decisi di aggiungere ulteriore rischio alla mia situazione e gli dissi in tutta confidenza: “La vittima aveva una fidanzata, lo sa ispettore? Una bellissima ragazza di nome Silvia. Poverina, che trauma deve essere stato!”. Lui, sempre osservandomi con estrema attenzione e con espressione imperturbabile rispose: “Lei è molto ben informato… sappiamo della fidanzata, è già stata interrogata da me personalmente ed è davvero molto scossa. La madre da quel che ho capito intende portarla via da questa cittadina dove non si sentono al sicuro”. A quella notizia rimasi come pietrificato. La madre di Silvia intendeva portarla via, via dalla città, via da me! Mi sentii improvvisamente morire dentro, capisce? Tutto il gioco che avevo messo in piedi con l’ispettore non mi divertiva più, il mio unico pensiero ormai era la voglia di rivedere Silvia prima che partisse. Sono quasi certo che l’ispettore, non essendo uno stupido, si fosse fatto scappare quel pettegolezzo solo per osservare la mia reazione e quindi cercai di non dare a vedere la fitta di dolore che stavo provando. “Oh beh, farebbe bene a partire con la figlia, non si sa mai… il pazzo omicida potrebbe colpire ancora in qualsiasi momento!” risposi, poi scambiai ancora due parole con l’ispettore, lui mi chiese esattamente quale fosse il mio indirizzo e questo un po’ mi disturbò, ma data la situazione non potei fare altro che darglielo. Una volta che lo ebbi salutato riportai il mio Whisky a casa.

Il mio bel cagnone era contentissimo da quando avevo incontrato Silvia perché lo portavo molto di più a spasso e a casa gli facevo molte più coccole e infatti anche quella sera, tornati a casa, lo coccolai a lungo e gli raccontai il dramma dell’imminente partenza di Silvia nonché la divertente chiacchierata con l’ispettore Lorenzi. Quella notte non dormii per niente, ero troppo intento a studiare un piano per incontrarmi con Silvia: ormai il nostro primo incontro ufficiale non si poteva più rimandare. Verso le 3:30 di notte ricevetti una telefonata che mi riversò addosso una cospicua dose di terrore, il telefono squillò a lungo e quando con mano tremante alzai la cornetta udii chiaramente la scricchiolante voce rauca del mostro: “Non è tua, lei non è tua. Devi starle lontano o giuro che ti ucciderò”. Sentii il gelo percorrermi la spina dorsale: “Chi sei? Aspetta, ascoltami, io voglio bene a Silvia, voglio solo il suo bene!” provai a ribattere, ma il mostro aveva già attaccato.

Nonostante l’ennesima intimidazione da parte di quel misterioso essere, ero ormai troppo deciso a parlare con Silvia almeno una volta prima che partisse e avevo studiato un piano perfetto.

Ovviamente dai social network non mi era stato difficile ricavare il suo numero di telefono, ebbene la mattina dopo le inviai un messaggio anonimo chiedendole di vederci in piena notte al torrente vicino casa sua. Per convincerla a venire e a non dirlo a nessuno le promisi di sapere esattamente chi avesse ucciso Francesco. Inutile spiegare quale emozione percorreva le mie dita tremanti nello scrivere un messaggio diretto a Silvia. Quel messaggio lo avrebbe letto Silvia in persona, ma si rende conto? Lo avrebbe letto con i suoi splendidi occhioni color nocciola –

– Aveva intenzione di parlare e basta? Mi dica la verità per favore, Sig. Ferretti –

– Certo, volevo dirle almeno una volta quanto fosse speciale, volevo convincerla a restare… –

– Mi sta dicendo che pensava di poter convincere una ragazzina a restare in città? Una ragazzina di trent’anni più giovane che per di più la vedeva come uno sconosciuto? –

– Le avrei fatto capire l’amore unico che provavo per lei, se avesse capito… se avesse capito che in città c’era qualcuno che si sarebbe preso cura di lei forse sarebbe rimasta. Questa era la mia speranza.

Passai tutta la giornata a cercare le parole da dirle, a scegliere i vestiti con cui presentarmi e a prepararmi psicologicamente, ma nonostante ciò io non mi sentivo pronto: Silvia era una creatura troppo sublime, troppo divina e troppo pura, mi sentivo indegno di avvicinarmi a lei –

– Lo credo bene! Aveva ancora le mani sporche del sangue di un ragazzino –

– Senta le ho già detto che ero estremamente soddisfatto di aver ucciso Francesco per amore di Silvia, cosa c’è che non le va giù? Lei non ucciderebbe per amore? –

– Lasciamo perdere, Sig. Ferretti, continui il racconto. Cosa accadde quella fatidica sera? –

– Mi presentai al torrente, davanti al ponticello di legno che permetteva di attraversare il corso d’acqua e andare nei boschi vicini alla città. Ero puntuale, avevo in mano un mazzo di rose e mi ero vestito con una camicetta che ritenevo piuttosto bella, anche se come può immaginare i miei gusti in fatto di moda erano probabilmente tremendi per una ragazza così giovane.

Era mezzanotte. Passò almeno mezz’ora ed io ero sempre più demoralizzato e convinto che non si sarebbe mai presentata. Mille ansie si addensarono nella mia mente: non aveva preso sul serio il mio messaggio? Era già partita con la madre? La madre l’aveva scoperta mentre provava ad uscire di nascosto?

C’erano mille motivi per cui Silvia non si sarebbe mai presentata al torrente.

E invece venne. Apparve come un miraggio, camminando leggera sul prato e venendo verso di me con sguardo sospettoso. Si fermò a qualche metro da me, mentre io ammiravo estasiato la sua bellezza. Era evidente che fosse stanca, stressata e impaurita, ma la sua bellezza e la dolcezza del suo viso erano comunque oltre ogni immaginazione per me.

Rimanemmo a fissarci per qualche secondo, poi lei ruppe il silenzio, mentre io sentivo il cuore scoppiarmi in petto dalla gioia di vedere Silvia davanti a me: “Chi sei?” mi chiese con voce tremante. Oh se solo lei potesse sapere che dolce che era! Io la guardai e risposi in un soffio: “Non voglio che tu parta, Silvia”, al che lei mi osservò dubbiosa e mi chiese chi fossi e se ci fossi mai incontrati prima.

“Non mi conosci, ma io so tutto di te” le dissi, ma lei sembrava sempre più spaventata dal mio sguardo e mi chiese se i fiori che avevo in mano fossero per lei. Guardai i fiori, poi tornai a posare il mio sguardo su di lei –

– Sig. Ferretti, non si è accorto che forse Silvia potesse avere paura di lei? –

– Beh, come le ho detto sembrava avere paura, ma io ero fiducioso di poterle far capire quanto tenevo a lei… solo che le parole mi rimanevano incastrate in gola. “Sì, i fiori sono per te” ammisi porgendoglieli e lei si avvicinò di un paio di passi come se da una parte volesse prenderli per non farmi torto, ma dall’altra fosse terrorizzata ad avvicinarsi. Mi ricordo che la luna era l’unica fonte di luce in quel momento, eppure mi sembrava tutto così estremamente luminoso: il torrente scintillante, il ponticello di legno, il prato circostante, le case sullo sfondo e la brezza notturna.

“Non ti farò del male… prendi questi fiori, ti prego” le dissi, e lei si avvicinò ulteriormente, ma era ancora troppo diffidente. Iniziavo ad innervosirmi, iniziavo a non tollerare che una ragazza che amavo in quel modo, una ragazza per cui ero arrivato ad uccidere, avesse paura di me.

Involontariamente, preso da questo incontrollabile nervosismo, alzai il tono di voce: “Prendi questi maledetti fiori, Silvia!”. Lei scossa e spaventata dal mio tono si avvicinò e strinse il mazzo di fiori, ma a quel punto fu più forte di me afferrarle il braccio, il suo liscio e candido braccio. “Cosa fai? Lasciami!” gridò lei, ma nessuno sembrava poterla sentire “Lo so chi sei! Sei il tizio con il pastore tedesco! Ti scongiuro, io non ti ho fatto nulla, non farmi del male…” mormorò con sguardo supplichevole ed io mi sentii stringere il cuore.

Improvvisamente mi resi conto che non sarei mai riuscito a piacerle, io ero soltanto in grado di farle paura, non sarei mai stato in grado di proteggerla come avrei voluto. La dura verità mi piombò sulle spalle come un macigno: qualcun altro migliore di me avrebbe avuto cura di quell’essere così dolce e speciale –

– La smetta di girarci intorno, Sig. Ferretti, lo dica. Dica cosa accadde quella sera! –

– Io… io non potevo accettarlo… la mia piccola Silvia non mi voleva. Aveva paura di me! Senza pensarci, colto dalla collera la strattonai fino a portarla sul ponticello di legno. Lei si dimenava, ma era troppo piccola e debole rispetto a me. Lei era solo un ragazzina innocente. Oh Dio… cosa ho fatto! –

– Cosa ha fatto? Lo dica! –

– Silvia come dicevo iniziò a dimenarsi e ad un certo punto mi graffiò il viso. Io insieme al dolore mi sentii avvampare dall’ira. Perché la vita era così ingiusta? Perché l’unica persona che avessi mai amato non poteva stare con me? Proprio in quel momento tuttavia dalle tenebre più profonde apparve il mostro.

Pelle ed ossa, con due profonde occhiaie visibili anche al chiaro di luna, stanco, lacero, si trascinò fino a me, mi posò una mano ossuta sulla spalla e mi ordinò in un sibilo: “Lasciala andare”.

Lo osservai da vicino e con disgusto mi accorsi che il mostro era esattamente uguale a me! Era il mio sosia lacero e malaticcio, ma era indubbiamente uguale a me! Nel suo sguardo non c’era rabbia, non c’era rancore, ma solo la consapevolezza di essere troppo debole per fermarmi. Infatti vista la sua natura gracile non poteva di certo impedire che accadesse ciò che sarebbe accaduto. Io lo guardai negli occhi, i miei occhi… “Io, io amo Silvia. Perché la vita è così ingiusta? Perché non posso sfiorarla senza che lei mi guardi con terrore?” sussurrai con gli occhi che si riempivano di lacrime. A quel punto il Mostro sembrò sorridermi: “Lasciala, il solo modo che hai di avere cura di lei è lasciarla libera. Lasciala essere felice”.

Tra le mie mani stringevo saldamente la piccola Silvia che intanto piangeva e gridava invano. La collera tornò a infiammarmi: non volevo viverci in un mondo in cui qualcun altro si sarebbe preso cura di quell’essere così puro. Ignorai completamente il suggerimento del mostro e sena avere più alcun controllo di me cercai di spingere Silvia giù dal ponticello. Il mostro invece, determinato a fermarmi, con le sue esili braccia afferrò le mie e cercò di trattenermi, ma io con una violenta gomitata lo spinsi via nelle tenebre da cui era emerso. L’ultima volta che vidi gli splendidi occhi si Silvia, li vidi gonfi di lacrime e di terrore.

Il suo grido lacerante si interruppe improvvisamente inghiottito dalle gelide acque del torrente e tra le ombre danzanti il suo corpo aggraziato si schiantò sulle pietre – Pietro Ferretti iniziò a singhiozzare convulsamente.

– Silvia… la mia Silvia. L’ho uccisa io, io… se solo non mi fossi fatto prendere dall’agitazione ora sarebbe ancora viva –

– Non pianga, non pianga Sig. Ferretti – .

Finalmente dall’oscurità in cui era nascosto emerse l’interlocutore: colui a cui Pietro Ferretti aveva raccontato la sua storia uscì dall’angolo buio della cella.

– Tu… ancora tu?– chiese il Sig. Ferretti stupito, non avrebbe mai pensato di aver raccontato tutta la storia a chi in realtà già la conosceva. Il mostro sorrise compiaciuto dello stupore di Pietro.

– Silvia è viva, Sig. Ferretti– affermò il mostro.

– Come… come fa ad essere viva? Io l’ho buttata nel torrente…–

– Sì, è vero, ed io ero troppo debole per impedirle di spingerla giù, ma sono stato abbastanza forte da telefonare all’ispettore Lorenzi tempestivamente, ringraziando il cielo che avevo il suo numero. L’ispettore si è precipitato al torrente insieme ai soccorsi ed è riuscito a salvare la ragazza, nonché ad arrestare noi. Non si ricorda? –

– Lorenzi l’ha salvata… Silvia è davvero viva? – chiese Ferretti in un impeto di gioia. – Sì, è viva – .

Ferretti attraverso le lacrime che si addensavano nei suoi occhi vide il mostro crescere, diventare più alto e vigoroso: – Le ho giurato che l’avrei uccisa, Sig. Ferretti, se non avesse lasciato stare Silvia – .

Il mostro iniziò ad avvicinarsi a Ferretti il quale invece si sentiva sempre più debole, stanco e piccolo.

– Lei ha quasi ucciso Silvia, io manterrò la mia promessa –

– Stammi lontano – ruggì Ferretti, ma il mostro ormai non aveva dubbi su quale fosse la cosa giusta da fare: – Mi dispiace, Sig. Ferretti, ma è mio dovere, per il bene di tutti e per il bene di Silvia, impedire a un mostro come lei di nuocere nuovamente – .

Un’ora dopo l’ispettore Giorgio Lorenzi si diresse verso la cella in cui Pietro Ferretti era stato rinchiuso provvisoriamente. Lisciandosi i baffoni grigi l’ispettore continuava a riflettere attentamente sui dati a sua disposizione, ma ormai aveva pochi dubbi ed era riuscito a ripercorrere esattamente gli avvenimenti che avevano sconvolto la cittadina nelle ultime settimane. Quello che Giorgio Lorenzi non poteva prevedere era che, entrato nella cella per interrogare Ferretti, si sarebbe trovato davanti ad una scena che mai aveva visto nella sua lunga carriera di ispettore: l’indagato era morto, si era strangolato con le sue stesse mani.


 

“VITE SUI TACCHI A SPILLO”

di Sara Crescente

V Liceo Scientifico - Istituto di Istruzione Superiore “Edoardo Amaldi”

 

PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2016-2017 - La premiazione di Sara Crescente

 

Irene prese la scatola bianca nella scarpiera, sul coperchio campeggiava una L in corsivo. La aprì, rivelando un paio di scarpe nere lucide col tacco alto; sotto, la suola rossa che le caratterizzava. Ne prese una e la indossò con cura, accarezzando quasi la pelle; fece lo stesso con l’altra e, infine, si alzò per dirigersi verso l’alto specchio vicino alla porta d’ingresso. L’immagine che le restituiva mostrava una ragazza di almeno trent’anni con il volto truccato con cura, senza esagerare, i capelli piastrati e lo smalto che aveva messo quella mattina lucido sulle unghie limate. Il vestito che indossava, nero e bianco, lo aveva comprato il mese scorso e già le tirava sulla pancia. Avrebbe detto di essere ingrassata, ma sapeva che non era il cibo il problema: seguiva una diaeta da tempo e non si era mai concessa uno strappo. Passò una mano sulla pancia, come per lisciarsi le pieghe del vestito e le sembrò quasi di sentire un battito, un segno della vita che pian piano cresceva dentro di lei.

Cercò di non pensarci, si sistemò i capelli rossi dietro le spalle, tolse una macchia di mascara sulla guancia e si allontanò dallo specchio per indossare un pesante trench nero: con cura, lo abbottonò fino al mento, provando a nascondere il ventre gonfio; scelse poi una sciarpa e, lentamente, l’avvolse intorno al collo pallido. Infine, prese la grande borsa nera e, dopo avervi messo dentro le chiavi di casa, uscì dall’appartamento, chiudendosi la porta alle spalle.

Quando arrivò nell’enorme palazzo che ospitava lo studio dell’avvocato presso cui lavorava, il groppo in gola che l’aveva accompagnata per tutto il viaggio si intensificò e le gambe procedevano insicure sui tacchi mentre si dirigeva verso il portone. Con un dito tremante, suonò il citofono e subito le venne aperto. Con familiarità, aprì per l’ultima volta l’ascensore e spinse il bottone del decimo piano.

Mentre saliva, si guardò ancora una volta allo specchio e con orrore notò che il cappotto non bastava a nasconderlo, che quello che era il suo capo lo avrebbe visto e avrebbe cancellato ogni speranza di farla rimanere a lavorare.

Si ricordava ancora quel giorno di quattro anni fa quando, insieme al contratto, l’avvocato, uno dei più famosi e dei più stimati di Roma, le aveva messo davanti un altro foglio, quello delle dimissioni, nel caso in cui fosse rimasta incinta. Irene aveva impugnato la penna con fermezza e, sicura che una cosa del genere non sarebbe mai successa, aveva firmato col sorriso sulle labbra, felice di aver finalmente trovato un impiego sicuro come assistente. Quel giorno, quando era andata via, lo specchio nell’ascensore le aveva mostrato una ragazza felice e orgogliosa della carriera che stava per iniziare; adesso, nel suo riflesso, vedeva una giovane donna infelice e sorpresa di quello che il destino le aveva riservato. Le porte si aprirono e Irene si ritrovò nell’elegante pianerottolo che per quattro anni aveva attraversato fino alla raffinata porta in noce dello studio.

Suonò il campanello e le venne aperto dalla segretaria dell’avvocato. Era una donna minuta, non doveva avere quarant’anni, col viso ben curato e i vestiti profumati di bucato. I capelli scuri, come sempre, erano acconciati in una stretta crocchia e gli occhi dello stesso colore si nascondevano dietro una grande montatura grigia. Si chiamava Arianna e, per tutti gli anni che aveva lavorato lì, era sempre stata gentile con lei e insieme erano riuscite a superare le lunghe giornate in cui il capo era di pessimo umore per colpa di una causa persa o di un cliente troppo difficile.

Non appena la vide, Arianna le sorrise tristemente e la fece accomodare nel salone, dove di solito facevano aspettare i clienti.

«Non so cosa dire, Irene. Una parte di me è felice per la notizia, ma l’altra è dispiaciuta di come siano andate le cose. Eri brava nel tuo lavoro e non lo meritavi» le disse Arianna, il sorriso triste che non accennava a voler andare via dalle sue labbra lucide di rossetto.

«Non devi preoccuparti, Ari. Era una cosa che avrei dovuto prevedere quando accettai di lavorare qui» la rassicurò Irene.

La segretaria le strinse dolcemente il braccio, in segno di conforto e sparì dietro una porta bianca, nell’ufficio del capo.

Le gambe di Irene tremavano ancora e così anche le mani che nascose nelle tasche del trench: il capo non doveva vederla debole, era già abbastanza umiliante per lei trovarsi lì per quel motivo.

Arianna uscì dall’ufficio facendole cenno di entrare. Ancora titubante, Irene si avviò verso la temuta porta bianca leggermente aperta e, dopo aver fatto un profondo respiro e aver fatto appello all’ultimo granello di coraggio che le rimaneva, entrò.

Aveva sempre odiato quell’ufficio. Le librerie erano antiche e ricoprivano tre delle quattro pareti. A differenza di quelle che lei aveva in casa, piene di romanzi classici, queste traboccavano di libri sulla legge e sulla storia, di fascicoli sulle vecchie e sulle nuove cause, e di copie delle più importanti costituzioni.

Sulla quarta parete, l’unica libera, c’era una grande finestra coperta da spesse tende scure che ricadevano fino al suolo; poco più avanti, la scrivania ottocentesca in legno di noce, dietro la quale campeggiava la figura intimidatoria del suo capo.

Da quasi quarant’anni, Elisa de Angelis vantava di essere una tra i più bravi avvocati di Roma, grazie alle tante cause che aveva vinto contro i migliori dei suoi colleghi. Ma era anche molto temuta a causa del suo carattere freddo e distaccato; sembrava quasi che non fosse in grado di provare emozioni, come se non avesse un cuore. Irene era solita paragonarla a Sherlock Holmes, l’investigatore privo di qualsiasi tipo di sentimento umano.

«Accomodati, Irene» l’avvocato non l’aveva degnata di uno sguardo, gli occhi fissi sul monitor del computer. La ragazza fece ciò che le era stato chiesto, sedendosi su una pesante sedia di legno imbottita, la stessa di quando era andata lì la prima volta. C’era la stessa tenda alla finestra, lo stesso portapenne in acciaio nell’angolo della scrivania, persino l’avvocato sembrava la stessa con i suoi corti capelli castani e gli occhi grandi e azzurri come il ghiaccio che scrutavano tutto. Le labbra, che emettevano sentenze taglienti, erano fini e screpolate, pronte a parlare per dire la cosa giusta al momento giusto. Il volto, così come il resto del corpo, era affilato, magro e spigoloso; la pelle sembrava pallida porcellana. Tutto nella sua figura incuteva timore.

Poi, quegli occhi glaciali si posarono su di lei e Irene tremò, ma non per il freddo bensì per la sgradevole sensazione che le dava sapere che quella donna la stava osservando allo stesso modo di un cliente; stava scavando dentro di lei, alla ricerca dei suoi segreti e delle sue debolezze. E li trovò. I suoi occhi si posarono sul suo ventre leggermente rigonfio e il volto assunse un’espressione contrariata, la fronte si aggrottò al punto che le fini sopracciglia castane quasi si sfiorarono.

Senza staccare lo sguardo da lei, l’avvocato aprì un cassetto e ne tirò fuori una cartellina trasparente. Con freddezza, le passò i fogli che conteneva e una penna.

«Le tue dimissioni le hai firmate insieme al contratto di lavoro, queste sono solo le fotocopie, alcune postille legali e l’assegno della liquidazione. All’uscita, Arianna ti darà i tuoi effetti personali.» La sua voce era come il sibilo di un serpente, un suono freddo che faceva accapponare la pelle.

Irene firmò i fogli e mise l’assegno nel portafogli poi, senza degnare di uno sguardo quella che era stata il suo capo, le augurò una buona giornata e uscì dalla porta in mogano.

Si era sempre sbagliata, Sherlock Holmes era stato in grado di provare emozioni, per il suo amico John Watson e per l’unica donna che avesse mai amato, quella di cui portava il nome. Elisa de Angelis invece non aveva nessuno e non lo avrebbe mai avuto.

Mentre chiudeva la porta dell’ufficio, Irene provò quasi pena per quella donna così sola, ma si disse che era una sua scelta e non indugiò oltre.

Arianna la aspettava seduta alla scrivania mentre digitava velocemente una email al computer. Non appena la vide le fece segno di aspettare. Irene si prese un momento per osservarla meglio: nonostante la conoscesse da molto tempo, non aveva mai notato i segni del tempo farsi largo sulla pelle del viso e delle mani, il bianco tra i capelli scuri, gli occhi più spenti e stanchi. Arianna era una donna sola, resa schiava dal lavoro, non aveva mai avuto il tempo necessario per avere una relazione e la sua unica amica era Irene, con la quale si confidava e si apriva.

Non appena smise di scrivere, le dedicò un sorriso ancora più triste di quelli che le avevano dato il benvenuto nell’ufficio; si scostò con la sedia dalla scrivania per prendere una scatola di cartone con dentro i pochi oggetti di Irene: una piccola cornice che la ritraeva felice insieme al suo fidanzato, partito due settimane prima per lavoro, un vasetto con una pianta grassa e una colonna di libri dalla copertina flessibile e piuttosto mal ridotti.

«Ecco, questo è tutto quello che hai lasciato» Arianna abbassò lo sguardo sullo scatolone e lo stesso fece anche Irene che ne prese un libro, La Piccola Principessa, uno dei suoi preferiti, e la pianta grassa.

«Prenditene cura, starà meglio con te che con me» le porse il vaso e la segretaria lo mise con cura sulla scrivania, accanto allo schermo del computer. «Questo invece te lo regalo, a casa ne ho un’altra copia. Spero che ti piacerà e che potrà aiutarti».

Con le lacrime che le uscivano copiose dagli occhi lucidi, Arianna la abbracciò stretta, sussurrandole quanto le sarebbe mancata e ringraziandola.

«Non devi preoccuparti, Ari. Noi verremo a trovarti, non ti lasceremo sola» le disse poggiando il libro sulla scrivania e prendendo un fazzolettino dalla borsa. Con sorpresa, si rese conto che era la prima volta da quando lo aveva scoperto che parlava del bambino come se già fosse nato e senza un accenno di fastidio.

Arianna si asciugò le lacrime e stavolta il sorriso che le donò fu di speranza e felicità.

«Buona fortuna, Irene. Spero che tu e il tuo bambino starete bene».

«Lo spero anche io» si abbracciarono ancora e, senza voltarsi indietro, Irene uscì dallo studio, chiudendosi la porta alle spalle e poggiandovisi. Abbassò gli occhi leggermente appannati sul ventre rigonfio, delicatamente, passò una mano tremante sul cappotto e, come quella mattina, le sembrò di sentire la vita battere nella sua pancia. Per la prima volta però non ne era spaventata, il bambino non la terrorizzava, non più, non dopo aver guardato negli occhi Elisa de Angelis e avervi visto solo solitudine e ambizione.

Voleva quel bambino, lo voleva con tutta se stessa. Con una sicurezza che pensava di non aver mai avuto, si diresse verso l’ascensore, la scatola sotto il braccio sembrava quasi non esistere.

Aveva perso il lavoro, era vero, ma il mondo pullulava di studi in cui avrebbe potuto imparare, che non l’avrebbero rifiutata solo perché stava per diventare la mamma di qualcuno. Non si sarebbe arresa, sarebbe andata avanti e lo avrebbe fatto a testa alta, avrebbe camminato per la sua strada sui tacchi vertiginosi delle sue amate scarpe, avrebbe difeso con le unghie laccate il suo diritto ad essere madre. A suo modo, avrebbe lottato, come una donna.


 

“UN RÊVE D’EVASION”

di Valeria Giorgia Ferri e Natalia Gildi

V Liceo Linguistico e V Liceo Classico – Liceo Ginnasio Statale “Cornelio Tacito”

 

PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2016-2017 - La premiazione di Valeria Giorgia Ferri e Natalia Gildi

 

“Cordelia, sei qui. Non ti ho mai vista fumare.”

“Non vedi un sacco di cose, ma questo non significa che non succedano.”

“Forse potresti iniziare parlandomene, invece che venendo ad arrampicarti in cima a Nôtre Dame. Solo perché ti conosco bene sono riuscito a trovarti. Ero preoccupato.”

“Non posso parlarti delle cose, le renderebbe vere. Se non ne parlo posso riservarmi l’illusione di pensare che non siano mai successe.”

“Insieme siamo felici, e quella non è mai stata, credo, un’illusione. Se anche ne parlassimo potremmo sempre rifugiarci nella nostra felicità.”

“No, Emile. Tu non capisci. Lui è tornato, mi ha trovata.”

Era un pomeriggio buio. Era buio fuori – le nuvole si ammassavano le une sulle altre, gravide di pioggia – ed era buio dentro, nella stanza in cui Cordelia, dodici anni, era nascosta. Sapeva di essere grande per giocare, ma l’adrenalina aveva avuto la meglio su di lei; il suo corpo vibrava di eccitazione all’idea della vittoria imminente. La stanza odorava di bucato e naftalina e Cordelia, accovacciata per terra, sentiva sotto le dita la sensazione scivolosa della polvere e il freddo del pavimento.

Quando aveva udito i passi all’esterno e la maniglia che cigolava, aveva percepito il battito del suo cuore accelerare, ed era già pronta a scattare in piedi quando la porta si era richiusa dietro un’ombra. E poi la voce dello zio era risuonata nel buio e Cordelia, sollevata, si era lasciata scappare una risata. Le mani di lui l’avevano trovata a tentoni mentre rideva con lei e si erano posate, nel solletico, sulle sue braccia, sui suoi fianchi, sul suo ventre. Le sue mani grandi e forti, quelle mani ruvide di uomo adulto, l’avevano toccata, e avevano continuato a toccarla, e non avevano smesso più.

Fin dove può spingersi un gioco, prima di non essere più un gioco?

“Non ho sempre odiato il Natale. Le luci, l’atmosfera, quando ero bambina mi tranquillizzavano. Prima che lui decidesse che i miei Natali dovevano essere solo suoi. Tutti, tutti i Natali da quando avevo dodici anni, lui mi cercava. Per anni ho temuto che sarebbe ricomparso, un Natale come gli altri. E alla fine, quando stavo iniziando ad abituarmi alla comodità della pace, quel giorno è arrivato.”

Cordelia aveva lasciato il paesino in cui era nata in una mattina di maggio. Il giorno correva via dietro i finestrini del treno che, rapido, ma mai abbastanza, la portava verso la libertà. Poteva sentire sulla pelle l’eccitazione che le provocava l’idea di essere finalmente lontana dall’incubo: un uomo sfuggito all’ergastolo che sente per la prima volta il tepore del sole bruciargli il viso.

Il senso di colpa per aver mentito riguardo i suoi progetti per l’università (unico modo per liberarsi di una madre troppo apprensiva, di una famiglia troppo presente) era stato rapidamente soppiantato dalla riscoperta della speranza, un sentimento che credeva dimenticato.

Del resto ci sono situazioni in cui la fuga non è solo l’opzione più facile, ma l’unica possibile. E davanti a questo perdeva di importanza il dolore di sua madre, che non l’avrebbe più rivista, la rabbia di suo padre, che aveva sempre saputo la verità riguardo l’incubo segreto di Cordelia, e non aveva detto niente. Finché non era stato troppo tardi, e l’uccellino era riuscito a scappare dalla sua gabbia.

“Ma andartene da lì ti ha fatto bene. Quando ti ho incontrata sembravi felice.”

“Era solo una maschera. Solo amandoti ho ritrovato la pace.”

Emile era entrato quasi per caso nella libreria in cui Cordelia lavorava.

Si era guardato intorno, aveva infilato il naso in alcuni libri, e intanto lei lo osservava. I suoi capelli erano castani e gli scendevano sul viso in morbidi boccoli. Leggendo, li scostava con un gesto infastidito della mano.

Aveva preso e lasciato vari volumi, e quando alla fine si era diretto alla cassa per pagare lui e Cordelia si erano guardati per un attimo, il bancone di legno che si frapponeva tra di loro. Lei gli aveva sorriso.

“Scelta interessante.” Aveva detto, riferita al libro.

Gli occhi di lui si erano illuminati.

“Quando l’ho finito torno e ti racconto com’è.”

E lo aveva fatto davvero. Non avevano più smesso, da quel giorno, di cercarsi; per Cordelia, Emile era stato una sorpresa piovuta dal cielo, da cui non aveva più voluto separarsi.

“Tu sei stato la prima persona che mi abbia fatto capire cosa fosse la felicità. Lui pensava di darmela, ma ne aveva un’idea distorta. Quello che per lui era gioia, per me era orrore.”

“Ti amo, lo sai.”

“Certo, Emile. Me lo hai sempre dimostrato. Non pensavo di poter amare qualcuno tanto quanto ho amato te.”

Cordelia ed Emile erano soli nella stanza del museo. Davanti a loro si stagliava, sullo sfondo nero della parete, L’Origine du Monde.

“Il corpo femminile,” aveva detto Emile, “sembra fatto per essere reso arte.”

Cordelia lo aveva guardato.

“Non ti manca mai?” Aveva chiesto.

“Cosa?”

“Quello che avevi. Il tuo corpo.”

Emile aveva sorriso, con un filo di amarezza negli occhi. “Il punto è questo,” aveva detto, “non era il mio corpo. Era solo un guscio in cui viveva il vero me, non ero io. Era un peso che non mi era mai appartenuto.”

Cordelia sapeva fin troppo bene, quando il proprio corpo non è che un peso, che trascina verso l’abisso.

Nascere donna è un dono, una condanna, o a volte entrambe le cose insieme.

“Ci sono stati momenti,” aveva detto con un sospiro, “in cui avrei dato qualunque cosa perché il mio corpo non mi fosse appartenuto.” E aveva allungato una mano a stringere quella di Emile.

Quello era stato il momento in cui lui, finalmente, aveva trovato il coraggio. Si era voltato verso Cordelia e l’aveva baciata dolcemente.

Lei aveva sorriso, si era appoggiata alla sua spalla ed erano rimasti così.

A guardare il quadro.

 “La nostra storia, Emile, è stata una parentesi felice in un mare di cose negative. Pensavo che l’amore bastasse a combatterle, invece mi sono resa conto che si è limitato a oscurarle. Non posso più continuare a crearmi maschere, a scappare da sofferenze che saranno sempre un passo avanti a me, appostate nell’ombra ad aspettarmi. Ho bisogno di volare via da questa prigione che è la mia vita; le voci nella mia testa non mi permetteranno mai di essere libera, ma io non posso più vivere in catene. Ho bisogno di liberarmi da questi

macigni per poter aprire le ali nel vento.”

Quella sera Cordelia era rimasta sola a chiudere la libreria. Mentre abbassava la saracinesca, aveva sentito una voce di uomo chiamarla. Si era voltata, inquieta, e aveva guardato la figura che si avvicinava, finché non era stata abbastanza vicina da permetterle di riconoscerla.

“Ti sono mancato?” Aveva chiesto lo zio, buttando a terra la sigaretta.

Per un attimo, pietrificata, Cordelia aveva sentito il suo corpo addormentato, morto, inutile. Non riusciva a muoversi, né a parlare, né a pensare. Il peso schiacciante dei ricordi era tornato a colpirla dopo tanti anni, oppio nero dentro di lei, una bile ingombrante e vermiforme.

Lo guardava con gli occhi sbarrati.

Il suo carnefice, di nuovo davanti a lei.

Come se non fosse passato neanche un giorno.

“Ti sono mancato, Cordelia?” Aveva ripetuto lui, avvicinandosi ancora. “Tu mi sei mancata molto, sai. Non vedevo l’ora di rivederti.” E aveva sorriso.

Lei lo aveva guardato, un incubo tornato dalle nebbie di un passato che aveva cercato di dimenticare, aveva guardato quella bocca come dipinta, che esalava parole taglienti come rasoi.

“Ora che ti ho ritrovato sono felice. Ma tu vuoi essere felice con me?” Aveva chiesto, allungando una mano verso di lei. “Non ho mai smesso di amarti, Cordelia, da quando avevi dodici anni. Eri già così matura, così cresciuta.”

Non sapeva, non capiva che era stato lui, il mostro, che l’aveva presa un Natale e l’aveva strappata all’infanzia. Non era matura, non era cresciuta, prima che lui la rendesse tale con la forza delle sue mani.

Cordelia aveva fatto un passo indietro.

“Ti allontani di nuovo?” Aveva chiesto lui. L’aveva afferrata per un braccio. “Non starai mica scappando da me?”

Il solo tocco delle sue dita le bruciava la pelle come fuoco.

Aveva cercato di tirarla a sé, lei si era divincolata e lui l’aveva spinta per terra.

“Non riuscirai mai ad allontanarti dal mio amore, ovunque sarai io ti troverò, non lo capisci?”

Allora la rabbia si era impadronita di lei, opprimente, e le aveva dato la forza di rialzarsi e correre. Nella sua corsa disperata poteva sentire il dolore in ogni punto dove lui aveva posato le mani, ancora una volta; non riusciva a crederci. Improvvisamente aveva sentito di nuovo, sul corpo che credeva purificato, i suoi tocchi neri, i lividi che era abituata a nascondere. E continuava, la rabbia inarrestabile, ad annebbiarle la vista.

Rabbia: rabbia verso se stessa, per non essere mai stata abbastanza forte, rabbia verso suo padre, che non l’aveva salvata, rabbia verso il mostro, per aver distrutto la sua vita, di nuovo.

Rabbia.

 “Vola via con me, Emile.”

E in quel momento lui prese la sua decisione. Senza di lei nessuno più gli rimaneva, e pur essendo consapevole di poter vivere solo, era anche consapevole di essere stanco di lasciare andare le persone che amava.

E Cordelia lo prese per mano e saltarono oltre il parapetto sulla cima di Nôtre Dame, e insieme volarono, lei finalmente libera, insieme finalmente felici.

Davvero.


 

“LE COSE NON DETTE”

di Marina Vannucci

IV Liceo Scientifico - Istituto “San Leone Magno”

 

PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2016-2017 - La premiazione di Marina Vannucci

 

Per Martina, Laura, Giorgia, Ludovica, Margherita, Maria Stella, Rosa, Ludovica, Chiara e Marta; le prime bambine che in un chiassoso viaggio da Palinuro a Roma hanno ascoltato con passione il mio racconto più segreto.

 

Questo è un racconto di rimpianto, di Amore perduto nel silenzio e nel rumore, di promesse segrete e spezzate.

 

Un’assurda quantità di libri, sparsi per tutta casa, emanava il profumo che ha la carta quando è stata consumata dagli occhi voraci di un lettore. Erano dispersi disordinatamente tra una stanza e l’altra, alcuni ancora aperti a metà, con un segnalibro o una piccola orecchia su una pagina. Giacevano immobili, pronti per essere letti e liberare nuovi antichi segreti. Derek Miller era accasciato contro la parete del salone disordinato, il cielo alle sue spalle regalava fruscii di foglie mosse dal vento, davanti a sé non riusciva a vedere altro se non solitudine, mentre a poco a poco si rendeva conto che quei libri sarebbero rimasti come inconclusi per sempre. Sarebbero rimasti fedelmente bloccati a metà di una riga in attesa che lei li prendesse in mano con calma per continuare a leggerli, ma non sarebbe mai successo. Lei li aveva abbandonati e quei libri sarebbero rimasti soli, in bilico.

Con la disperazione di chi non è in grado di sopportare il silenzio si abbatté sulle pile di libri tirandoli contro i cuscini dei divani, scaraventandoli contro i muri. Piangendo con rabbia rumorosa si accasciò a terra sempre più consapevole del vuoto dentro di sé, una mano abbandonata fra i capelli che iniziavano ad ingrigirsi, le guance tracciate da brevi sentieri di lacrime, la bocca semiaperta ancora piena di cose da dire.

Nel piangere Derek non sentì i passi di sua figlia che scendeva le scale, la bambina aveva i capelli sciolti che cadevano oltre le sue spalle, gli occhi tristi di chi sa già la risposta a una domanda che deve fare comunque.

“Papà?” aveva una voce troppo piccola perché il padre le prestasse attenzione.

“Papà?” si trovò costretta a ripetere. Le sue mani erano strette a pugno, cercava di nascondere quanto stessero tremando. Derek osservò stanco la sagoma di sua figlia, sfocata dal pianto dei suoi occhi. Era troppo piccola per riempire quel vuoto, si rese conto con profonda vergogna: quella bambina cocciuta e intelligente non gli sarebbe mai bastata, non sarebbe mai più stato completamente padre, né uomo.

“Vai di sopra Sara.” La cacciò via con crudeltà.

“Voglio che questa roba sparisca.” Affermò con secca decisione Derek, lasciando cadere uno scatolone di libri sulla scrivania del libraio provocando una piccola nuvola di polvere. Dentro allo scatolone di cartone c’erano una grande quantità di libri che apparivano vecchi e consumati.

“Sono i vecchi libri di Lydia, non li voglio, ho pensato che ti potessero essere utili.”

“Ne sei sicuro?” disse il libraio Marcus Long adocchiando i libri con trepidazione. Lasciò scorrere le dita sulle copertine scucite, quasi riusciva a sentirla attraverso la stoffa: Lydia. Era stata l’unica che avesse mai guardato, l’unica che avesse mai voluto guardare.

“Sì.” L’uomo si infilò la mano nella tasca della giacca e ne tirò fuori un quaderno blu scuro chiuso da un laccio di cuoio. “Anche questo… prenditelo.”

Il quaderno cadde sulla scrivania accanto allo scatolone con un tonfo che sembrò due volte più forte, Derek non gli rivolse nemmeno uno sguardo, non ne aveva il coraggio. Marcus al contrario lo studiava con occhio meschino ed egoista, pregustandone già la lettura. Da una parte sperava di ritrovare fra quelle pagine il ricordo della sua Lydia; dall’altra sapeva che vedere quel quaderno blu in mano a lui avrebbe portato a Derek grande sofferenza. Era infatti quanto di più reale fosse rimasto ai due uomini della donna che entrambi avevano amato, lasciare quella misera reliquia nelle mani di qualcun altro avrebbe ferito Derek irreparabilmente. Ma non poteva tenerlo perché ogni volta che posava lo sguardo su quel quaderno gli sembrava di essere stato pugnalato. L’odio ormai radicato e profondo di Marcus nei confronti di Derek lo rendeva sadicamente felice della sua disperazione.

Senza aggiungere altro il padre di Sara fece per uscire, solo una volta raggiunta la porta parlò ancora, dando le spalle al libraio forse per disinteresse forse per vergogna “Sara non deve mai saperne nulla, mia figlia non deve avere niente a che fare con questa robaccia.”

“Non è mai stata robaccia per Lydia.” Ribatté in fretta Marcus sentendosi chiamato in causa.

“Lydia è morta, scelgo io cosa è meglio per mia figlia. Che non venga mai a sapere nulla della Palude delle Cose Non Dette, Marcus.” Detto questo uscì dalla biblioteca convinto che non ci sarebbe tornato mai più.

Marcus Long depositò lo scatolone nell’archivio e tornò alla sua scrivania vicino all’ingresso stringendo fra le mani il quaderno di Lydia con sguardo ingordo.

Marcus Long era cresciuto fra gente umile, semplice, secondo lui inferiore. Guardava con disprezzo il padre che era un misero meccanico, e con ancor maggiore ribrezzo i due fratelli i quali non aspiravano ad altro se non a seguire il mestiere paterno. Si era sempre fatto un vanto di riuscire a vedere la realtà del mondo oltre l’aspetto banale e superficiale, chiaro a tutti; purtroppo per lui il suo atteggiamento di superiorità lo aveva semplicemente portato alla solitudine. Non lo avrebbe mai ammesso a nessuno, e sicuramente non a se stesso, ma Marcus Long era un uomo solo e triste, con un’anima incartapecorita dalla superbia e dalla desolazione che lui stesso si era creato attorno.

Lydia Carson era tutta un’altra storia, completamente diversa dal resto delle persone patetiche che abitavano il pianeta: lei era perfetta. Aveva fuochi al posto delle pupille, il suo intero corpo era una fiamma che contorcendosi e danzando attirava le persone a sé. Anni prima, quando si erano incontrati all’università, nel sentirla parlare della Palude delle Cose Non Dette, nel guardarla cercare per ore e ore un modo di raggiungere quel luogo fiabesco e assurdo, Marcus si era reso conto di volerla per sé.

Erano passati più di dieci anni dalla morte di Lydia quando Zac e Ian Tyler uscirono di casa insieme, verso le tre del pomeriggio. L’appartamento che dividevano era a pochi minuti dalla biblioteca del paese, non sarebbero arrivati in ritardo al loro appuntamento, ma in ogni caso Zac chiuse la porta scocciato lanciando un’occhiataccia al fratello che era come al solito lento nell’uscire di casa. Ian rispose scuotendo le spalle e rivolgendogli un mezzo sorriso rilassato, quasi divertito da tutta la fretta del fratello.

“Hanna non arriverà comunque prima di dieci minuti.” Ricordò Ian a Zac, cercando di costringerlo a rallentare il passo.

“Lee sarà già lì da un pezzo.”

“Lee è sempre in anticipo.”

Non aggiunsero altro camminando a ritmo svelto verso la biblioteca, Ian teneva sottobraccio alcuni libri di matematica e fisica da cui spuntavano vari foglietti di appunti disordinati e accartocciati. Zac guardò il fratello con disapprovazione prima di decidere di ignorare il suo disordine e accendersi una sigaretta.

Nonostante fumasse velocemente, un po’ per noia, un po’ per il nervosismo di essere in ritardo, arrivarono prima che lui avesse finito; davanti all’entrata c’era un’altra ragazza a metà di una sigaretta. Aveva capelli biondi lunghi solo fino alle spalle, alcune ciocche sul basso erano tinte di un rosa ormai sbiadito, la linea delle labbra truccate di rosso era interrotta da un anellino d’argento infilato nella carne, le mani leggermente intorpidite e sporche di inchiostro reggevano la sigaretta con la sicurezza strascicata di chi ne ha fumate molte.

Salutò i ragazzi con un cenno e Zac si fermò con lei a fumare mentre Ian raggiungeva Lee dentro la biblioteca. Lo trovò già assorto nel libro di preparazione al SAT, tracciava con la matita alcuni esercizi premendo sul foglio tanto forte da arrivare quasi a bucarlo, un sorriso sollevato gli si dipinse sul viso quando Ian gli diede una pacca sulla spalla e si sedette accanto a lui. Erano circa due mesi che Ian aiutava Lee e Hanna a preparare la parte di matematica del SAT: non erano riusciti a passarlo al primo tentativo ed entrambi avrebbero avuto modo di recuperarlo entro due mesi.

“Amico, questa roba non ha senso.” Si lamentò Lee facendo scivolare il suo libro di matematica davanti a lui, Ian ridacchiò preparandosi a spiegare, ma il suo sguardo scivolò per un istante su qualcuno seduto dall’altra parte della biblioteca: una ragazza coi capelli lunghi legati in modo disastroso e le dita che accarezzavano piano le pagine di un libro vecchiotto, lei alzò lo sguardo e solo per un attimo incontrò il suo. E lì cambiò tutto.

Accadono a volte, quasi per sbaglio, cose inutili e piccole, dettagli che nessuno ricorda che cambiano il corso degli eventi per sempre, in modo decisivo e radicale. È una cosa bizzarra la vita, la immaginiamo come una linea del tempo, dritta e semplice, che inizia e finisce da qualche parte, quando in realtà è tutto un bivio, come per gli alberi.

Senza quello sguardo Ian e Sara non si sarebbero mai parlati, lei non gli avrebbe mai detto di sua madre, Marcus non avrebbe deciso di vendicarsi, la Palude delle Cose Non Dette sarebbe rimasta un lontano bisbiglio su cui una volta aveva indagato una certa Lydia Carson.

Senza quello sguardo la vita di Sara, Zac, Hanna e Lee forse sarebbe stata diversa, sicuramente lo sarebbe stata quella di Ian.

“Papà sto andando!” urlò Sara già sulla porta verso lo studio dove Derek stava rintanato tutto il giorno a fare qualunque cosa gli impedisse di pensare. Ricevette un mugolio in risposta. Prima che suo padre potesse chiederle dove stesse andando, lei era già uscita.

Si diresse con calma verso la biblioteca, sapendo bene che suo padre avrebbe odiato sapere che passava del tempo lì. Ormai però ci era andata così spesso che la paura iniziale di essere scoperta era pressoché sparita, sostituita da un profondo sconforto: in un mese suo padre si era a malapena accorto della sua assenza. Spazzò via quei pensieri come ignorando un brivido lungo la schiena e pensando alla biblioteca; aveva scoperto molte cose dai vecchi libri di sua madre, ormai era sicura dell’esistenza della Palude. Alcuni sostenevano che fosse una vera e propria Palude costellata dai cadaveri di chi non aveva meritato il paradiso, altri erano convinti che vi si depositassero i segreti. Nessuna di quelle teorie era abbastanza convincente per lei. Se solo fosse riuscita a trovare gli appunti di sua madre, ricordava distintamente di averli visti in casa da bambina. Se li avesse trovati, avrebbe avuto le sue risposte.

Mentre si avvicinava alla biblioteca un pensiero dolce, tutt’altro che rumoroso, si fece strada dietro ai suoi occhi sotto forma di calma consapevolezza: Ian sarebbe stato lì. Sorrise lievemente pensando al suo fare disordinato e gentile, ai suoi occhi e al modo in cui la guardavano: come se lei togliesse dalla sua testa tutta l’esitazione che c’era di solito.

Si sedette di fronte a Ian e Hanna che cercavano di risolvere un qualche problema di fisica, accanto a Lee. Il ragazzo asiatico le fece l’occhiolino velocemente e sorrise per poi tornare al suo libro, Zac seduto accanto a loro non si curava più di tanto di quello che stavano facendo, ma la salutò tranquillo. Erano appunto un paio di settimane che Sara aveva fatto amicizia col gruppetto, quando non avevano troppo da studiare la aiutavano a cercare informazioni sui libri di sua madre, le davano della pazza quando le sue teorie diventavano troppo assurde e la trascinavano fuori dalla biblioteca. La ragazza sapeva quanto gli altri faticassero a credere alle teorie di sua madre, ma ci sarebbero arrivati prima o poi. Tirò fuori l’ultimo libro che stava analizzando: un tomo con una copertina verde che parlava di antiche leggende su cose non dette. Voltò pagina e quasi si mise a piangere quando trovò un paragrafo sottolineato in rosso.

Esistono oltre agli uomini varie entità di figura simile, tra queste vi sono senza dubbio gli Spiriti Scritti, che prendono vita ogni qual volta un uomo scrive un racconto o un’esperienza; i personaggi di quello scritto prendono vita e si disperdono nel mondo. Nel caso in cui nessuna persona legga mai quello scritto allora gli Spiriti saranno imprigionati, lontani da tutto e da tutti, fino a quando la loro storia non verrà letta. Si può quindi dire che gli Spiriti Scritti siano dipendenti dalla natura umana.

Spiriti Scritti… il nome risuonò nella sua mente mentre continuava a leggere. In qualche modo sentiva che non era mai stata così vicina alle teorie della madre, c’erano ancora dei frammenti mancanti, ma pagina dopo pagina si avvicinava a lei.

Dalla sua scrivania all’ingresso della biblioteca, Marcus Long studiava il gruppo di ragazzi: era spettacolare quanto Sara assomigliasse a sua madre, tanto che guardarla gli faceva quasi male. Il bibliotecario reggeva fra le mani il quaderno di Lydia e pensava. Per nessuna ragione avrebbe mai ceduto quella proprietà, che in qualche modo gli garantiva di possedere Lydia stessa, per nessuna ragione se non per una. La vendetta è un piatto che va servito freddo. Erano passati ormai quasi vent’anni dal matrimonio di Derek Miller e Lydia Carson, quell’essere orribile che era diventato suo marito la aveva portata via da lui, aveva lasciato che lei morisse e ora finalmente Marcus aveva la possibilità di togliergli quello che lui gli aveva tolto una volta.

Studiava la figlia di Derek e Lydia con disprezzo, odiandola ogni momento di più: lei era la prova concreta del furto che Marcus aveva subito da Derek, la prova concreta del cuore spezzato del bibliotecario, ammesso che ne avesse uno.

Se c’era un modo di punire Derek Miller era attraverso Sara: quella bambina ingenua così presa dalle vecchie ricerche di sua madre avrebbe sicuramente abboccato, avrebbe scoperto tutto della Palude e a quel punto avrebbe abbandonato suo padre, che sarebbe rimasto solo, come era giusto che fosse.

Con l’assurdo atteggiamento pacato di chi ha riflettuto a lungo sulle sue scelte, anche le più orribili, Marcus si avvicinò ai ragazzi seduti attorno allo stesso tavolo e raggiunse Sara per poi appoggiarle davanti, con un lento movimento della mano, lo stesso quaderno blu che aveva ricevuto anni prima dal padre della ragazza.

“Questo è di tua madre, Sara.” Se ne andò senza aggiungere altro, ignorando gli sguardi sospettosi e spaesati dei ragazzi.

Quaderno di Lydia Carson:

La Palude delle Cose Non Dette è un luogo di silenzio, abitato da ogni cosa che è stata scritta dall’uomo, ma mai letta da nessuno, pensata, ma mai detta. Le cose che scriviamo e diciamo tendono a disperdersi per il nostro mondo, abitando accanto a noi, ma solo ed esclusivamente se noi gliene riconosciamo il diritto. Le nostre teorie, i nostri pensieri non possono essere liberi di girare il mondo finché noi stessi non li liberiamo esprimendoli ad alta voce, confessandoli a qualcuno. Altrimenti non potranno che rimanere intrappolati nella Palude delle Cose Non Dette.

La Palude delle Cose Non Dette è un luogo di silenzio, abitato da ogni teoria che è stata scritta dall’uomo, ma mai letta da nessuno, da ogni idea che è stata pensata, ma mai detta ad alta voce.

Sara aveva gli occhi rossi di stanchezza quando chiuse il quaderno blu quella sera, nascosta in camera sua. Al buio della notte, senza sapere esattamente perché, tracciò con le dita le parole scritte ordinatamente dalla madre e scoppiò in un pianto fragoroso. Suo padre non la sentì piangere. Premuta contro il muro della stanza piangeva per la madre che non aveva avuto, che ora era tanto vicina da poterla quasi sentire parlare, ma che ancora non riusciva a vedere. Nonostante tutto di lei ricordava solamente una sagoma grigia, un’ombra.

Quando riprese a respirare normalmente si allungò verso la presa accanto alla porta e afferrò il suo cellulare, compose il numero dell’unica persona che le avrebbe risposto. Aveva bisogno di fuggire da quella casa, fuggire da quell’uomo indifferente che sarebbe dovuto essere suo padre e che tanto non si sarebbe neanche accorto della sua assenza. Con questo pensiero freddo come il ghiaccio in mente, andò decisa verso la porta.

Ian era ancora sveglio quando il telefono squillò rumorosamente interrompendo la notte tranquilla. La notte è fatta per i bisbigli, per dire in silenzio tutte le cose che non osiamo dire di giorno.

“Ti prego vienimi a prendere.” La voce di Sara era roca e triste al di là del cellulare, il ragazzo si alzò per entrare in macchina ancora prima che lei avesse attaccato.

“Si sta meglio di notte.” Seduti all’aperto sul retro del furgone con le schiene appoggiate al metallo freddo della macchina, Ian e Sara guardavano un mondo che sembrava troppo grande.

“Nessuno che fa casino, che corre, va tutto un po’ più lento, forse è per questo che di notte si riesce a pensare meglio.”

“Non si deve rispondere a nessuno di notte, possiamo essere chi ci pare.”

“Chi ci va di essere stanotte?”

“Due ladri.” Rispose lei senza pensarci “Due ladri di tempo. Troviamo chi ne ha troppo e glielo prendiamo e poi trasformiamo ogni minuto che abbiamo preso in notte.”

“E poi quando ci sarà solo notte?”

“Almeno la gente potrà pensare… le cose più belle succedono di notte, comunque.”

“Forse, ma le puoi vedere bene solo di giorno.”

Sara sorrise alla sua risposta e non aggiunse altro, osservava lo stesso cielo sotto cui i suoi genitori erano nati e si erano conosciuti, sotto cui era nata lei ed era nato Ian, sotto cui era morta sua madre. Il cielo ne ha viste di cose bizzarre create dall’uomo, eppure è ancora lì, non si è stufato di noi.

“Che è successo Sara?”

“Ho letto il quaderno. Dice che la Palude è un posto di silenzio, dove vanno le cose che qualcuno ha scritto o pensato ma non ha mai avuto il coraggio di dire.”

Ian tacque, aspettando che lei continuasse.

“Volevo trovare mia madre sai? Ho pensato che avendo studiato questa roba tutta la vita è lì che sarebbe andata da morta… volevo trovare il posto dov’era finita mia madre e tutto quello che ho trovato è stata una prigione.”

“Sara…”

“No, no… io… io ho cercato la cosa sbagliata Ian. Per tutto questo tempo ho fatto come lei, ho cercato la cosa sbagliata. Ho mentito a mio padre e non farò altro che distruggerlo come ha fatto lei.”

“Non distruggerai tua padre.”

“Lui è già distrutto.”

Nel silenzio Ian era certo di sentirla piangere dietro le sue parole, la lasciò parlare.

“È distrutto dal giorno in cui è morta mia madre, non si è mai ripreso. Quando mi guarda vede solo lei e si sente in colpa. Non so perché, ma è così. Non mi ricordo niente della sua malattia, mi ricordo solo di essere entrata nello studio un giorno e di averla trovata lì, tra le braccia di mio padre.” Tacque ancora un secondo per poi aggiungere senza quasi farsi sentire:

“Sono scappata quel giorno, l’ho lasciato lì da solo.”

Ian le passò un braccio attorno alle spalle attirandola verso di sé, Sara appoggiò l’orecchio contro il suo petto, le spalle e i muscoli della ragazza si rilassarono con lenta tranquillità, quasi come fosse abituata a quel contatto.

“Non è colpa tua.” Disse Ian con decisione, senza però alzare la voce “Il fatto che tuo padre stia male non è colpa tua Sara, non hai niente a che fare con il suo dolore.”

Lei annuì, e gli accarezzò il braccio con la stessa leggerezza con cui lui la stringeva. Non c’è bisogno di forza per farsi sentire da chi sta già ascoltando.

“Voglio andarci.” Aggiunse un attimo dopo Sara “So che potrei non trovare nulla, ma ho bisogno di sapere se è vero.”

Ian annuì: “Io vengo con te.”

“Lo so.”

Le loro mani si intrecciarono senza che se ne accorgessero, come i loro occhi si erano incontrati mesi prima: così per caso.

Il silenzio è qualcosa di strano per gli uomini, spesso fa più paura di quanto non faccia piacere, per questo lo riempiamo di parole inutili, musica e confessioni, finte. È difficile ascoltare il nulla perché ci costringe ad ascoltare noi stessi e, per una ragione o per un’altra, nessuno vuole conoscersi troppo bene. Forse abbiamo tutti paura di scoprire qualcosa che non ci piacerebbe.

Nello stesso silenzio che temiamo nascondiamo i nostri segreti più profondi, gli affidiamo le parti peggiori di noi, sperando con infantile ingenuità che non le confessi mai a nessuno. Le cose che non diciamo si depositano nel silenzio e con calma ineluttabile costruiscono pareti tanto spesse da tagliarci fuori dal mondo di rumore che abitiamo.

Ricordate le volte in cui avete taciuto per evitare di far soffrire qualcuno, per mantenere un segreto?

Quei silenzi potrebbero non esservi mai restituiti, potreste non avere più modo di confessare quei segreti… a quel punto, quando ormai è troppo tardi, ve ne pentireste?

Quaderno di Lydia Carson:

La Palude è un luogo di silenzio. Raggiungerlo dal nostro universo è particolarmente complicato. Non è sufficiente non parlare. Fin quando siamo in vita il nostro corpo emette i suoni più diversi: battito cardiaco, crescita dei capelli, scorrere del sangue.

“Mi stai dicendo che bisogna morire!” Hanna sobbalzò sulla sedia guardando Sara con espressione stralunata. Erano radunati nel salotto dell’appartamento dei fratelli, Hanna accanto a Zac non riusciva a stare ferma dal nervosismo, Lee aveva occupato uno dei divani e maneggiava una biglia di vetro blu con un buco al centro che di solito portava al collo, Sara leggeva dal quaderno di sua madre incrociando lo sguardo di Ian con un sorriso.

Hanna si alzò in piedi, lanciando un’occhiataccia in risposta a quella che le diede Zac, come se i pensieri stessi che aveva in testa si stessero muovendo troppo per restare seduta. Hanna non aveva mai creduto ai racconti da bambini, alle fiabe della buona notte, alle leggende: troppo volte si erano dimostrate false. Ai bambini viene detto che l’amore è per sempre, ma quelli che lo vedono sparire poco alla volta dalle loro case imparano a non credere ai racconti dei grandi. Messa di fronte a qualcosa di assurdo, che non faceva altro che divenire sempre più concreto, la mente della ragazza stava andando nel panico.

“Tranquilla, fammi finire.” Sara cercò di tranquillizzarla ma lei si rifiutò di incontrare i suoi occhi. Come poteva guardare in faccia qualcuno con così tanta fiducia quando lei ne aveva così poca?

Contrariamente alle teorie delle leggende azteche sull’argomento, non è necessario morire, occorre cessare per pochi istanti ogni rumore del proprio corpo.

“Tua madre si spiega bene, no?” l’ironia era palpabile nella voce di Lee, guardò Sara con divertimento e la lasciò continuare.

Per fare ciò è sufficiente riflettere sul concetto di silenzio. Nel cercare di ottenere silenzio la natura umana tende istintivamente a fare rumore, un rumore abbastanza forte da sovrastare quelli già presenti: riuscendo a far passare attraverso un corpo abbastanza rumore da costringere tutti gli altri al silenzio, per pochi istanti tale corpo sarà in grado di raggiungere la Palude.

Sara non aggiunse altro, ricevendo occhiate di rimprovero dagli altri scosse la testa:

“Non dice molto altro…”

“Perché stiamo parlando di come andare in questa specie di posto?” indagò Zac, che però conosceva suo fratello abbastanza da sapere la risposta.

“È stata una mia idea.” Si affrettò ad aggiungere Sara. “Lui si è solo offerto di…”

“… di andare con lei?!” Zac si alzò con l’impeto deciso di chi sa di voler combattere “Ian ma che cos’hai in testa!” la tensione iniziò ad accumularsi velocemente nella stanza: Lee si tirò su a sedere, tamburellando nervosamente le dita sul ginocchio, Hanna si tirò indietro lasciando spazio così che Zac potesse avvicinarsi a Ian.

“Non può andare da sola.” Ribatté il fratello.

“Non cercare di convincermi che lo fai per lei.” Zac stringeva tanto i denti da rendere le sue parole quasi indistinguibili.

“Lo faccio per lei!” Ian si alzò come sfidando il fratello, era più alto di lui, ma nella sua rabbia, con le spalle alte e il petto gonfio, Zac sembrava due volte più grosso.

“No, lo fai perché non riesci a trattenerti Ian! Che cosa c’è che ti disgusta così tanto dell’essere normale cazzo, perché devi andare a ficcarti in queste situazioni appena puoi!” sbottò irato, gettando le braccia verso il fratello senza sfiorarlo.

“Non puoi fermarmi.”

“Lo so!” le braccia di Zac che si erano mosse nervosamente attorno a lui mentre parlava, crollarono lungo i suoi fianchi morte per un paio di secondi, poi l’uomo si passò una mano fra i capelli come cercando di tirarne fuori i problemi.

Gli occhi di Hanna erano fissi su Zac quando Lee ruppe il silenzio:

“Come si torna indietro?” chiese. Tre volti confusi si voltarono verso Sara e Ian, sapendo che loro avrebbero avuto la risposta.

“Col rumore.” Rispose la voce esile della ragazza, spintonata ormai qua e là da quelle decise degli altri.

“Potresti essere un minimo più specifica?” chiese Hanna quasi con crudeltà.

“Smetti di trattarla così.” Ringhiò Ian fra i denti.

“È abbastanza banale in effetti… basta urlare. Ma bisogna essere in due almeno per creare un urlo abbastanza potente. Lì tutti i suoni sono ridotti, parlare è difficilissimo e da soli non si riesce a tornare indietro.”

“Devo andare con lei.” Rettificò Ian cercando lo sguardo del fratello.

Non ci volle molto prima che Ian e Sara si mettessero a lavoro per progettare una macchina che avrebbe prodotto un rumore abbastanza forte da mettere a tacere i rumori dei loro corpi per qualche secondo. Ma non era sufficiente progettarla, e Ian sapeva che avrebbe avuto bisogno di suo fratello per costruire una macchina del genere.

I due fratelli si misero a lavoro insieme poco dopo, uno eccitato dal viaggio e dall’avventura, l’altro sconfortato e ferito. Era il tardo pomeriggio di una giornata troppo calda, nel box del garage sotto il loro condominio allestirono un tavolo da lavoro e iniziarono a disporre i progetti. La macchina in sé non era particolarmente complicata, soprattutto per due ingegneri, ma il fatto che si rivolgessero a mala pena la parola non accelerava di certo il lavoro.

Col passare delle ore la tensione iniziò a sciogliersi insieme al caldo, disperdendosi nella notte, nessuno dei due rifletteva sul perché erano lì, ma più sul fatto che fossero lì e basta, a costruire qualcosa insieme come due bambini che progettano la loro casa coi lego.

Sono qualcosa di particolare i fratelli, evento unico e irripetibile che non ci è permesso disprezzare.

Per la prima volta da mesi Sara trovò suo padre ad aspettarla quando tornò a casa. Era seduto sul divano, le braccia conserte in attesa.

“Non mi piace che tu stia con quella gente Sara.”

“Che gente?”

“Li hai incontrati alla libreria, sai che non voglio che tu ci vada.”

“Sono solo libri, papà, e quella gente mi piace.”

“Non voglio che tu ci vada.”

“Non puoi impedirmelo!”

“Sono tuo padre.”

“Ah sì? E dove sei stato negli ultimi dieci anni?”

C’era qualcosa di bello nel parlare con Zac, qualcosa di semplice e rassicurante. Non le chiedeva il perché dei suoi dubbi, non li sminuiva, le faceva tutte le domande sbagliate, quelle più difficili a cui rispondere, che alla fine sono le più giuste.

“Credi che esista davvero questa Palude?” gli chiese una sera fra una boccata di fumo e un’altra. Si portava la sigaretta alle labbra come un palliativo, senza sapere con precisione cosa volesse cancellare.

“Sara ci crede.”

“Non ti ho chiesto questo, scemo.” Zac ridacchiò, sapeva che non gliela avrebbe fatta passare.

“No.”

“Neanche minimamente?”

“Se credo minimamente all’esistenza di un mondo parallelo pieno di spiritelli dei miei segreti più oscuri? Onestamente no.”

Hanna sorrise con leggerezza.

“Davvero credi che quei due verranno investiti da un po’ di rumore e… cosa esattamente? Spariranno sotto i nostri occhi?”

“Allora perché ti sei arrabbiato tanto con Ian, se non ti importa.”

“Perché Ian si comporta come se la vita non valesse nulla, lo ha sempre fatto: si butta col parapendio, scala ghiacciai, nuota con le balene… tutte le stronzate pericolose che ti vengono in mente, lui le ha fatte.”

Hanna notò la sua espressione arrabbiata che in realtà copriva una ferita più profonda di quanto Zac non volesse mostrare, di quanto Ian non riuscisse ad immaginare. Nel guardarlo Hanna interpretava i movimenti del suo volto con facilità spontanea e lui lo sapeva, era consapevole di non poterle mentire, perché lei lo leggeva troppo bene. Stranamente con lei questo non lo spaventava, non sentiva nelle sue ossa il bisogno di fuggire agli sguardi della ragazza; si lasciava guardare, arreso all’evidenza di non potersi nascondere da quegli occhi chiari.

“Se esistesse ci andresti?” gli chiese Hanna.

“Non esiste.”

“Ma se esistesse?”

“No.”

“Perché?”

“Ho paura di quello che potrei scoprire. Se le cose non si dicono c’è una ragione, forse è un bene che siano rinchiuse lontano da noi.”

Derek Miller entrò nella biblioteca sbattendo la porta, infuriato si diresse verso la scrivania di Marcus; il libraio ingoiò l’ombra di paura che gli attraversò gli occhi e assunse un’espressione stoica di fronte al suo nemico.

“Ti avevo detto di tenere mia figlia fuori da tutto questo!” Derek sbatté il quaderno di Lydia, che aveva trovato in camera di sua figlia, sulla scrivania di Marcus, che come una serpe lo attirò verso di sé. Una sorta di ghigno si dipinse sul volto del bibliotecario.

“Come pensavi di tenere la figlia di Lydia lontana dalla Palude? La ricerca, il desiderio di avventura scorrono nel suo sangue.”

“Non venirmi a raccontare queste stupidaggini, il quaderno lo avevi tu Marcus.” Indicò il quaderno blu con rabbia. Marcus fece per rispondere, ma Derek lo interruppe con disperazione, scuotendo la testa.

“Ti prego, voglio solo sapere dov’è.” Nella voce dell’uomo c’era l’arrendevolezza di chi ha già perso tutto, di chi sa di non avere più speranze. Il suo viso era chinato verso terra e i suoi occhi semichiusi, troppo stanchi per continuare a osservare un mondo così faticoso.

Nessuna delle sue emozioni così ovvie colpirono Marcus. Come un cacciatore che colpisce una preda ormai sconfitta, lo guardò con crudeltà per poi sibilare:

“Probabilmente sta già partendo.”

Fu solo a questo punto che Derek Miller mostrò la sua vera natura, per la prima volta da tanto tempo fece quello che aveva sempre voluto fare: con rabbia impetuosa afferrò il bavero del cappotto di Marcus e lo trascinò all’indietro, sbattendolo con forza contro la parete. Lo guardò con fredda convinzione, aveva aspettato a lungo per questo, poi premendogli l’avambraccio contro la gola disse:

“Dimmi dov’è mia figlia.”

Questa volta l’omuncolo non riuscì a mascherare la sua paura con vili giochi di potere e di parole, osservò l’uomo che gli aveva tolto tutto solo per poi perderlo a sua volta e si rese conto di essersi sbagliato: Derek non aveva perso Lydia come l’aveva perduta lui. Lydia non aveva mai scelto Marcus, aveva scelto Derek, dal primo momento, dal primo incontro lei aveva scelto lui. Non aveva lasciato suo marito e sua figlia per seguire un’altra strada, non li aveva abbandonati come aveva abbandonato Marcus, era stata costretta dalla morte, altrimenti non se ne sarebbe andata mai.

Il cacciatore timoroso della sua stessa preda rantolò un indirizzo, e Derek lo lasciò accasciato a terra come il vecchio crudele che era, per andare a cercare sua figlia.

Con la mano destra già stretta attorno alla maniglia Derek si rivolse un’ultima volta all’uomo meschino:

“Sei un illuso Marcus, esattamente come Lydia.”

“Vedrai.” Bofonchiò inconsapevole Marcus. “Quando Sara tornerà…”

Ma Derek lo interruppe scuotendo la testa “Sara non andrà da nessuna parte.” Finalmente si voltò per guardarlo in faccia prima di dargli la notizia che avrebbe sconvolto la realtà che aveva immaginato. “La Palude non esiste Marcus.”

Marcus stava per ribattere, ma Derek lo interruppe ancora: “Non c’è nessun mondo parallelo, nessun segreto da scoprire, niente di niente. Quello su cui tu e mia moglie avete lavorato da sempre non è altro che invenzione di qualche pazzo cui voi avete creduto.”

Marcus taceva, forse colpito dalla profonda serietà della voce di Derek, si rese conto con un tuffo al cuore che l’uomo non stava mentendo.

“Tutta quella inutile ricerca ha ucciso mia moglie.”

“Lydia…”

“Non c’è mai stato nessun cancro Marcus, è morta cercando di raggiungere il mondo che tu l’hai aiutata a costruire.”

“No.”

“È colpa tua.”

“Questa cosa non funzionerà.” Hanna cercava di dare una nota di sufficienza alla sua voce, ma le tremavano le mani. Zac la osservò e, indeciso sul da farsi, continuò ad avvitare l’ultima vite della macchina, più la vite entrava più suo fratello si allontanava da lui. Non appena la macchina fosse stata pronta, lui se ne sarebbe andato.

Ian e Sara erano in piedi l’uno accanto all’altra, l’esitazione li faceva traballare insicuri sulle gambe, ma Lee, che li osservava seduto per terra, sapeva che non avrebbe fatto nessuna differenza chiedergli di restare.

La macchina che i due fratelli avevano costruito era piuttosto piccola, più che altro sembrava un confusionario ammasso di rotelle e altoparlanti, sedeva comodamente sul tavolo del garage circondata dagli attrezzi vecchiotti che erano stati usati per costruirla.

Nonostante la sua lentezza nel lavorare, Zac sentì la vite entrare definitivamente nel buco.

“Pronto.” Disse con riluttanza.

Derek sfrecciava attraverso le strade del paese incurante del traffico o dei passanti, un unico pensiero occupava la sua mente: Sara.

Non poteva perderla, non come aveva perso Lydia, perché anche questa volta sarebbe stata colpa sua e Derek sapeva di non poter sopravvivere di nuovo.

Ignorò il semaforo rosso e continuò per la sua strada, fino a raggiungere il palazzo che Marcus gli aveva indicato e intravedere un gruppo di ragazzi al di là del cancello semiaperto del garage.

Lee si era alzato per allontanarsi dal punto dove ora si trovavano Ian e Sara, nel silenzio generale il ragazzo avrebbe giurato di poter sentire le parole che i due fratelli si dicevano con gli occhi, e anche il contorcersi silenzioso e spaventato delle dita di Hanna. Sara era in silenzio, respirava piano come se non avesse nessuno da salutare, ma i suoi occhi si volsero leggermente verso l’uscita e colsero il movimento rapido di qualcosa che li fece sobbalzare.

“Zac, adesso.” Disse nervosa, mentre anche gli altri si accorgevano dell’uomo che correva verso di loro. Senza aggiungere altro Zac si avvicinò alla macchina.

Derek correva a perdifiato, riusciva a vedere i capelli sciolti di sua figlia scivolarle sulle spalle. La raggiunse gridando il suo nome.

L’urlo straziato di Derek si mischiò ad un fischio allucinante, più forte di qualunque cosa avessero mai sentito, Hanna, Zac e Lee crollarono a terra coprendosi le orecchie inutilmente: il rumore continuava a rimbombare nelle loro teste come se le avesse infettate.

Ian strinse i denti per non gridare e allungò la mano cercando Sara, ma lei non era lì.

Quasi come un addio, urlò il nome della ragazza che avrebbe potuto amare se solo avesse avuto più tempo, ma la sua voce si disperse sotterrata dal fischio assordante di tutte le cose che non erano mai state dette, le confessioni che non erano mai state fatte.

Hanna socchiuse gli occhi in tempo per vedere Derek trascinare la figlia indietro, fuori dal raggio di azione della macchina, mentre Ian crollava rovinosamente a terra. L’ultima cosa che Hanna vide negli occhi di Ian fu la raccapricciante certezza della fine che colpisce chi sa di stare per morire.

Sara si sganciò dalla presa del padre, fuggendo come un’anguilla, ma era troppo tardi.

Fece due lunghi passi avvicinandosi a Ian, e gettandogli attorno le braccia per trattenerlo, per un secondo le sembrò di poter sentire il calore morbido della sua pelle, il pizzicare della sua barba ma un attimo dopo di Ian non rimase altro che un corpo freddo accasciato miseramente fra le braccia della ragazza che lo aveva ucciso con la sua ricerca.

La macchina aveva funzionato come doveva, aveva arrestato il cuore di Ian, ma non c’era nessun mondo dove andare, nessuna via di fuga: chi muore in questo mondo, muore e basta.

Sara rimase senza fiato, stringendolo troppo forte cercando di trattenere la vita dentro il suo corpo, ma era troppo tardi.

Troppo tardi.

Quelle parole rimbombavano nella testa di ognuno dei ragazzi, irrimediabilmente feriti, come bambini che hanno appena rotto un vaso, si resero conto di aver creato nelle loro vite un vuoto che non si sarebbe mai colmato.

Zac spinse via Sara, la cui anima si stava lentamente consumando, spezzata, il ragazzo non riusciva a toccare il corpo di suo fratello, poteva solo guardarlo disperato, fissare quelle palpebre irrimediabilmente aperte sperando ingenuamente che battessero di nuovo.

Hanna tremava, abbandonata contro il muro del garage disse miseramente il nome di Ian come se potesse riportarlo indietro. Lee avrebbe voluto sorreggerla, salvarla, ma riusciva a malapena a tenere in piedi se stesso; con tutto lo sforzo di cui era capace le afferrò la mano e la strinse.

Sara non avrebbe saputo dire chi l’avesse tirata fuori dal garage, ma ad un certo punto percepì il soffio leggero del vento sulla sua pelle, attorno a lei Hanna e Lee cercavano di abituarsi all’ossigeno, Zac non era lì.

“Sei stata tu!” l’urlo di Hanna raggiunse le sue orecchie come un sasso avvolto nell’ovatta, Sara rimase inutilmente seduta a terra ignorando l’altra che stava per abbattersi su di lei.

“Sei stata tu!” Lee tirò indietro Hanna scossa violentemente dai singhiozzi. Derek prese Sara in braccio e la portò via. Lei non sentiva niente, non sentiva niente se non le sue stesse lacrime sulle guance e lo stesso terribile fischio nella sua testa.

Mentre suo padre la portava via intravide Hanna tra le braccia di Lee davanti al garage, Zac non era ancora uscito, forse non sarebbe uscito mai.

Derek camminava su e giù per la stanza nervoso, sua moglie sorrideva lievemente mentre metteva le ultime cose necessarie per il suo viaggio dentro lo zainetto azzurro. Lydia lo guardò con apprensione e tenerezza, quasi commossa dall’inutile ansia del marito.

“Tesoro smettila.” Gli disse alzando lievemente gli occhi color miele verso di lui; aveva i capelli scuri legati in modo preciso e ordinato dietro la testa, una matita incastrata fra l’orecchio e la stanghetta nera degli occhiali.

“Sai che questa cosa non mi piace, forse… forse dovrei venire anche io.” Disse poco convinto, ma la moglie scosse in fretta il capo.

“Qualcuno deve rimanere con Sara, ne abbiamo già parlato.” Lui annuì riprendendo a camminare su e giù per la stanza, provocando lo sbuffo scocciato di Lydia.

“Sono pronta!” esclamò con allegra eccitazione posizionandosi sul segno rosso che aveva messo tempo prima sul pavimento, esattamente di fronte al raggio d’azione della macchina che aveva costruito.

Lydia lanciò uno sguardo nostalgico alla macchina appoggiata a terra, aveva iniziato a costruirla con Marcus anni prima, prima del matrimonio, prima di tutto.

“Lydia…”

“Oh finiscila di fare il muso! Tornerò prima che tu te ne accorga.” Gli diede un bacio leggero sulle labbra mentre Derek le accarezzava la guancia “Dai un bacio a Sara per me, d’accordo?”

Lui annuì, le strinse la mano un’ultima volta e si diresse verso la macchina. Non lo avrebbe mai ammesso, ma un brivido di eccitazione gli corse lungo la schiena mentre si preparava a lanciare contro Lydia la potente onda sonora proveniente dalla macchina. Riusciva già ad immaginare sua moglie dissolversi magicamente nell’aria, ma soprattutto riusciva ad immaginarsela tornare allo stesso modo e guardarlo con aria soddisfatta, pronta a raccontare tutto del suo viaggio meraviglioso.

Fu un attimo.

In un attimo Derek Miller si accorse che Lydia non sarebbe sparita sorridendo.

In un attimo Derek Miller si accorse che sua moglie non sarebbe mai tornata a raccontare a lui e sua figlia storie bizzarre e incredibili.

In un attimo Derek Miller si accorse che quel bacio che si erano appena dati sarebbe stato il loro ultimo.

Nel rumore assordante, che lui stesso aveva provocato, non riuscì a sentire l’ultima parola di sua moglie o il rumore spento del suo corpo che cadeva. Si gettò verso di lei che ormai era già a terra, la strinse ma ormai era perduta.

Il pianto di Derek non riuscì a superare l’assurdo fischio che rimbombava fra le pareti della stanza.

Non sentiva più nulla se non dolore cieco e definitivo; la sua voce rotta dal pianto ripeteva fino allo sfinimento un nome, reso quasi incomprensibile dai singhiozzi:

“Lydia. Lydia. Lydia.”

Il rumore si stava appena affievolendo quando la porta si aprì lentamente, lasciando entrare un soffio d’aria che Derek non percepì affatto. Una bambina tremante comparve nella cornice della porta, aveva sulle spalle una coperta troppo grande che la faceva incespicare quando camminava, fra le mani stringeva una giraffa di pezza.

“Papà?” si sporse piano piano dalla porta cercando di intravedere i suoi genitori.

“Vattene.” Rispose Derek, troppo a bassa voce perché la bambina intimorita lo sentisse.

“Papà?” fece un altro passo avanti, abbastanza da vedere il braccio di sua madre abbandonato a terra, la sua testa appoggiata alla gamba di suo padre, i capelli sparsi attorno scomposti.

“Vattene!” si ritrasse di scatto, colpita come da uno schiaffo dall’urlo di suo padre, per un secondo pensò di avvicinarsi ancora, ma i suoi piedi la portarono via, lontano da quella cosa orribile che lei non voleva assolutamente vedere.

Le cose non dette non si materializzano in un mondo parallelo, in realtà, non si allontanano mai da noi. I nostri segreti ci soffocano, ci tolgono l’aria dai polmoni e ci impediscono di vivere, non se ne vanno mai finché non li confessiamo. In fondo perché dovrebbero, quando hanno la possibilità di distruggerci con patetica facilità?

Quindi nella vita se avete qualcosa da dire, ditela. Se state male, urlate. Se amate qualcuno, non allontanatevi, non fuggite, perché è possibile che vi ami a sua volta.

Fate le vostre scelte, scegliete di non parlare se vi fa sentire più sicuri, ma sappiate che quella non è vita; la vita vera è fatta di rumori e di musica, non di silenzio.

È più semplice osservare solo le cose orribili e ovvie, più semplice ancora immaginare un mondo diverso e migliore, ma è pur sempre una condanna a vivere nella menzogna.

Nessuna bugia sarà mai tanto bella quanto può essere bella la realtà, se solo troviamo il coraggio di subirla.

Per Ylenia, che è stata la prima a dirmi che avevo un dono.


 

“IRREPARABILE PRESERALE”

di Federica Greco

IV Liceo Classico - Liceo Ginnasio Statale “Anco Marzio”

 

PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2016-2017 - La premiazione di Federica Greco

 

Elisa si aggira per le strade del quartiere.

I suoi occhi sfuggono davanti ai passanti, seguendo le ombre della città. Incrociandola, la si sente spesso ripetere: “Il latte. Ce l’ho il latte. Gliel’ho detto. Adesso mi è tornato. Ce l’ho il latte”. Poi sembra sfogarsi con qualcuno: “Serpe, vipera. Ce l’ho il latte”.

Elisa cammina a scatti per la strada, a volte si appoggia su un muretto ma anche da seduta non sembra mai rilassarsi.

Se la fai parlare, di sicuro racconta di quella volta che è stata in televisione, concorrente de “L’eredità”. Ma le parole si aggrovigliano nei suoi pensieri e ad un certo punto non distingui più tra la partecipazione televisiva, i fatti della sua vita tormentata e poi i sogni o gli incubi di quella ragazza.

– Questa sera la nostra campionessa è: Elisa. Chi ti ha accompagnata qui Elisa?

– Elisa. Sono io Elisa.

– Si certo, Elisa. Ti ha accompagnata qualcuno?

– Mia madre.

– Ah bene, eccola là. Signora, ci dica, com’è sua figlia?

– Elisa è la figlia che tutti i genitori vorrebbero avere. È una ragazza molto socievole, solare; anche se questo, mi lasci dire, un po’ è anche il suo difetto perché… non sa dire di no a nessuno.

– Non è vero, non è vero, io… non è vero!

– Oh! Si che è vero; si che è vero. Se mi avessi dato retta qualche volta non ti sarebbe capitato tutto quello che ti è successo.

– Non è stata colpa mia, non è vero… serpe, vipera… l’ho già detto, non è vero.

– Per favore, per favore, ricordate che siamo in televisione. Va bene Elisa; ora giochiamo…

– Te l’ho ripetuto cento, mille volte: stai attenta…

– Serpe!!!

– Signora la prego. Allora Elisa, sei pronta? Ecco le prime due parole della nostra ghigliottina: ACCETTI, RIFIUTI.

Nessuno può rimanere indifferente di fronte a quegli occhi chiari che riflettono una gioia passata, ormai ricordo di una breve felicità. Così, limpida come i suoi occhi, Elisa assume un’aria inaspettatamente serena: “Marco l’ho incontrato per caso, in paese”:

– Ciao! Come ti chiami?

– Tu ti chiami Marco, lo so, ti conosco. Ti vedo spesso da queste parti. Comunque io mi chiamo Franca.

– Ah! Mia zia si chiama Franca.

– Noo… scherzo, sono Elisa.

– Fatti vedere Elisa, ma sei carina!

– Che scemo!

– No, no, davvero, potresti fare la modella!

– Una volta mia madre ha cercato di iscrivermi a un concorso di bellezza… ma non mi hanno preso; non avevo i requisiti, hanno detto. Mia madre dice che se non sei raccomandata non ti prendono.

– Ha ragione tua madre; avresti vinto sicuramente. Vuoi venire con me a fare un giro con la macchina? Facciamo una passeggiata; conosco un posto qui vicino che sono sicuro non hai mai visto. Allora! Ci vieni?

– Forse.

– Ti passo a prendere qui tra un’ora?

– Non lo so.

– Dai, non farti pregare.

– Forse si…

– Allora siamo d’accordo, tra un’ora.

– Va bene!

– Elisa ha scelto ACCETTI! Ghigliottina. Ahi! Era RIFIUTI. Abbiamo dimezzato il montepremi. Le prossime due parole sono APRI, CHIUDI.

“Io lo sapevo che era una scusa portarmi a fare un giro in macchina. Mamma non faceva che ripetermi che fanno sempre così gli uomini. Ma io desideravo tanto baciare Marco, che era così carino… e finalmente anch’io avrei avuto un fidanzato”.

– Dai, non ti faccio niente di male. Vedrai che ti diverti. È solo un gioco! E dai, un momento solo, poi ti prometto che ti riporto a casa. Dai, non farti pregare, di cosa hai paura, non lo sai, è così che fanno i fidanzati…

Ride, piange, soffre, gode. Sul volto di Elisa è un susseguirsi di emozioni, di desideri innocenti, di piaceri irrazionali, di trasgressioni colpevoli, di punizioni esemplari.

– Va bene Elisa, hai scelto APRI. Vediamo cosa dice la nostra… ghigliottina! Ahi! Era CHIUDI. Dimezziamo ancora il montepremi e passiamo alle ultime due parole: LASCI, TIENI.

Elisa continua ad accavallare i suoi pensieri. Mescola nomi, luoghi, sensazioni. Sa cambiare argomento in una frazione di secondo e non è facile seguire il filo del suo ragionamento.

– Io gli voglio bene al mio bambino.

– Quale bambino, non c’è nessun bambino; quante volte devo dirtelo. Ancora con questa storia del bambino-

– Ce l’ho il latte per il mio bambino, vedi?

– Insomma, ne abbiamo già parlato mille volte. Il bambino è come se non ci fosse mai stato; lo hai fatto con quel Marco maledetto che non ha voluto saperne di te e di tuo figlio. È sparito, non si è fatto più vivo, bisogna che te lo fai entrare in quella testa vuota che hai.

– Ce l’ho il latte; ora vado in ospedale a dargli il mio di latte. L’ho sentito piangere, una volta; lo so, è perché vuole il latte da me.

– Senti, non puoi andare più all’ospedale, lo sai; il bambino non è nemmeno più lì. Ormai si trova felice in una bella famiglia, con una sua mamma e un suo papà. Noi non potevamo tenerlo. Te lo ricordi cosa ti disse il dottor Russo?

Elisa mentre racconta è attraversata da una moltitudine di stati d’animo. Trema, urla, sogna. In un istante cambia l’espressione esasperata che assume quando riporta le conversazioni con sua madre e, di colpo, può diventare dolcissima.

“Il dottor Russo è simpatico, ha detto che mi viene a trovare e che anch’io posso andare a trovarlo quando voglio. Che quando nascerà il bambino me lo farà tenere per un po’ e potrà attaccarsi al mio seno, almeno una volta. Me l’ha promesso”:

– Cara la nostra Elisa, allora, siamo quasi arrivati, fra qualche giorno partorirai e sarà tutto finito. Basta con questo pancione; tornerai la bella ragazza di sempre. Potrai tornare a divertirti, a ballare.

– Ma ora devo pensare al mio bambino.

– Ma cara, ragiona. Tu sei giovane, hai tanto tempo davanti a te per fare la mamma. Adesso sei una ragazza e devi divertirti. Poi quando incontrerai l’uomo giusto, che vuole sposarti e mettere su famiglia insieme a te, allora potrai tenere tutti i figli che vorrai. Dammi retta. La gioventù è una cosa troppo breve per lasciarsela rovinare in un modo così stupido.

– Ma io voglio stringerlo. Voglio sapere cosa si prova.

– Va bene; va bene. Lo sai, io sono dalla tua parte, siamo amici noi. Proveremo a fare come vuoi tu; vedrò cosa posso fare. Ma adesso cosa abbiamo deciso che devi dirmi?

– Ringrazio il dottore e accetto l’offerta.

– Bravissima. Allora non ti resta che mettere una firma qui.

– Dunque, Elisa; hai scelto LASCI. Vediamo… ghigliottina. Niente da fare, la parola era TIENI. Mi dispiace, hai esaurito il montepremi a tua disposizione. Cara Elisa ci dobbiamo lasciare. Vuoi salutare qualcuno?

– Si: mia madre, che mi segue sempre ed è tanto buona; il mio fidanzato Marco, che ha promesso di venirmi a prendere, un giorno; e poi voglio ringraziare il dottor Russo che ha detto che mi farà stringere il mio bambino almeno una volta.

Le offro un succo di frutta e restiamo sedute a lungo sulla panchina. Assecondando quel suo bisogno di essere ascoltata, ultimo desiderio rimastole, placo il senso di colpa che mi procura, davanti al suo sguardo perso, il mio essere così banalmente normale.

La storia si ripete quasi sempre allo stesso modo. A volte capita che si sia sposata, in bianco, con tanti fiori e tanti invitati; a volte ha lavorato come modella per dei servizi fotografici di moda; a volte è stata violentata dal suo patrigno quando era molto giovane.

Solo, non cambia mai il finale della sua storia. Perché Elisa, a questo gioco, in televisione e nella vita, di sicuro non ha mai vinto.

– Buonasera Elisa. La parola di questa sera è: IRREPARABILE.


 

“IL CAMIONISTA”

di Michele Martino

V Liceo Classico - Liceo Ginnasio Statale “Francesco Vivona”

 

PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2016-2017 - La premiazione di Michele Martino

 

Prefazione

A chiunque possa essere interessato,

queste sono le ultime lettere del paziente 62613 del nostro Istituto, internato nel Reparto 4B, stanza 7.

In seguito ai recenti avvenimenti che hanno coinvolto costui e che sconvolgono i principi di decoro e buona creanza su cui, siamo fieri di affermare, si fonda la nostra struttura, è stato posto ordine di dare alle fiamme ogni traccia di questa immorale testimonianza scritta, nella convinzione che è malsano e pericoloso conservare impronte dell’influenza diabolica sull’Uomo e nella speranza che la sconfinata bontà del Signore restituisca il senno a chi ha più bisogno di ritrovarlo.

È con grande esitazione che la sottoscritta ha deciso tuttavia, rea del peccato di menzogna da cui spera di trovare espiazione con l’aiuto dello Spirito Santo, di custodire il seguente documento. I motivi alla base di questa disobbedienza sono meno inopportuni di quanto si possa pensare. Lascio queste carte aperte allo scrutinio dei lettori perché qualcuno, da qui al futuro più lontano, possa comprendere meglio di noi la malattia di questo infelice e i suoi turbamenti psichici. Confido, e che Dio mi perdoni dell’arroganza con cui esprimo simili concetti, che in un caso così peculiare la psicoanalisi possa ottenere progressi che la sola reclusione mista alla somministrazione di medicine non è stata in grado di conseguire.

Molti dei nostri dottori hanno tentato in passato di interloquire con il paziente 62613 per esaminarlo, ottenendo in risposta solo fantasiose minacce che culminavano in parossismi di isteria, prontamente sedati con iniezioni alle braccia. Nei suoi deliri verbali sono emerse sempre misteriose sentenze profetiche, con possibili allusioni ad apocalissi imminenti e ampie quantità di improperi e (Dio sia lodato!) bestemmie. Nei momenti di maggiore acutizzazione della crisi ha tentato anche di sopraffare i nostri uomini, dimostrando grande forza fisica per un individuo così mingherlino. Una volta ha aggredito un infermiere assalendogli la faccia con i denti. Sarebbe stato capace di tirargli via un occhio a morsi se non fossero intervenuti altri in soccorso. E, sempre attraverso l’uso dei canini, in un’altra occasione ha cercato di squarciare la camicia di forza che lo conteneva.

Il fatto che un soggetto simile abbia deciso di lasciare un così insolito testamento ha stupito alcuni, lasciato indifferenti altri, che vedono il testo come una progressione non imprevedibile dei suoi discorsi nevrotici. Io sono resa perplessa dall’uso singolare dell’endecasillabo, visto che non risulta nella scheda biografica del paziente che abbia avuto in passato un’educazione letteraria.

L’aspetto che senz’altro però ha incuriosito tutti è l’accesso che evidentemente ha avuto il paziente agli strumenti di carta e penna. Costui viveva in un isolamento quasi totale, in una stanza priva di tali oggetti. Non si può che credere che li abbia rubati da qualche inserviente o dottore senza farsi scoprire.

Il documento che segue è dunque un poemetto in versi scritto in un’evidente prima persona. Escludiamo che l’io narrato e il narratore siano la stessa persona per motivi puramente geografici (la storia è ambientata nell’Ovest degli Stati Uniti). Ma, visti i recenti avvenimenti di cui il nostro paziente è protagonista, non si può escludere nulla nel trattare questo caso.

Lascio qui al lettore un esame autonomo del testo, senza ulteriori anticipazioni, per lasciare che quest’ultimo tragga le conclusioni più oneste, non condizionato dalle mie parole.

Mi limito solo ad avvisare chi si stia apprestando alla lettura che i contenuti fortemente inappropriati qui presenti potrebbero scioccare qualunque uomo sensibile e timorato di Dio, in modo particolare un giovane di età inferiore ai 20 anni, che invito qui ad allontanarsi il più possibile da queste pagine perverse. Sono presenti qui in abbondanza: violenza esplicita, blasfemia, pornografia e prostituzione. Solo la buona volontà e forse l’intervento della Provvidenza mi hanno dato la forza di non distruggere questo poemetto infernale.

Invito, infine, a non attribuire alcun significato letterario al componimento, a non dare alcuna interpretazione, a non cercare alcun simbolo nascosto o messaggio fra le righe. Chi ha scritto tali frasi non è una persona sana di mente. I fatti narrati siano visti solo come il frutto di deliri psichici. Supplico voi che state leggendo a limitarvi a trovare la causa di questi deliri, a entrare nella testa dell’autore senza però sviscerare la sua opera come se foste filologi a caccia di un senso reale. Il quale non c’è.

Vi lascio ora finalmente alla lettura.

Dio assista i cuori nobili e abbia pietà delle vostre anime!

Il Camionista

Puckering up and down some avenue of sin, too cheap to ride. They’re worth a try if nothing for the old times, cold times. Don’t go waving your pretentious love.

Dark Entries! Dark Entries! Dark Entries!

- Bauhaus

 

I

1  Tra le grinfie di una tetra autostrada
2   lo veicol penetrava nella notte,
3   ch’io su quell’asfalto del Nevada
4  di spergiuri maledicevo a frotte,
5   poiché mai fu alcun cielo stellato
6   di ristoro a chi quest’autobotte,
7  che tempo e miglia han logorato,
8   scorta, scansando il torpore notturno
9   da sonni ed amori mai acquietato,
10  se sempre desta il buio taciturno
11   le belve angosciose del pensiero,
12   solo ammansite dal vigore diurno.
13  Ahi, di odio e rimorsi prigioniero,
14   quella beffarda Luna io disprezzo,
15   quell’ingannevole lume austero
16  che dell’oscuro accentua il ribrezzo
17   e finge alla tenebra vano rimedio,
18   degli astri quel mortale malvezzo.
19  Troppo vicino al perire per tedio,
20   troppo distante da me Carson City,
21   fronteggiavo del silenzio l’assedio
22  per non rievocare dolori smarriti
23   e non incappare in insana follia
24   sotto valanghe di passati detriti.
25  Mosso io solo da inerte apatia
26   consumavo la strada a me avanti
27   come vento che passa foschia.
28  Sol confortato da spettri viandanti,
29   quale bandito rincorso da nemesi,
30   fuggivo, quando, latrice di pianti,
31  palesarsi riecco la Dolce Daisy,
32   di ogn’uomo che uomo è confesso
33   somma delizia di labbra cremisi.
34  Dai viluppi più bui di me stesso
35   lei tra le mie lacrime si trastulla,
36   di crudeli tormenti il nero riflesso.
37  Sgargiante e sfuggente fanciulla,
38   ridente e radiosa creatura
39   che la mia pace valuti nulla,
40  rendimi il sonno ch’è mio per natura,
41   sciogli il tuo abbraccio di fuoco
42   che il petto mio in cenere tritura!
43  Ferma di oppressione il tuo gioco,
44   e lascia questo camion che profani,
45   segreto asilo d’un gemito fioco.
46  Porta con te i tuoi ricordi lontani
47   di soli e di vini e di giorni di noi
48   che tremanti ci sfioriamo le mani.
49  Le unghie che tu, adesso e poi,
50   contro la mia carne tanto recisa
51   brandisci affilate quanto rasoi
52  eran lime d’una grazia decisa
53   con cui la nuca a me carezzavi
54   se giungeva l’angoscia improvvisa.
55  Così la mia tristezza tu affrontavi,
56   le mie paure trattenevi, e, per Dio,
57   dei tuoi non v’eran rimedi più savi.
58  Ma, solo fra i timori di un addio,
59   combattevo gli orrori del vuoto
60   agendo ugualmente a modo mio.
61  Daisy, Daisy, dolce sogno remoto,
62   dovevi restare in quel cimitero,
63   e non conservarti delirio devoto!
64  Perdo la vista quasi del sentiero
65   accecato da visioni, e, per poco,
66   non sbanda il mio freddo destriero.
67  E, giunta mezzanotte pressappoco,
68  capisco che di pause è ora l’ora
69   per vita salvar da un franare roco.
70  Quand’ecco, qual di deserto la flora
71   gli occhi abbaglia di assetato
72   che, sperduto, svelta morte implora,
73  a me appare un cartello fortunato
74   recitante: “Autogrill a mille metri,
75   e annesso motel di poco staccato”.
76  Reale commiato da incubi tetri?
77   Fonte insperata di nuovo coraggio
78   che lacrime spazzi qual tergivetri?
79  O un maligno mendace miraggio
80   che, come flora svelata fugace
81   l’assetato condanna a tristo viaggio,
82  me manderà in aldilà senza pace?
83   La risposta sta avanti, e il pedale
84   forte schiaccio di asfalto vorace.
85  Un tunnel che sbocca oltre il reale,
86   che perfora del concreto il monte,
87   mi par questo cammino interstatale.
88  Tra vero e folle questo un ponte
89   sembra agli occhi miei snervati,
90   e di aborrimenti futura fonte.
91  Non eran questi metri limitati
92   prossimi a quietare dolcemente
93   i mostri che già covo sterminati?
94  Tutto ciò allontanai dalla mente
95   in un solo attimo di lucidità,
96   ripresa coscienza del presente
97  e del luogo e del tempo che là
98   si eran fatti senza ch’io, peregrino,
99   mi sottraessi alle mie labilità.
100  Così all’improvviso il ferino
101   mio sguardo si dissolse, di istinto,
102   in occhi di un sereno cristallino.
103  Non so come abbia io convinto
104   il mio sì tanto volatile umore
105   a ritornare dai sorrisi avvinto,
106  ma di tempeste qual navigatore
107   si compiangerebbe nel trovare
108   di fronte a sé un clima migliore?
109  Mi accorsi, dopo tanto avanzare,
110   che il cartello di un chilometro fa
111   non aveva l’intento di ingannare:
112  un motel e un autogrill più in là
113   si palesarono alla mia vettura
114   e a me che gridavo “Urrà, Urrà!”.
115  Sospesa del viaggiare la tortura,
116   parcheggiai l’autocarro affaticato
117   su un posto che di tir era a misura.
118  Nell’area di servizio, affamato,
119   entrai per ammansire un appetito
120   che perdurava dal giorno passato.
121  Un locale sporco e striminzito
122   era quello, con merci collocate
123   senza alcun ordine prestabilito
124  su mensole cadenti e fracassate
125   e su scaffali ove insetti ghiotti
126   briciole ripulivan traboccate
127  fuori da confezioni di biscotti;
128   a terra si calpestavan cartacce,
129   bicchieri di plastica e vetri rotti.
130  Pani putridi, fetide focacce,
131   e dolci che del passar degli anni
132   conservavano le tremende tracce
133  dal bancone già ispiravan malanni
134   a me che dal commesso lì operante
135   andavo veloce e senza affanni.
136  La fame lì mi rese noncurante
137   dell’aspetto di ingredienti e fette
138   dei panini che comprai in quell’istante.
139  Seduto a mangiar pietanze sospette,
140   volsi lo sguardo tutt’a un tratto
141   su molti scaffali di videocassette.
142  Squadrai con un fare un po’ distratto
143   nomi di pellicole dal budget basso
144   di un valore artistico assai sciatto.
145  Sorridevo con spensierato spasso
146   a quel gusto gioviale del violento,
147   strumento unico di onesto incasso.
148  Eroine, che ad atti di squartamento
149   e di tortura erano partecipanti,
150   avevano, misero abbigliamento,
151  lacere vesti di rosso grondanti:
152   questo mostravano le locandine
153   di quei film curiosi e stravaganti.
154  E ancora: ragazze in mutandine
155   schiave di un diavolo facinoroso
156   che cedono a lui sensuali moine;
157  e un gigante africano rabbioso
158   che con mazza chiodata si abbatte
159   su un gruppo di indifesi corposo;
160  e donne, l’una dall’altra attratte
161   sensualmente, chiuse in celle
162   che più a belve parevano adatte.
163  Più d’altri poster non dirò favelle,
164   benché allettato, ma devo passare
165   ora a cassette diverse da quelle.
166  Oltre lo scaffale presi a scrutare;
167   dietro a quei film alla morale insulti,
168   qualcosa i miei occhi riuscì ad attirare.
169  Con molti del petto mio sussulti
170   vidi una porta chiusa da tendaggi
171   con sopra scritto: “Solo per adulti”.

II

172  Da tanto non avea visuali assaggi
173   di quel che uomo e donna posson fare
174   spinti dai desideri più selvaggi,
175  ch’io balzai al pensiero di provare
176   quei video viziosi come inconsueta
177   alternativa a un più sano affare
178  fatto nella notte su strada quieta
179   con donne che danno un po’ d’amore
180   per un poco, in cambio di moneta.
181  L’idea, che prima scarsa di valore
182   s’era presentata alla mia mente,
183   crebbe tutt’a un tratto con vigore,
184  e presto in un’opzione decente
185   mutò quell’insolita prospettiva
186   dapprima giudicata deprimente.
187  Ne vedo adesso tutta l’attrattiva:
188   me potrò sognare maschio gagliardo
189   serrato da modelle in comitiva
190  tutte alla ricerca di un mio sguardo,
191   ingorde di me solo e me soltanto,
192   in numero di mille o di un miliardo.
193  Daisy non più starà a me accanto
194   a cospargere di incubi i miei letti
195   e adombrarli di paura e rimpianto.
196  Gremito da tali indegni progetti,
197   le tende rosse mi trovai a passare,
198   proteso verso erotici banchetti.
199  Pregno fu il mio sguardo nell’entrare
200   di altari d’un laicissimo splendore
201   che ispiravano un sacro contemplare:
202  immagini votive ree d’ardore
203   riempivan le perverse iconostasi
204   sì prive d’alcun freno inibitore!
205  Dalle teche più alte fino alle basi,
206   donne più svariate: giovani, anziane,
207   e della loro età nelle altre fasi;
208  e, fra esse, bianche, afroamericane,
209   dall’Asia, dall’Europa e dal Brasile,
210   alte, medie e poco più che nane.
211  Quel corridoio d’ampiezza sottile
212   badava alle pari opportunità
213   nel mostrar la bellezza femminile!
214  Fra quei film, da me visti alcuni già
215   distinsi, o forse errai, confuso
216   dai tratti che il genere comuni ha.
217  Ma in ogni caso per nulla deluso
218   fui dagli affreschi della navata
219   ove tanto a lungo stetti rinchiuso,
220  in estasi per quella carrellata
221   di scene di carni in esposizione,
222   di pelle contorta e ammassata.
223  Quale ardente vas d’eccitazione
224   di tutta la parete scandalosa
225   a me donerà gratificazione?
226  Temendo che una scelta frettolosa
227   danneggiare potesse il diletto
228   di un’esperienza forse deliziosa,
229  cercai di sfruttare il tempo corretto
230   per valutare ogni mia opzione
231   e così trovare il film perfetto.
232  Con sguardo logistico d’eccezione
233   studiavo di ogni singola cassetta
234   l’attrice presentata e la posizione
235  in cui era, come Venere provetta,
236   oggetto di maschile appropriazione
237   da parte dei corpi a cui era stretta.
238  La beltà era oltre ogni descrizione
239   di quelle femmine che, prelibate,
240   davano dei sensi soddisfazione
241  alle umane coscienze sconsolate,
242   e per me era assai una cosa dura
243   indicar le portate più pregiate
244  di quel buffet esteso a dismisura.
245   Io mantenni le mie iridi immerse
246   sotto affreschi di simile natura
247  finché fra le immagini lì disperse
248   una ne scorsi che da tutte quante
249   aveva sembianze assai diverse:
250  una donna, senza alcun amante,
251   dalla nudità appena accennata,
252   d’erotismo pareva noncurante.
253  La camicia era in parte sbottonata,
254   dalla quale un poco si mostrava
255   il seno di grandezza imprecisata.
256  Bianche mutande inoltre indossava,
257   un po’ più chiare della carnagione
258   delle pallide gambe su cui stava
259  ferma in piedi senz’alcuna cagione
260   di star ferma in piedi a tal maniera
261   sola in un vuotissimo stanzone.
262  La sua espressione tanto austera
263   frantumava, davanti a sé rivolta,
264   fra lei e spettatore la barriera:
265  fissava decisa, eppur disinvolta,
266   con occhi la cui vera intenzione
267   sotto metri di pupilla era sepolta.
268  Quale messaggio la sua espressione
269   inviare voleva al frequentatore
270   di una scabrosa video- collezione?
271  Due occhi sì accesi in mezzo al pallore
272   di un viso liscio e puro da bambina
273   di donna matura aveano il colore,
274  colore più esplosivo di una mina,
275   un colore a tal punto vivo e vero
276   ch’esso trascendeva la copertina
277  ove la fanciulla, forse davvero,
278   stava rinchiusa priva di speranza
279   in un desolante angolo nero.
280  Quel raro esemplare della stanza
281   di stimolare voglie era incapace,
282   nell’immagine per la mancanza
283  d’un bel corpo femminile che giace
284   con altri in un connubio articolato.
285   Vietare ai minori sarebbe audace,
286  certo, un similmente sobrio filmato,
287   com’è anche audace il posizionamento
288   di un video all’apparenza edulcorato
289  in un più esplicito assortimento
290   di film con le donne protagoniste.
291   Combattuto era il mio sentimento
292  fra mire d’eccitazione egoiste
293  e la voglia di svelare il segreto
294   del di lei sguardo enigmatico e triste.
295  Ma mentre pria, più esitante di Amleto,
296   fui indeciso fra esempi di uno stesso
297   adulto intrattenimento consueto,
298  di un’altra indecisione soffro adesso:
299   vale la pena svelar se, sì pura,
300   anche lei sia corrotta da un amplesso?
301  Convintomi che erotica fattura
302   sia matrice anche di quella cassetta,
303   mi chiedo se la mia mente futura
304  possa la contaminazione netta
305   sopportar di una santa disinvolta
306   persino in rivelante camicetta.
307  Ne uscirebbe la mia anima sconvolta,
308   come vedendo una figlia innocente
309   crescere adolescente in rivolta,
310  come scoprendo un fiore fulgente,
311   il più bello di tutto il giardino,
312   calpestato dai passi della gente.
313  Non spetta forse un atto meschino
314   com’è far l’amor per la cinepresa
315   a donne più lontane dal divino?
316  Parrebbe una spiacevole sorpresa
317   trovarla impudica fornicatrice
318   su un ammasso di uomini distesa.
319  Lei rende ognuno che incontra felice
320   donando salvezza e speranza,
321   non comportandosi da meretrice.
322  E mentre scorre il tempo che mi avanza
323   di questa notte d’un buio abbagliante
324   ora irrompe nella mia titubanza
325  un nuovo pensiero ch’è sfolgorante:
326   non è una santa spoglia del pudore
327   immagine orribilmente eccitante?
328  Se una donna di livello inferiore
329   indegna mai di nulla fuor dal letto
330   è pregna di incantevole splendore,
331  quale sarà il mirabile effetto
332   sul mio animo freddo ed ansimante
333   di un angelo che, amabile e perfetto
334   e qualunque mio desìo appagante,
335   si faccia, tolti i veli e senza ali,
336   il più voglioso e famelico amante?
337  Potrò immaginarmi in atti carnali
338   ove io seduca la dea inesperta
339   iniziandola a piaceri speciali.
340  Perché non sia l’illusione scoperta
341   fingerò che esclusa la mia donzella
342   di altri attori ogni scena sia deserta,
343  e alla sua pudicizia tanto bella
344   sarò l’unica e sola eccezione
345   in sua vita di virginal pulzella.
346  Già sento in me tutta l’esaltazione
347   che precede una notte gloriosa
348   senza Daisy e senza depressione.
349  Deciso finalmente il che cosa
350   comprar dalla stanza in cui tanto stetti,
351   uscii da quella nicchia sì graziosa.
352  Verso il vecchio cassiere procedetti,
353   il video comprai per qualche moneta
354   e posi alla porta i piedi diretti.
355  Di nuovo fuori all’aria aperta quieta,
356   volsi gli occhi al motel davanti a me
357   che già avevo prescelto come meta.
358  Non era codesto largo un granché,
359   ma si ergeva sopra a un’alta altura
360   che lo rendea prominente pressoché.
361  Inizianti dalla strada in pianura
362   gradini zigzaganti e sinuosi
363   promettevano salita sicura.
364  Avanzando a passi frettolosi
365   verso il grigio ostello che sovrastava
366   gli scenari foschi e tenebrosi
367  del deserto che la notte oscurava,
368   notavo tutte quante le fattezze
369   che il curioso edificio presentava:
370  finestre dalle immense ampiezze,
371   balconi ossidati, mura cadenti
372   e altre architettoniche rozzezze.
373  Il tetto coi lati a falde spioventi
374   avea poche tegole malridotte
375   asportabili anche da esili venti.
376  Lugubre e spettrale, specie di notte,
377   ha il motel fatiscente e degradato
378   persino alcune vetrate rotte.
379  Uno stato d’animo sconsolato
380   mi evoca di tal luogo la visione
381   (ma oggi alla mestizia sono abituato).
382  Son certo che moltissime persone
383   fin quassù non si recano mai, bensì
384   fuggon la salita fino al portone,
385  ed al cartello “Bloch’s Motel. Vacancy”,
386   e a quelle finestre così grosse
387   che da dentro negano la privacy:
388  altre menti facilmente commosse,
389   non solo la mia, devono venire
390   dall’angosciante edificio scosse.
391  Ma del camminar fino a là l’ardire
392   non mi risparmiai, e, giunto in cima,
393   la porta non esitai ad aprire.
394  Una volta dentro capii che il clima
395   della facciata, cupo e grottesco,
396   dell’interno era pessima anteprima:
397  arredamento ricco e principesco
398   pur coperto di polvere antica
399   decorava l’ingresso pittoresco
400  pieno di ricche tele che a fatica
401   si saranno potuti permettere
402   (e chi d’arte di intendersi dica
403  che non dico il falso deve ammettere).
404   Andai alla reception a quel punto,
405   e, dettaglio che non voglio omettere,
406  mi ricevette un omino bisunto
407   che poveri straccetti indossava,
408   pallido, emaciato e assai smunto:
409  a tutti gli effetti contrastava
410   con il grande sfarzo di cui l’ambiente
411   attorno a lui non poco trasudava.
412  Mi segnò sul registro lentamente,
413   poi con moto cadaverico e strano
414   ed espressione stanca e assente
415  a una stanza del secondo piano
416   mi accompagnò il silenzioso signore;
417   poi si congedò con stretta di mano.

III

418  Da mezzanotte eran passate due ore,
419   e solo allora tempo per me stesso
420   potevo spender senza malumore.
421  La stanzetta di mobili in eccesso
422   era del tutto priva, e, anzi, in realtà
423   era spoglia in confronto all’ingresso:
424  c’erano un letto, un tavolo e un sofà,
425   un bagno emanante cattivo odore
426   e un po’ di scarafaggi morti qua e là.
427  Ma c’era un grande televisore
428   che era (ciò mi rese lietissimo)
429   munito di videoregistratore.
430  Tempo ne avevo perso tantissimo,
431   e ulteriore non ne volli sprecare
432   essendo alla visione prontissimo.
433  La cassetta mi sbrigai a infilare
434   nel lettore, e il filmato a breve
435   sarebbe dovuto incominciare.
436  Presto partì una musichetta lieve
437   dal ritmo funky allegro e coinvolgente
438   ma registrata in maniera un po’ greve.
439  I titoli di testa finalmente
440   si esibirono, da me tanto attesi,
441   con un font vistoso e appariscente.
442  Apparvero pseudonimi palesi,
443   nomi che a parti del corpo private
444   alludevano senz’esser cortesi,
445  mentre dalle casse note arruffate
446   (trombe, batteria e basso prevalenti)
447   venivano fuori un po’ sgranate.
448  Nomi di cast e crew scorrevan lenti:
449   talmente tanti vi erano elencati
450   che saranno stati sul set presenti
451  un centinaio di autorizzati,
452   e avranno voluto special menzione
453   persino i porta- pizza lì chiamati.
454  Dopo ogni addetto alla produzione
455   anche la star ebbe accreditamento,
456   e apparve il suo nome in sovrimpressione
457  (cambio delle parole l’ornamento
458   in una parafrasi celebrativa,
459   ma quanto al contenuto non mento):
460  “Declamiam chi desiderata diva
461   diverrà di certo, dimostratasi
462   in una prova di debutto decisiva
463  dedita esordiente, e affermatasi
464   nella parte degnamente dipinta
465   di una donna all’amor dedicatasi.
466  Doniamo a voi la delizia distinta
467   di Daphne Dee, alla fama destinata,
468   nella parte di Daisy la discinta”.
469  Feci un’espressione sconcertata
470   nello scoprire la dura verità
471   sulla donna da Daphne interpretata,
472  ma un caso di omonimia non sarà
473   il motivo che a declinar l’impresa
474   e a spegnere il film mi spingerà.
475  Poco dopo, di Daphne una ripresa
476   sostituì i crediti che ampiamente
477   avevano creato in me sorpresa.
478  La prima scena vien direttamente
479   dalla copertina: Daphne, stupenda,
480   fissa da sola il vuoto tristemente.
481  Quella sua solitudine tremenda
482   è scacciata dopo qualche minuto
483   dall’entrata in scena nella vicenda
484  (se un fatto iniziale così contenuto
485   “vicenda” si possa denominare)
486   di un uomo basso, calvo e paffuto.
487  Con Daphne egli prese a conversare,
488   con dialoghi che, si presumeva,
489   si ispiravano al comune parlare.
490  O il tipo di battute si addiceva
491   a un’altra attoriale interpretazione
492   o la sceneggiatura apparteneva
493  a tutta un’altra umana comprensione,
494   ma nella scena qualcosa indicava
495   l’evidente livello di finzione.
496  Il maschio alla ragazza domandava
497   come fosse andata la sua giornata,
498   e allora lei festosa esclamava:
499  “Tutto il giorno sola sono stata,
500   e questa mia mattina di riposo
501   senza te uno strazio è diventata.
502  Ma ora che sei, così ardimentoso,
503   tornato qui dalla tua amante brava
504   il mio vivere è tornato gioioso.”
505  Nel dire ciò lei si avvicinava,
506   toccava il di lui corpo assai pesante
507   e poi con sentimento lo baciava.
508  La scena di un banale sconcertante
509   raggiungeva lo scopo che volevo
510   con gusto squallido ma stuzzicante.
511  E, se devo ammetterlo, fremevo
512   mentre i due si toglievano i vestiti
513   e attuavano quello ch’io richiedevo.
514  Venti minuti rimasero uniti,
515   finché, arrivati a un certo punto,
516   non ebbe stretto gli artigli appuntiti
517  e le sue mani non ebbe congiunto
518   lui sul collo esile di lei a terra,
519   fino al punto che rimase consunto.
520  Lei cerca scampo da lui che la serra,
521   ma man mano che oppone resistenza
522   lui con più forza e ferocia la afferra.
523  Con occhi che chiedevano clemenza
524   lei gridava e si batteva per l’aria
525   di cui sempre più soffriva l’assenza.
526  Le mani di solidità statuaria
527   dell’uomo continuavano a stringere,
528   e la vita di Daisy ormai precaria
529  esse intendevano fuori spingere
530   dal suo corpo d’ossigeno privato
531   che a morte ormai si doveva accingere.
532  L’uomo, che voleva omicidio accurato,
533   controllò che morto a tutti gli effetti
534   fosse quel corpo afflitto e straziato.
535  Ma dovea presentare dei difetti
536   quel delitto lasciato incompleto
537   visto che a movimenti eran soggetti
538  ancora i suoi seni, giacché un quieto
539   movimento del petto segnalava
540   un evidente respiro discreto.
541  Allora a stritolare continuava
542   l’uomo il cui sogghigno infervorato
543   un torvo e cupo viso rischiarava.
544  Stavolta il suo proposito agognato
545   di mesta morte per abbracci biechi
546   fu minuziosamente realizzato.
547  Dell’angelo defunto gli occhi ciechi
548   erano aperti e quasi ancor vivi
549   come fossero gli ultimi echi
550  di un grido dell’anima che arrivi
551   al suo attimo d’esistere finale,
552   a istanti di carriera conclusivi.
553  Il suo sguardo tutt’altro che gioviale
554   pareva appartenere ad un cerbiatto
555   incantato dall’auto che lo assale.
556  Benché ugualmente intensi nulla affatto
557   dei suoi due occhi accesi ricordava
558   quelli del meraviglioso ritratto
559  che la locandina del film sembrava,
560   poiché i suoi occhi di donna deceduta
561   contenevano rabbia che esalava.
562  Ira furente, avversione assoluta
563   e un orgoglio sprezzante esibente
564   dignità di fronte a morte avvenuta:
565  dagli inferi si scagliava possente
566   quest’occhiata malvagia maledetta
567   sul misero che osservava impotente,
568  su colui che al trapasso costretta
569   l’aveva con sconfinata passione
570   ed amore per la sua prediletta.
571  D’un tratto la mia stanza di pensione
572   sembra scomparire in quel frangente,
573   come una labile allucinazione.
574  Tutto quello che in questo presente
575   circonda il mio corpo immobilizzato
576   ghermito è dall’immagine avvenente
577  di Daisy, che nell’ambiente offuscato
578   diventa l’unica fonte di luce
579   e oscura tutto il resto del creato.
580  Nel buio che il cadavere produce
581   (buio che detesto più di me stesso)
582   ogni oggetto a Daisy si riduce,
583  a una Daisy da cui è dimesso
584   di Daphne ogni più vago elemento
585   che in sua figura portava appresso.
586  Una Daisy così Daisy che a stento
587   avevo la mia Daisy io mai visto
588   tanto di se stessa il compimento.
589  A un miracolo d’orrore assisto
590   quando vedo che lei così concreta,
591   non più un pixel di massa sprovvisto
592  ma corpo vivo di vita completa,
593   vivo di carne, sangue e rancore,
594   si alza dal suolo, lucente qual cometa.
595  Scalza, i suoi piedi non fan rumore,
596   sfolgorante, il suo viso diffonde
597   di un’eterea bellezza lo splendore.
598  Dietro la bianca veste si nasconde
599   il suo attraente profilo ispiratore
600   di nottate di amore feconde.
601  Liscia pelle di un limpido candore,
602   labbra piene, formose e vellutate,
603   chioma setosa d’intenso colore,
604  forme morbide ed armonizzate
605   sì belle che alla più cruda violenza
606   potevano uscir fuori immacolate
607  senza perdere la loro avvenenza;
608   pur, occhi di nero e nefasto rapace
609   pronunciavano maligna sentenza.
610  “Dileguati via e concedimi pace!”
611   dissi duro al demonio depravato.
612   “Deponi il tuo sguardo tanto audace!
613  Che anche l’Inferno qui t’abbia inviato,
614   che pure dal nulla più spento e vuoto
615   tu venga per vedermi sbaragliato,
616  alla mercé di paure dell’ignoto
617   e annegante nel mar di tua vendetta
618   sotto cui non val respiro né nuoto,
619  allontana dei tuoi occhi la saetta
620   che acceca e ferisce e fa meditare
621   sull’indegno futuro che mi aspetta
622  senza te, senza donna mia da amare,
623   senza le tue dolcezze ed attenzioni
624   su cui ogni pena potevo sfogare.
625  Ritrai i tuoi malocchi e maledizioni,
626   strappa i tuoi artigli di sparviero
627   dal mio petto cosparso di lesioni!
628  Le salde catene da prigioniero
629   che mi congiungono alla tua memoria
630   sciogli dal tuo giogo infausto e fiero!
631  Fammi dimenticar di noi la storia,
632   torna sconfitta a tua spettral dimora
633   che fra vita e morte è in via transitoria.”
634  Ma lei, bella e splendente qual l’aurora,
635   rendeva ancora il suo sguardo orribile
636   fosca nube di notte a tarda ora.
637  “Meretrice!”, dissi. “Insensibile
638   ai dolori di un uomo che piaceri
639   ti ha dato sommi, e che impassibile
640  ha rispettato tutti i suoi doveri,
641   e sopportato persino i momenti
642   in cui sua compagna controvoglia eri,
643  in cui, sfacciata, hai con occhi assenti
644   finto il tuo amore nei suoi confronti
645   per nascondere pensieri indecenti!
646  Erano frottole, falsi racconti,
647   i tuoi morbidi baci e le lusinghe
648   che tessevi pianificando affronti!
649  Più dolci di mieli e più di meringhe
650   mi ingozzavi di pietose promesse
651   che tardi scoprii essere raminghe!
652  Quante le perfidie da te commesse,
653   quanto forte la tua voglia sfrontata
654   di nuove relazioni più sommesse!
655  Daisy, dopo essere stata adorata
656  con tutta di me stesso la passione,
657   rinneghi, misera e denigrata,
658  di me la generosa compassione
659   che quando ti intravidi camminare
660   su un marciapiede di prostituzione
661  mi spinse ad un rifugio ricercare
662   per la tua purezza dal sudiciume
663   d’un mestiere duro da celebrare.
664  In te ho visto d’una madre il barlume
665   in mezzo ad un branco di snaturate
666   che mai della ragione ebbero il lume,
667  buone soltanto ad esser dominate,
668   più simili a una vile Messalina
669   che a gentili consorti raffinate.
670  Tu sola, mia Madonna sopraffina,
671   di madre e di brava moglie l’istinto
672   serbavi con decoro da regina.
673  Perché il tuo contegno non fosse vinto
674   dall’assuefazione alle percosse
675   e di te l’onor non fosse respinto,
676  l’indiscusso proposito mi mosse,
677   scoperto poi oggetto di rimpianto,
678   di dichiararti un giorno a grida grosse
679  l’amore che provavo e il compianto
680   nel vedere il mio sole infuocato
681   soffocar sotto un velo di amianto,
682  nel vedere il mio tesoro bramato
683   esposto di continuo a tutti quanti
684   e da uomini rozzi saccheggiato.
685  Permisi che restassero distanti
686   dal tuo corpo e dalla tua felicità
687   bestie brute più dure di diamanti.
688  Misi al sicuro la tua preziosità,
689   ti aiutai e protessi con costanza
690   per farti trovare la serenità,
691  ma per te nulla di ciò fu abbastanza,
692   oh lurida spergiura traditrice
693   che iniziasti a tenermi a distanza!
694  Eppur neanche allora che spettatrice
695   ti facesti ilare dei miei malanni,
696   che non sfruttata, bensì sfruttatrice
697  ti svelasti dopo tutti i tuoi inganni,
698   neanche allora cedetti al furore
699   in risposta ai da te causati affanni.
700  Io tentai di essere un benefattore
701   per te che a quanto pare rimpiangevi
702   d’un sordido bordello il protettore,
703  e presto ti aiutai, come esigevi,
704   a ritrovar la perduta purezza
705   lasciando il male a cui quasi giungevi,
706  condannandomi alla spietatezza
707   dello scoprir che, con aria decisa,
708   non sei smossa da consapevolezza
709  che resti solo una puttana invisa
710   se non mi sei grata nel valutare
711   la misericordia con cui ti ho uccisa!
712  La compassione così esemplare
713   con cui il tuo bel collo da principessa
714   ho avuto il coraggio di soffocare,
715  il coraggio di salvare te stessa
716   e le tue qualità dalla minaccia
717   più grande e più perigliosa: te stessa.
718  E adesso che, sovrastante, si affaccia
719   su di me la tua scura ritorsione
720   come di un vile Giuda il voltafaccia,
721  Daisy, ti imploro, mia sola ossessione!
722   Non scagliarmi ad una cieca prigionia
723   che del mondo mi dia nera visione!
724  Per tutto il bene che ti ho fatto, vai via,
725   risparmia al tuo amico più prezioso
726   questa ingiusta e crudele e triste agonia!
727  Vivere al mondo tanto mi è già odioso,
728   e c’è ben poco che tu possa fare
729   per rendermelo più vano e noioso.”
730  Donna di morte non volle fiatare.
731   A dissolversi cominciò pian piano,
732   come fiammella che prenda a scemare.
733  Vidi allora il mondo scorrer lontano,
734   lasciarmi ad una sorte orrida e truce
735   costretto a invocar la salvezza invano;
736  ella svanì assieme a tutta la luce
737   in quell’agghiacciante statica posa
738   di salma che la Morte a sé conduce.
739  E il buio più atroce pervase ogni cosa.

 

Il paziente 62613 è stato visto per l’ultima volta il 2 Agosto di quest’anno intorno alle 11 di sera da uno dei dottori del Reparto 4B, il quale afferma di averlo notato dormire pacificamente sul suo letto.

La mattina dopo, la sua stanza del terzo piano era vuota.

La finestra era chiusa a chiave, le lenzuola del letto intatte, gli oggetti in ordine. Sul pavimento le pagine ammucchiate del poemetto, dall’inchiostro ancora fresco. Del paziente nessuna traccia. In alcun modo avrebbe potuto spalancare da solo la finestra, resa invalicabile da rigidissime inferriate. Né, ipotizzando per assurdo che sia stato capace di uscirvi attraverso e di richiuderla, gli sarebbe stato possibile scalare in discesa i quattro piani dell’edificio.

Una trentina di persone, fra inservienti, suore e medici, è rimasta nell’edificio quella notte. Ognuno ha un alibi di ferro. E sarebbe stato impossibile condurre fuori l’uomo senza farsi vedere da qualcun altro. Credere che sia stato condotto via o rapito da un membro dello staff implicherebbe essere certi di una cospirazione talmente vasta all’interno del nostro Istituto che la sottoscritta sarebbe forse l’unica a non averne preso parte. Tutto l’edificio è stato inoltre setacciato da capo a piedi. Ogni stanza e ogni pertugio. Niente.

E nessun esterno è entrato nella notte.

L’unica certezza in questo caso è che il componimento in versi appartenga allo scomparso. Abbiamo una sua firma precedente all’internamento, e la scrittura corrisponde.

Traete da questa storia le considerazioni che più vi aggradano. Ho rinunciato ormai da un po’ a cercare di dare un senso a questi avvenimenti, cosa che per una donna di Chiesa è segnale di un notevole fallimento dell’anima. Io non voglio credere, come molte mie colleghe assai più superstiziose di me, che sia stato un miracolo divino. Dio agisce seguendo una logica misteriosa, questo è vero. Ma il mio istinto di religiosa (ancora una volta mi sia perdonata la sfrontatezza di cui pecco quando esprimo supposizioni in materia di Dio!) mi suggerisce che ci troviamo di fronte a un evento ben lontano dal Miracolo, e che una soluzione razionale, per quanto inconcepibile, sia la più plausibile.

Non so se è stato un errore conservare le pagine maledette qui sopra riportate. Che almeno possa questa mia trasgressione aiutare un giorno a far luce sull’episodio.

Il paziente 62613 aveva all’incirca 36 anni al momento della scomparsa. Orfano di padre e abbandonato dalla madre, andò a vivere in giovane età da una zia benestante. Presentò segni di squilibrio mentale con l’approssimarsi dell’adolescenza. Fino ad allora era stato descritto come un bambino socievole ed educato. Venne portato nel nostro edificio all’età di vent’anni.

L’ultimo parente rimastogli, la zia sua tutrice, è morta qualche anno fa.

Le autorità locali sono ancora oggi sulle sue tracce. Potrebbe essere ancora vivo, là fuori, con null’altro se non l’assistenza celeste ad aiutarlo.

Prego Dio per lui ogni notte.

E prego voi, che avete letto il Male che c’è in queste righe funeste, di sviluppare una diagnosi per i suoi turbamenti, dovesse miracolosamente tornare fra noi in un giorno benedetto.

Fino a quel giorno, continueremo a sperare. Perché la Speranza è la nostra guida. Che il Signore vi benedica!

Comune di Castelrocco, 8 dicembre 1985

Suor Agatha,
impiegata dell’Istituto di Igiene Mentale di San Bernardo


 

“CON I MIEI OCCHI”

di Francesca Bersellini

IV Liceo Classico - Istituto “Villa Flaminia”

 

PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2016-2017 - La premiazione di Francesca Bersellini

 

“Sh… ascolta. Cosa provi?”

La bambina provò a rimanere in silenzio, di colpo fu come entrare in un altro mondo: i muscoli si decontrassero, poggiò la testa dolcemente su un sasso, un brivido freddo gli corse lungo la schiena e allora capì cos’erano quegli strani sassi chiamati scogli.

Il vento le scompigliava i capelli. Si alzò.

Sentì la sabbia farle il solletico sotto i piedi e si aprì un sorriso sul suo viso.

Mise un piede in acqua: freddo, no aspetta leggero, sì freddo e leggero e naturalmente umido. Rise ancora.

Ancora altre sensazioni.

Gli scogli appuntiti sotto i piedi. Dolore.

La brezza sulla pelle. Solletico.

“Ancora, ancora voglio di più”.

La povera bambina si sentiva morire: troppe sensazioni contrastanti. Dolore.

Solletico.

Qualche schizzo gli bagnò la faccia, leccò l’acqua: salata, fredda, umida, leggera. Cos’altro?

Il vento mosse ancora i suoi riccioli e arrivò alle orecchie. Fastidio.

Ancora, ora gli scogli erano bagnati. Scivolare.

Sapeva di non doverci andare. Pericolo.

Era diverso, particolare, straordinario trovarsi lì. “Voglio sentire il mare”.

La risacca era così rumorosa e così silenziosa allo stesso tempo che le ci volle qualche minuto per capire ciò che - lo sapeva- non avrebbe mai capito.

“Come fa il mare a essere calmo e agitato; silenzioso e rumoroso?”.

Sentì il rumore del vento e quello delle onde sulla sabbia e scoprì che era diverso dal rumore sugli scogli e da quello sui piedi.

Scoprì anche che il mare aveva un suo ritmo.

Avrebbe dato tutto per farsi un bagno ma non poteva: non sapeva nuotare. Ma il desiderio era troppo.

Faceva freddo, dopotutto era inverno; mise i piedi in acqua di nuovo. Fredda.

Salata. Umida. Leggera.

“Ora fa persino paura”. Avanzò, era tutta vestita. “Ce la posso fare”.

Ora aveva anche le ginocchia in acqua. “Sì, sì, ancora un piccolo sforzo”. Libertà.

Pericolo. Dolore.

Freddo.

Tutti i pantaloni erano colmi d’acqua e anche l’inizio della maglietta. Cominciava a battere i denti.

“No, oggi non posso tirarmi indietro”. Si buttò.

Iniziò a sbattere mani e gambe all’impazzata, creando intorno a sé una schiuma biancastra. Iniziò a ingoiare acqua e quando non beveva tentava di urlare.

Non sapeva nuotare. Pericolo.

Fortunatamente il padre la notò.

Si buttò in mare e trascinò a riva la Viglia.

La portò in macchina, le tolse gli abiti bagnati e le mise la sua felpa calda, dopodiché tornarono verso casa.

“Cosa ti è saltato in mente?”.

“Non sai nuotare. Potevi morire. Perché l’hai fatto?”. “Mi sono sentita libera”.

“Va bene, va bene”.

Sorrise, distogliendo per qualche secondo lo sguardo dalla strada e rivolgendolo al Viglio. “Descrivimi il mare” gli disse “adesso che ci sei stata, anche se è inverno”.

La bambina pensò, cosa doveva rispondere? Solletico.

Freddo. Leggero. Umido. Dolore. Salato. Fastidio. Bagnato. Scivolare. Pericolo. Diverso.

Straordinario. Particolare. Silenzioso. Rumoroso. Calmo. Agitato. Libertà.

Poi disse: “Immenso”.

“Papà il mare di che colore è?”.

“È trasparente ma noi lo vediamo blu”. “No papà descrivilo”.

Il padre pensò: Trasparente. Blu.

Celeste. Azzurro. Verde.

Blu notte. Dorato. Rossastro. Arancio.

Grigio.

Aveva talmente tanti colori il mare.

Poi disse: “Immagina una massa d’acqua immensa, come hai detto tu. La vedi?”. “Sì la vedo”.

“Bene, ora rovesciaci dentro tutti i colori freddi, tutti quelli che puoi ricordare, e mescolali. Ecco ogni parte del mare, nel mondo, ha un po’ più di uno di questi colori”.

La bambina aveva un magnifico sorriso. Gratificante.

“Dimmi di più”.

“Adesso metti nel mare una colata di nero: questa è la notte. Ora un po’ di bianco e i colori caldi: giallo, arancione e anche un po’ di rosso, questi li mescoli a parte e li fai colare nel mare: l’alba. Adesso ritorna il blu dell’inizio: il giorno. Poi stesso procedimento dell’alba ma invece che il po’ di bianco ci metti un po’ di nero e quando il sole sta per tuffarsi completamente nel mare una striscia di verde: il tramonto”.

“È bellissimo papà. Vorrei tanto vederlo. Grazie”.


 

“L’OMBRA DELLA VITA”

di Beatrice Sciarra

IV Liceo Classico - Istituto Gesù Nazareno “Scuola Maria Ausiliatrice”

 

PREMIO BARBARA COSENTINO, Anno 2016-2017 - La premiazione di Beatrice Sciarra

 

Sospettò di essere viva… “Miranda, cosa stai dicendo?” si chiesero tutti; “Le ombre sono solo le proiezioni della vita. Sei l’ombra di un uomo, lo sai, Miranda: lui è vivo, tu esisti soltanto”.

Già, che vita la vita di un’ombra. Costantemente imprigionata nei gesti impropri, costretta a seguire ogni passo, a vivere a terra sciolta da ogni possibilità di colore o materia. Si accontenta della forma e non è neanche la sua.

Si lascia calpestare i piedi e non osa fiatare.

Si libera di ogni diritto e sa di non poter fare altrimenti.

L’uomo è la prigione di un’ombra e l’ombra è nata per non essere libera, con lui o no.

“Oh padrone, io non potrei esistere senza di te”. Lo ringrazia, lo ama silenziosamente con tutta se stessa. Non vede l’evidente indifferenza nei suoi confronti, la noncuranza e apatia per chi di certo non vive se non di lui.

Già, che vita la vita di un’ombra. Trova riposo la notte, difronte alla fredda luna, proiettata sopra un caldo letto.

Deve essere struggente attendere lo zenit del sole e allo scoccare del mezzogiorno scoprire di essere completamente calpestata. Non si vede: non esiste… perché ricordarsi di lei.

E poi l’assurdo. Ciò che nessun umano potrebbe sopportare è vivere senza mai conoscerlo, il Sole; le ombre rinunciano anche a lui.

Non tutte… o meglio tutte, meno una: Miranda.

Miranda, oh Miranda… dove sei? Chi ti ricorderà a parte la Luna? Ne vale la pena sognare? Vivere, se pur per poco?

Miranda… Miranda era l’ombra di un uomo, come tante: l’ombra scura e seguace che non aveva, vedeva, sentiva, amava che lui.

Sì, anche lei era persa, perdutamente innamorata del padrone. Lo accudiva come un figlio, seguiva come una madre, amava come una moglie. E sì, ripeto, non vedeva che lui, nel vero senso della parola: le ombre son destinate a questo. Striscianti a terra guardano in alto, osservano costantemente e senza tregua chi gli permette di esistere.

Miranda era davvero innamorata: avrebbe voluto accarezzargli il viso, stringergli le mani e la triste essenza glielo impediva. Lo incontrava nel camminare, quando i piedi convergono col pavimento.

Poche volte ebbe la possibilità di sfiorare anche il volto, per quel che poteva: quando l’uomo si riparava gli occhi dal Sole col braccio o la mano, e lei era proiettata sul suo viso. Era così calda la pelle a lei che era solita imprimersi solo nel freddo suolo.

Caldo e freddo, freddo e caldo. Un triste alternarsi di sensazioni improprie, ma prevaleva sempre il freddo e l’ombra, Miranda, non desiderava altro che provare quegli attimi di calore inaspettato.

Diceva: “Se l’amore si potesse percepire concretamente sarebbe come il caldo…”, e infatti chi amava era caldo a lei, gelida ombra, ma sapeva che oltre lui, oltre il suo nero, c’era di più.

Scorgeva dietro la testa una luminosità e radiosità tale che avrebbe sciolto il ghiaccio perfino della sua essenza.

Cosa c’è di più caldo del Sole? Ma chi è, soprattutto, questo “Sole” per poter vestire tanta arroganza? Quante domande si faceva Miranda, quanta curiosità…

Lei era molto più umana di tutte le altre ombre: aveva maturato un sogno, e alle ombre non è permesso sognare, illudersi. Miranda, almeno una volta nella vita, voleva vedere il Sole.

Impossibile. Capiva che era il Sole a proiettarla, l’uomo la faceva esistere e a nessuno, almeno in vita, è concesso di vedere il proprio creatore.

Anche un secondo aspetto della “vita” di Miranda la rendeva più viva: aveva imparato a interagire (e non solo, erano diventate nel tempo amiche) con la Luna. Dialogavano la notte, parlavano tutte le ore più buie, fino all’alba.

Alle ombre non è permesso neanche dormire, riposarsi, e neppure alla Luna, così passavano il tempo a raccontarsi storie. La Luna sapeva tutto sul mondo umano, ferma lo osservava tutto il giorno. Le dava consigli, si lamentavano insieme, mettevano a nudo i sogni e i segreti.

Anche la Luna aveva un sogno, o meglio, un segreto, perché non lo svelò mai a nessuno, neanche alla sua migliore amica ombra… chissà cosa avrebbe detto.

Se Miranda sognava di vedere il Sole, la Luna lo amava profondamente con tutta sé stessa. Durava da sempre questo platonico amore; da quando, all’inizio dei tempi, lo vide sorgere per la prima volta.

Il Sole e la Luna: agli opposti. Lei, timida, lo guardava da lontano; nel giorno, nascosta tra le nuvole e il cielo, si adattava all’umore del Sole, temporalesco o sereno, senza mai aver il coraggio di interagire.

Si sentiva quasi l’ombra segreta del Sole. La Luna: ombra del Sole mancata. Solo lui poteva permettersi un’ombra in carne ed ossa.

Quando tramontava e andava a illuminare l’altro emisfero, alla Luna non rimaneva che un forte dolore alimentato dal riflesso del Sole alle sue spalle e manifestato da un triste pessimismo in ogni sua parola. Era un amore impossibile che mai smetterà di esistere e di non essere svelato: lei non si sente all’altezza. Sogna, ma lei, di ruolo, conosce solo i sogni della gente di notte mentre dorme, e non riuscirà mai a portarli alla luce del giorno.

Intanto, Miranda, più passavano i giorni, più si faceva estate, più si rendeva conto della prigionia che stava vivendo. Perché lei? Perché? Cosa aveva fatto di male per non essere libera? Cosa la teneva ancorata alle sue sbarre?

La teneva un triste destino e un triste amore, se questo “amore” si può definire.

Era amore perché era caldo, e lei amava il caldo; era amore perché lei non sarebbe mai esistita se non grazie a lui; era amore perché era l’unica persona che le stava accanto.

Intanto ardeva in lei il suo sogno: avrebbe rinunciato anche alla libertà per vederlo quell’unica volta, ed era disperata e affranta poiché dubitava del suo sperare e soprattutto di sé stessa.

“Luna, oh Luna”, le chiese una sera. “Tu che sei onnisciente del mondo, che l’hai visto nascere e lo vedrai morire, dimmi: sai se per noi ombre c’è un modo, qualsiasi davvero, per conoscere il Sole?”.

La Luna ne rimase allibita: sospirò. Si ricordava di quanto era caro il prezzo per ottenere il suo amato, per tutti: il prezzo del Sole.

“Sì Miranda, so un modo, ma non lascerò che tu agisca: sai benissimo che le ombre col Sole scompaiono, muoiono. Una volta che lo avrai visto per quell’impercettibile attimo, scomparirai per sempre, cadrai nell’oblio di chi ha rischiato tutto e perso tutto per un istante di gloria.”

Se pur ancora più ostinata, Miranda si sentiva sollevata: “Come faccio a morire se non sono mai vissuta? Ti sembra vita la mia? Luna, non avere paura di ciò che potrei perdere perché non ho niente: colore, materia, libertà… vita. Ho una cosa, in realtà, un’unica: un sogno. Cosa si prova a essere felici, a essere fieri di se stessi, ad avere qualcosa, a vivere, se pur per quell’impercettibile attimo? Luna, fammi essere libera almeno di scegliere per una volta: cosa devo fare per vedere il Sole?”

“Miranda, non è vero, tu una cosa ce l’hai: un uomo. Cos’è un sogno a confronto della persona che più ami al mondo. Se io avessi chi amo non potrei desiderare altro. È vero, da una parte non hai niente, dall’altra hai tutto, tutto ciò che può almeno illuderti di esistere: lui. Se davvero sei disposta a tutto per realizzare il tuo sogno dovrai uccidere il tuo padrone, a mezzogiorno, quando le ombre stanno sotto i piedi degli umani e non si vedono. Miranda, so che farai la scelta giusta.”

Ci fu silenzio quella notte, tutta la notte.

Notte di riflessione, di dissidi interiori; come molti altri giorni seguenti e molte altre notti.

Non è facile. Come ci si può dividere da chi ami? Come si può togliere la vita a lui, se è lui stesso a donartela?

Miranda, nel tormentarsi, si sentiva sempre più in vita, lo era.

Si ricordava il bambino che giocava a proiettarla come un cane, un cervo, un falco. In quel momento non era solo l’ombra di un uomo bensì di un cane, un cervo, un falco. Si illudeva di un amore ricambiato da sempre, si ricordava le avventure che viveva con lui… o dietro di lui?

Lei era lui, ma non era nessuno. Miranda non era, Miranda era solo un’ombra e le ombre non sono. Come poteva sognare? Come poteva amare?

Agiva: uno strano meccanismo Cartesiano che la rendeva sempre più viva: cogito ergo sum.

E se anche non era… provava, provava amore e uno strano bisogno di vittoria che avrebbe dato vita alla sua apatica esistenza.

Pensava, rifletteva, si interrogava ogni giorno, ma quel giorno mise in pausa i suoi dubbi e prevalse l’istinto: anche l’istinto è umano.

Era mezzogiorno appena scoccato, lei neanche esisteva poiché calpestata completamente. Faceva caldo, molto caldo, era anche estate. Forse è per questo che sentiva quasi il Sole chiamarla, allucinazioni, e le diceva che se voleva lei poteva, lei aveva il potere di realizzarsi, di vivere.

Non rifletté quel giorno: sorpassò il corpo dell’uomo, da sotto, e si alzò in piedi: lo uccise.

Sospettò di essere viva… “Miranda, cosa stai dicendo?” si chiesero tutti; “Le ombre sono solo le proiezioni della vita. Sei l’ombra di un uomo, lo sai, Miranda: lui è vivo, tu esisti soltanto”.

Invece in quell’impercettibile istante (così diceva la Luna) Miranda era viva; in carne ed ossa e lui moriva ai suoi piedi.

Era una donna: aveva i capelli, braccia e gambe che poteva muovere a suo comando, la voce del pensiero che poteva gridare a tutti, occhi che potevano scrutare ovunque la realtà: il Sole.

Miranda vedeva il Sole. Il caldo sulla pelle, la sua pelle, accecante visione: era così bello. Si chiedeva come avesse potuto rinunciare per così tanto tempo; ogni ombra dovrebbe vedere il Sole. Brillavano i colori umani, le sembrava quasi di intravedere la sua di ombra.

Come promesso, però, l’attimo fu attimo: nel cantar gloria la sua persona si scioglieva in un lento istante, nella pozza di sangue che aveva lasciato uccidendo il suo padrone.

Nessuno scoprì mai la causa del decesso; nessuno, magari affranto dal dolore, si accorse mai che il corpo morto di lui mancava dell’ombra.

E la Luna? Piangeva in silenzio mentre nutriva invidia per il coraggio di Miranda.

Piangeva di felicità: era caduta nell’oblio della morte, ma per morire bisogna prima essere vivi.

Luna, oh Luna… Tu no, non morirai mai, perché non hai mai avuto il coraggio di vivere. Sei come tutte quelle donne che non si sentono all’altezza e si accontentano del destino che si son segnate da sole. Loro non sanno che amare è un diritto di tutte, che entrare nel tramonto, nell’alba o nella giornata di qualcuno è qualcosa a cui non si può rinunciare.

Abbiamo bisogno di essere felici per vivere: nulla è troppo più grande di noi per non permetterci di vivere.

E tu…

Miranda, oh Miranda… dove sei? Chi ti ricorderà a parte la Luna? Ne vale la pena sognare? Vivere, se pur per poco?

Sì, ne vale la pena. Possiamo chiamarlo amore se copre tutto il resto?

È difficile lasciare una persona che abbiamo avuto sempre vicino, è difficile dimenticare, ma talvolta non si riesce a comprendere quando si supera il sottilissimo limite tra legame e prigionia.

Le ombre, gli umani, le donne, per vivere devono sentirsi libere di sognare e realizzare, sentire il calore di vita sulla propria pelle. Chi ci ama davvero non lo ostacolerebbe mai. Non è mai troppo tardi per vivere, neanche difronte all’ultimo respiro.


 

Per maggiori informazioni sul Premio Barbara Cosentino, visita il sito:
www.premiobarbaracosentino.it

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